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	<title>FGC &#124; Fronte della Gioventù Comunista &#187; Comunicati</title>
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	<description>«La gioventù è la fiamma più viva della rivoluzione»</description>
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		<title>LICENZIAMENTI ELECTROLUX. LA “RISTRUTTURAZIONE” LA PAGHINO I PADRONI</title>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2026 21:08:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FGC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Comunicato congiunto dell’Ufficio Politico del Fronte Comunista e della Segreteria Nazionale del FGC L’Ufficio Politico del Fronte Comunista e la Segreteria Nazionale del FGC esprimono preoccupazione e profondo sdegno per l’annuncio degli scorsi giorni in cui la multinazionale Electrolux ha presentato un piano di 1700 licenziamenti, su 4500 lavoratori coinvolti, nel nostro paese con conseguente]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><em>Comunicato congiunto dell’Ufficio Politico del Fronte Comunista e della Segreteria Nazionale del FGC</em></p>
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">L’Ufficio Politico del Fronte Comunista e la Segreteria Nazionale del FGC esprimono preoccupazione e profondo sdegno per l’annuncio degli scorsi giorni in cui la multinazionale Electrolux ha presentato un piano di 1700 licenziamenti, su 4500 lavoratori coinvolti, nel nostro paese con conseguente chiusura di diversi siti tra cui quello di Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona. Siamo di fronte ad un processo in atto da diverso tempo che ha già visto l’azienda protagonista di delocalizzazioni e licenziamenti, favoriti non solo dalla ricerca di un basso costo della forza-lavoro in altri paesi, ma anche attraverso l’uso opaco di diversi milioni di euro derivanti dai Fondi di coesione UE a questo scopo. La scelta di chiudere interi siti in Italia è fortemente voluta dai fondi finanziari “BlackRock” e “Amf”, che detengono l’80% delle azioni di Electrolux, per difendere i rendimenti dei propri investitori e in ottica di maggiore “competitività” sul mercato in vista di una possibile acquisizione da parte di altri colossi, in particolare quelli cinesi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">Esprimiamo solidarietà e pieno sostegno alla mobilitazione permanente e alle azioni di sciopero promosse dagli operai e dalle loro organizzazioni sindacali, su tutte la FIOM – CGIL. I comunisti sono al fianco dei lavoratori davanti ai cancelli, come accaduto stamattina in provincia di Ancona, e nelle piazze: crediamo che sia necessario rispondere in maniera decisa all’arroganza di padroni e fondi finanziari che pensano di poter fare quello che vogliono, dopo essersi intascati profitti miliardari e aver ricevuto quasi 13 milioni di euro di sovvenzioni pubbliche negli ultimi dieci anni”. Se c’è qualcuno che deve pagare questa “ristrutturazione” non devono essere certamente i lavoratori, ma chi ha fatto soldi a palate sulla pelle e sul sudore degli operai.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">Il disastro sociale a cui siamo posti di fronte è la rappresentazione plastica della “politica industriale” del governo Meloni: ovvero lasciare fare ai padroni e al capitale il bello e il cattivo tempo, tutelando i loro interessi a discapito di quelli dei lavoratori. Nulla di diverso da quello che hanno già permesso che accadesse in GKN, ILVA, MAGNETI MARELLI e così via. Emerge così, ancora una volta, il carattere antioperaio delle politiche di un Governo che è il migliore alleato degli industriali e degli speculatori.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">È giunto il momento di mobilitarsi non solo per difendere ogni singolo posto di lavoro in Electrolux, ma per generalizzare la lotta coinvolgendo tutti i “tavoli di crisi” aperti in questi anni e quelli che si apriranno in futuro. Bisogna ormai prendere atto che è in corso una pericolosa ristrutturazione capitalistica che sta coinvolgendo interi comparti della produzione nel nostro paese e che rischia di far perdere milioni di posti di lavoro, oltre che riconvertire progressivamente il tessuto produttivo in  una vera e propria economia di guerra. Di fronte alla prospettiva di licenziamenti di massa, disoccupazione e guerra, serve compattare il fronte dei lavoratori per esigere che la produzione e il lavoro siano sotto il loro controllo per soddisfare i bisogni del popolo, non sotto quello di speculatori e fondi finanziari. O le nostre vite, o i loro profitti!</p>
<p><iframe id="_pericles_content_iframe" style="position: absolute; top: -99px; left: 0px; width: 50px; height: 26px; background: transparent; overflow: visible; margin-top: -30px; transition: top 2s ease-in-out; z-index: 2147483647; border-width: medium; border-style: none; border-color: currentcolor; border-image: initial; padding: 0px;" width="320" height="240"></iframe></p>
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		<title>VOTIAMO NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE. IN PIAZZA IL 14 MARZO PER UN NO SOCIALE</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 17:27:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FGC</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati]]></category>
		<category><![CDATA[Nazionale]]></category>
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		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
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		<description><![CDATA[VOTIAMO NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE. IN PIAZZA IL 14 MARZO PER UN NO SOCIALE  Dichiarazione dell’Ufficio Politico del FC e della Segreteria Nazionale del FGC &#8212; I comunisti voteranno NO al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, che determinerà l’approvazione o il respingimento popolare della riforma costituzionale approvata dal governo Meloni in materia di giustizia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>VOTIAMO NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE. IN PIAZZA IL 14 MARZO PER UN NO SOCIALE </strong></p>
<p><em>Dichiarazione dell’Ufficio Politico del FC e della Segreteria Nazionale del FGC</em></p>
<p><em>&#8212;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I comunisti voteranno NO al referendum</strong> costituzionale del 22 e 23 marzo, che determinerà l’approvazione o il respingimento popolare della riforma costituzionale approvata dal governo Meloni in materia di giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi mesi le forze di governo, che temono seriamente una sconfitta nel referendum, si stanno sforzando di fare appello al voto popolare in sostegno al proprio progetto presentando la riforma della giustizia come necessaria agli interessi del popolo italiano, della gente comune, della “democrazia” italiana e della stabilità nazionale. La campagna referendaria non avviene nel merito effettivo della riforma ma, nei fatti, sulla base di appelli sulla necessità di riformare la giustizia per permettere al governo di andare avanti sulla propria strada e non permettere ai tribunali di “intralciare” il lavoro della politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle ultime settimane, si sono intensificati gli appelli aperti al voto per “dare uno schiaffo ai giudici”, presentando la magistratura come responsabile delle frustrazioni e dell’ingiustizia quotidiana che il popolo vive sulla propria pelle. <strong>Viene promossa e spacciata per vera l’idea che l’ingiustizia di cui milioni di persone sono vittime dipenda da una postura “ideologica” dei giudici, e non invece dal carattere di classe della giustizia e da un sistema strutturalmente fondato sullo sfruttamento</strong>, la disuguaglianza, lo schiacciamento dei diritti dei molti in nome del profitto di pochi.</p>
<p style="text-align: justify;">I mezzi di comunicazione vicini al governo compartecipano a questa campagna referendaria nei modi più subliminali, ad esempio strumentalizzando con narrazioni arbitrarie vicende di cronaca come quella della c.d. “famiglia nel bosco”, o garantendo una notevole sovraesposizione mediatica a casi di presunti errori giudiziari.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le caratteristiche di questa campagna referendaria rendono evidente la putrescenza della moderna “democrazia liberale” borghese</strong> che, lungi dall’essere fondata sulla reale partecipazione popolare alle decisioni sulla vita pubblica, considera i popoli e i lavoratori come niente più che “pacchetti di voti” da conquistare, manovrare e gestire attraverso la manipolazione dell’informazione di massa, per dare una parvenza di legittimità ai progetti del grande capitale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel merito della riforma costituzionale, abbiamo molto chiaro che questa non ha nulla a che vedere con il bisogno di un sistema giudiziario più giusto, che garantisca una giustizia accessibile, più rapida e snella al servizio dei cittadini e del popolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci appare chiarissimo che <strong>il vero tema della riforma non è la “separazione delle carriere”</strong>, ma piuttosto la creazione di due CSM separati entrambi spogliati della funzione disciplinare, in combinato disposto con un meccanismo di sorteggio dei loro membri – c.d. “togati” e “laici” &#8211; che <strong>incrementerà il controllo da parte dei partiti politici borghesi &#8211; e in particolare della maggioranza di governo &#8211; sulla magistratura</strong> riducendo invece l’autonomia delle correnti politiche “interne” a quest’ultima. Se vincesse il SÌ, infatti, il peso effettivo dei membri “laici”, sorteggiati da un listino bloccato nominato dal parlamento, aumenterebbe enormemente rispetto a quello dei membri “togati” sorteggiati tra tutti i magistrati d’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">L’insieme delle modifiche introdotte dalla riforma costituzionale non si riduce a un insieme di fatti “tecnici” – e in quanto tali liquidabili come “di scarso interesse” per chi estraneo alla materia – ma costituisce piuttosto <strong>un fatto politico che va letto nel contesto dello scivolamento del sistema politico italiano verso una spirale di matrice autoritaria, reazionaria e repressiva, similmente a ciò che accade negli Stati Uniti e in altri paesi dell’UE</strong>. Il tentativo del governo Meloni di affermare una maggiore influenza del governo nella giustizia e di ridimensionare i cosiddetti “contrappesi” previsti dall’assetto costituzionale va considerato alla luce dei numerosi “decreti sicurezza” che introducono decine di nuovi reati, pene inasprite per chi sciopera o partecipa a manifestazioni, tolleranza per l’arbitrio e gli abusi di polizia, l’abolizione del reato di abuso d’ufficio per i colletti bianchi, ecc. Va letto assieme all’ondata di denunce e misure cautelari che ha attraversato l’Italia dopo le grandi manifestazioni dell’ottobre e novembre 2025: una vera e propria rappresaglia “giudiziaria” (in realtà tutta politica) fatta di misure spesso totalmente arbitrarie e destinate a cadere in pochi mesi. O, ancora, va letto assieme ai fatti di cronaca sui giornalisti spiati dal governo con software-spia sui loro telefoni, o alle infiltrazioni di partiti e organizzazioni politiche con agenti di polizia ammesse e giustificate dal Ministero dell’Interno.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo anni di spauracchi ipocriti agitati del centro-sinistra che ha chiamato alla convergenza elettorale nel “campo largo” in nome dell’antifascismo, oggi ci troviamo nella situazione di dover costruire – nei fatti e non a parole – un’alternativa popolare, operaia e combattiva ai piani di comprimere le libertà politiche e democratiche oggi garantite in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna raccogliere questa sfida, e assumersene la responsabilità, nella consapevolezza che il contesto in cui avviene tutto questo è quello della guerra imperialista e della competizione internazionale tra le potenze capitalistiche, che vede nuovi sviluppi proprio in questi giorni con l’attacco di USA e Israele contro l’Iran, nel quadro della competizione internazionale del campo euro-atlantico con la Cina e la Russia. È il contesto della corsa al riarmo e dell’economia di guerra, in nome della quale si chiedono e si chiederanno sempre più sacrifici al popolo.</p>
<p style="text-align: justify;"> Il tentativo di irreggimentare la società, di introdurre sempre più strumenti per reprimere il dissenso, di incrementare il controllo e l’influenza del governo su settori sempre maggiori della vita pubblica (giustizia, informazione, cultura, ecc.), corrisponde a quello che, storicamente, è la tendenza più generale alla compressione delle libertà politiche e democratiche da parte degli Stati capitalisti nell’epoca della competizione imperialista.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutte queste ragioni, pensiamo sia attuale e necessario, anche in relazione alla crescente attenzione nei confronti del referendum, promuovere e costruire l’identificazione con l’idea di un NO “sociale”, contrapposto cioè al “no” delle forze del centro-sinistra, dei liberali e della socialdemocrazia (PD-M5S-AVS), cioè di quelle forze che si candidano ad “amministrare” questo sistema e a difendere gli interessi e le ambizioni del capitale italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 14 marzo il Fronte Comunista e il FGC saranno in piazza a Roma, alla manifestazione nazionale convocata dal “Comitato per il NO sociale”, con concentramento in Piazza della Repubblica alle ore 14.</p>
<p style="text-align: justify;">Lavoriamo e lavoreremo affinché il NO espresso il 22 e 23 marzo sia il no gridato da lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse, pensionati, autoctoni e immigrati. Il NO di tutte e tutti gli sfruttati che vivono sulla propria pelle l’ingiustizia di questo sistema.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ufficio Politico – Fronte Comunista (FC)</p>
<p style="text-align: justify;">Segreteria Nazionale – Fronte della Gioventù Comunista (FGC)</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Risoluzione del CC del FGC. Roma, 1° marzo 2026</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2026 08:37:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FGC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Risoluzione del CC del FGC. Roma, 1° marzo 2026  &#160; Parte prima &#8211; Sulla situazione internazionale 1. Il CC del FGC osserva con preoccupazione i recenti accadimenti internazionali, a partire da ciò che sta avvenendo in Iran e in Medio Oriente in queste ore. Negli ultimi mesi, tutti i continenti sono stati attraversati dall’emergere di]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Risoluzione del CC del FGC. Roma, 1° marzo 2026 </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Parte prima &#8211; Sulla situazione internazionale</em></p>
<p style="text-align: justify;">1. Il CC del FGC osserva con preoccupazione i recenti accadimenti internazionali, a partire da ciò che sta avvenendo in Iran e in Medio Oriente in queste ore. Negli ultimi mesi, tutti i continenti sono stati attraversati dall’emergere di nuovi focolai di guerra. Questi conflitti sono espressione della competizione imperialista tra le classi borghesi, i rispettivi Stati e le loro alleanze, per la supremazia nel sistema capitalistico internazionale e la conquista di posizioni più elevate nella piramide imperialista, per la spartizione di mercati e quote di mercato, territori, risorse energetiche e minerarie, controllo delle rotte commerciali, ecc. In tutti gli Stati capitalisti, i governi promuovono una corsa agli armamenti, con nuove politiche di riarmo a cui fanno da contrappeso i sacrifici economici e le privazioni imposte ai popoli e alla classe operaia, in nome dell’economia di guerra. Nel loro insieme, questi sviluppi dimostrano ulteriormente l’inevitabile tendenza alla guerra del sistema capitalistico e la necessità di organizzare in partito rivoluzionario le forze d’avanguardia del movimento operaio, per rimettere in campo un’alternativa comunista alla realtà di questo sistema.</p>
<p style="text-align: justify;">2. Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno riaffermato apertamente una nuova “dottrina Monroe”, cioè l’idea esplicita dell’egemonia statunitense nel continente sudamericano per arginare l’avanzata delle potenze capitalistiche concorrenti, e in particolare della Cina. Il fatto che, contestualmente all’intervento imperialista in Venezuela, l’amministrazione Trump abbia rilanciato mediaticamente le provocazioni con pretese territoriali nei confronti della Groenlandia, e secondariamente nei confronti di Panama, Messico, Canada e Cuba, è ulteriore conferma di una postura volta alla riaffermazione di rapporti di forza che i circoli dominanti USA percepiscono come minacciati.</p>
<p style="text-align: justify;">3. L’intervento imperialista degli USA in Venezuela, con il rapimento del presidente del Nicolas Maduro e il bombardamento di diversi siti del paese, ha portato all’insediamento del governo di Delcy Rodriguez, che ha immediatamente intensificato la cooperazione politica, economica e commerciale con gli Stati Uniti e le concessioni petrolifere alle grandi multinazionali del settore (tra cui l’italiana ENI). Il FGC e il Fronte Comunista hanno diffuso una dichiarazione congiunta dei propri organismi dirigenti e si sono mobilitati contro l’aggressione imperialista. Confermando la correttezza di questa scelta, riteniamo che gli ultimi sviluppi abbiano confermato ulteriormente tutti i limiti del processo bolivariano e la natura del c.d. “socialismo del XXI secolo” in America Latina. Il governo del PSUV in Venezuela ha chiamato “socialismo” quella che era, a conti fatti, una politica socialdemocratica in un paese capitalistico, basata sulle rendite dell’estrazione di petrolio e sull’utilizzo di queste ricchezze per sostenere, da un lato, importanti politiche sociali e &#8211; dall’altro – consolidare il proprio sistema di potere attraverso meccanismi clientelari. La crisi economica venezuelana dell’ultimo decennio è stata il risultato non solo delle pressioni dell’imperialismo nordamericano, ma anche delle contraddizioni intrinseche del capitalismo stesso. Le modalità dell’operazione militare USA e gli sviluppi successivi dimostrano chiaramente che settori del PSUV venezuelano stavano trattando da tempo con l’imperialismo USA, sulla pelle del popolo venezuelano e della classe operaia, come denunciato anche dal Partito Comunista del Venezuela. Il FGC esprime la propria solidarietà al popolo e alla classe operaia del Venezuela nella lotta contro l’aggressione imperialista e contro ogni interferenza di potenze capitalistiche estere.</p>
<p style="text-align: justify;">4. Esprimiamo solidarietà a Cuba socialista e al suo popolo, al Partito Comunista di Cuba e all’Unione dei Giovani Comunisti, che oggi fronteggiano la difficile condizione imposta dalle pressioni dell’imperialismo USA e dal contesto internazionale. Gli sviluppi in Venezuela e il blocco imposto dagli Stati Uniti hanno comportato l’interruzione degli approvvigionamenti energetici verso l’isola, nel contesto delle difficoltà economiche e delle privazioni derivanti dal blocco economico preesistente, con 10 milioni di cubani lasciati senza elettricità e con il rischio concreto di una crisi umanitaria. Nei giorni scorsi, la guardia costiera cubana ha intercettato un’imbarcazione statunitense con a bordo un gruppo di terroristi carichi di armi ed esplosivi, dimostrando ancora una volta l’esistenza di piani per rovesciare con ogni mezzo il socialismo a Cuba, che per decenni è stata un simbolo di indipendenza e autodeterminazione in tutta l’America Latina. Denunciamo il cinismo e la disumanità del blocco economico imposto da decenni dall’imperialismo USA. Ribadiamo il sostegno dei comunisti alla lotta del popolo cubano contro il Bloqueo e le aggressioni imperialiste, per difendere e rafforzare il proprio sistema socialista.</p>
<p style="text-align: justify;">5. In Medio Oriente, gli Stati Uniti e Israele hanno acceso la miccia di una nuova escalation militare, con un attacco all’Iran che ha scatenato pesanti bombardamenti, uccidendo Ali Khamenei, “guida suprema” del regime degli Ayatollah. Condanniamo fermamente questo atto criminale, che avvicina pericolosamente una guerra più generalizzata nella regione e nelle aree limitrofe. Il carattere reazionario del regime degli ayatollah e la legittimità della mobilitazione operaia-popolare per rovesciarlo, contro ogni ingerenza imperialista esterna, non cambiano le valutazioni sulle azioni criminali degli USA, di Israele e dei loro alleati. Il tentativo di imporre con le bombe il “cambio di regime” in Iran, cercando di spingere la mobilitazione interna al paese di pari passo con l&#8217;azione militare, ha il solo obiettivo di rafforzare le posizioni e gli interessi che muovono i piani imperialisti degli USA, di Israele e dei loro alleati in Medio Oriente. Questi sviluppi sono la continuazione degli eventi degli ultimi anni e dell’intensificarsi della competizione inter-imperialistica nella regione mediorientale, nel contesto del quale è avvenuto e avviene il genocidio del popolo palestinese, e dimostrano la necessità di continuare a mobilitarsi contro ogni forma di coinvolgimento dell’Italia nei piani imperialisti in Medio Oriente e in tutti gli scenari di guerra imperialista. Inoltre, come già per i negoziati per la spartizione dell’Ucraina e per le pretese statunitensi in Groenlandia, l’escalation in Medio Oriente esacerba le contraddizioni interne al blocco euro-atlantico. Dietro a dichiarazioni quali quelle del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, che pure aumenta la spesa militare della Spagna in un quadro di adesione ai piani NATO, si celano frizioni tra gli interessi delle diverse borghesie nazionali nella spartizione delle risorse, delle rotte commerciali e delle aree di influenza.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>Parte seconda – Sulla fase politica in Italia e gli obiettivi dei comunisti</em></p>
<p style="text-align: justify;">6. La fase politica in Italia è caratterizzata oggi dalla centralità del referendum costituzionale del 22-23 marzo nella retorica politica del Governo Meloni e nella narrazione dell’opposizione del centro-sinistra PD-M5S-AVS. La riforma sulla “separazione delle carriere”, in realtà avente per oggetto reale la separazione di due CSM distinti e l’incremento del controllo politico della maggioranza di governo sulla magistratura, si inserisce nel solco delle numerose riforme costituzionali promosse nel corso degli anni in Italia con l’obiettivo di rafforzare la “governabilità” e la “stabilità” dei governi borghesi. È significativo osservare che la campagna referendaria non avviene nel merito effettivo della riforma, ma si è tramutata nella riproposizione di appelli contrapposti dalla forte matrice identitaria, che chiamano al voto sulla base dell’adesione ai valori dei principali schieramenti dei partiti borghesi italiani. In particolare, le forze di governo chiamano apertamente al voto “contro i giudici” che ostacolano il governo, legando il tutto ai temi dell’immigrazione e della presunta emergenza “sicurezza” legata agli episodi di criminalità, vendendo l’idea che “l’ingiustizia” di cui milioni di proletari sono vittime dipenda da una postura “ideologica” dei giudici, e non dal carattere di classe della giustizia e di un sistema strutturalmente ingiusto.</p>
<p style="text-align: justify;">7. Il Comitato Centrale del FGC dà mandato alla Segreteria nazionale di elaborare una dichiarazione politica congiunta con l’Ufficio Politico del Fronte Comunista sul tema del referendum costituzionale, e conviene sull’indicazione di aderire alla manifestazione nazionale per il NO lanciata per il 14 marzo a Roma dal comitato per il “NO sociale”, legato alla compagine dell’Unione Sindacale di Base. Si conviene, altresì, sull’indicazione di  partecipare alla mobilitazione nazionale lanciata per il 28 marzo . Pur mantenendo delle riserve politiche soprattutto sulla seconda di queste mobilitazioni,, riteniamo esista lo spazio e la necessità per veicolare la mobilitazione popolare contro la guerra imperialista a partire dalla preparazione del 14 marzo e in ogni circostanza,  per presentare le posizioni e le parole d’ordine dei comunisti a più ampi settori di massa.</p>
<p style="text-align: justify;">8. Il governo Meloni sta proseguendo nell’opera di promozione di nuove misure e decreti che riducono le libertà politiche e di manifestazione, incrementando le pene per i reati connessi alle lotte operaie-popolari e alle manifestazioni politiche e intensificando il livello della repressione politica. Questa tendenza autoritaria che si fa strada nel sistema politico e istituzionale italiano va di pari passo con le tendenze analoghe che si registrano oggi negli USA e in diversi paesi dell’UE. La tendenza generale all’irreggimentazione della società, storicamente, è propria di tutti i paesi capitalisti in una fase di inasprimento della competizione imperialista. Nel contesto degli ultimi mesi, caratterizzato da un’ondata di denunce e misure cautelari ai danni di centinaia di militanti politici in tutta Italia –<em> vera e propria rappresaglia politica </em>scatenata dal governo dopo le grandi manifestazioni dello scorso autunno – il governo Meloni ha utilizzato i fatti del 31 gennaio a Torino come un pretesto per  promulgare in fretta e furia un nuovo decreto-legge repressivo, introducendo in particolare il fermo “preventivo” per i manifestanti fino a 12 ore, misura al limite della costituzionalità. Senza sforare nelle chiamate alle armi grottesche del centro-sinistra sul ritorno del fascismo, ripetute in pura ottica elettorale, dobbiamo avere chiaro – mantenendo la lucidità – che l’Italia rischia seriamente di scivolare in una spirale reazionaria che può cancellare in poco tempo diritti e libertà politiche conquistate in anni di lotte del movimento di classe. A questa tendenza reazionaria, che colpisce per primi proprio i militanti politici, bisogna rispondere con una politica che non chiami a raccolta i soli militanti colpiti dalla repressione, ma ambisca a parlare a settori più ampi della società italiana. Per fare questo, è essenziale che tutti, a sinistra, aprano una seria riflessione chiedendosi cosa è efficace e cosa no per far avanzare il livello di coscienza delle masse popolari. Dinnanzi a un’accelerazione repressiva e a un attacco politico e ideologico di tale portata, pensiamo sia necessaria una collettiva assunzione di responsabilità. Non di certo verso un sistema putrescente che prova a stringere la sua morsa, ma rispetto alla possibilità di dare forza, credibilità, organizzazione e concretezza alla prospettiva di rovesciarlo e costruire una società più giusta e libera. Ogni passo, ogni scelta tattica e strategica va, a nostro avviso, rapportata a questa premessa, nella consapevolezza che le modalità di lotta e mobilitazione praticate possono produrre effetti e conseguenze che vanno ben oltre i confini di singole realtà, ripercuotendosi su una dimensione ben più ampia col rischio serissimo di indebolirci e isolarci.</p>
<p style="text-align: justify;">9. Il FGC promuove, nella data di giovedì 5 marzo, una giornata di agitazioni e mobilitazioni studentesche in concomitanza con la data di mobilitazione degli studenti tedeschi contro la reintroduzione di un sistema di leva militare su base “volontaria” in Germania. Anche in Italia il governo Meloni ha più volte paventato l’idea della cosiddetta “naja”, con il Ministro della Difesa Crosetto che richiede a gran voce un sistema di arruolamento massiccio nelle forze armate. Fermo restando le posizioni storiche dei comunisti e del movimento operaio contro gli eserciti professionali e in favore della difesa di una componente “popolare” nelle forze armate, abbiamo chiarissimo che oggi la reintroduzione della leva militare, che ritorna come tema nel dibattito politico di diversi paesi, avrebbe il duplice ruolo di fornire nuove unità alle forze armate a bassissimo costo e – soprattutto &#8211; di normalizzare tra i giovani l’idea della guerra “per la nazione”, rendendo la gioventù più permeabile alla propaganda guerrafondaia. In Italia, oggi, non esiste ancora una proposta immediata in questo senso. Tuttavia, aumentano i corsi di PCTO con le forze armate all’interno delle scuole e sono sempre più frequenti i casi di orientamento post-scolastico in cooperazione con l’esercito, iniziative a cui ci siamo opposti negli scorsi anni. Nella legge di bilancio 2026 il governo Meloni ha previsto quasi 900 milioni di euro di tagli all’istruzione nei prossimi tre anni, a fronte di uno stanziamento di oltre 20 miliardi di euro in più in difesa e armamenti nei prossimi 10 anni.  Sulla base di queste considerazioni e dello spirito di solidarietà internazionalista, un’ampia mobilitazione studentesca in Italia nella giornata di mobilitazione degli studenti tedeschi è da intendersi come un primo momento di nuova attivazione degli studenti contro i piani di guerra e il coinvolgimento dell’Italia nelle guerre dei padroni.</p>
<p style="text-align: justify;">10. A cinque mesi trascorsi dal grande ciclo di mobilitazioni popolari che ha attraversato l’Italia lo scorso autunno, con milioni di persone in piazza contro il governo Meloni e la sua complicità nel genocidio dei palestinesi, <em>l’assenza di una proposta politica di alternativa e rottura contro il capitalismo continua ad essere la questione fondamentale a cui i comunisti devono sforzarsi di dare una risposta.</em> Esiste oggi in Italia una “domanda” di alternativa alle politiche guerrafondaie, ai piani di riarmo, alle ingiustizie sociali e ai sacrifici imposti in nome dell’economia di guerra. Questa alternativa oggi non viene già immediatamente identificata con le forze del cosiddetto “campo largo” del centro-sinistra (PD-M5S-AVS), ma nel lungo periodo, in assenza di altro, l’assorbimento di questo sentimento diffuso da parte dei partiti dello schieramento politico borghese resta l’unico scenario possibile. In questo contesto, mentre la maggioranza del PRC è disponibile a una confluenza nel “campo largo” anche al costo di una possibile scissione del partito, il fatto che altre forze politiche “a sinistra” del campo largo (a partire da PAP e dalla RdC) continuino a porsi, in termini diversi ma non dissimili nella sostanza, l’obiettivo della costruzione di una forza politica socialdemocratica legata alla c.d. “sinistra radicale” europea – identificata nel Partito della Sinistra Europea o nella nuova <em>“European Left Alliance” </em>costruita attorno a <em>La France Insoumise</em>, rappresentata in Italia da Sinistra Italiana – risulta un elemento di enorme arretratezza, che continua a rappresentare un ostacolo al processo di raggruppamento delle forze più avanzate in un forte partito comunista, che continua a essere il principale obiettivo strategico del FGC e dei comunisti in questa fase storica. Il lavoro di  costruzione e rafforzamento in Italia di un partito comunista serio, moderno, organizzato, autorevole e credibile agli occhi delle masse, è un obiettivo urgente e non più rimandabile. “<em>Non c’è vittoria, non c’è conquista, senza un grande partito comunista</em>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>LA SOLIDARIETÀ ALLA PALESTINA NON È UN CRIMINE. Criminale è chi ha difeso un genocidio. Comunicato dell’Ufficio Politico del FC e della Segreteria nazionale FGC</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Dec 2025 10:19:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FGC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’operazione giudiziaria che ha portato all’arresto di nove persone, tra cui figurano il presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia Mohammad Hannoun, ma anche persone legate ad altre associazioni, è innanzitutto una enorme operazione mediatica. La vicenda viene utilizzata dal governo Meloni e dalle lobby filo-israeliane per attaccare l’intero movimento di solidarietà con il popolo palestinese]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’operazione giudiziaria che ha portato all’arresto di nove persone, tra cui figurano il presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia Mohammad Hannoun, ma anche persone legate ad altre associazioni, è innanzitutto una enorme operazione mediatica. La vicenda viene utilizzata dal governo Meloni e dalle lobby filo-israeliane per attaccare l’intero movimento di solidarietà con il popolo palestinese come “filo-terroristico”, prescindendo anche dalla fondatezza delle accuse sul piano giudiziario.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’enorme operazione mediatica si è messa in moto per<strong> </strong>costruire la falsa percezione di uno scandalo nazionale, con l’obiettivo chiarissimo di creare il contraltare mediatico alla indifendibile complicità con il genocidio dimostrata dal governo italiano – l’unico vero scandalo di cui si dovrebbe parlare &#8211; contro cui milioni di persone sono scese in piazza negli scorsi mesi. Questo viene fatto sapendo bene che un’accusa trasmessa a reti unificate con questa potenza di fuoco, indipendentemente dalla sua fondatezza, pesa sempre di più della smentita successiva.</p>
<p style="text-align: justify;">L’accusa mossa contro gli arrestati e gli indagati è di aver finanziato organizzazioni politiche in Palestina. La natura dell’accusa è singolare, perché si tratta di persone che non hanno commesso reati in Italia, che vengono accusate di legami con associazioni umanitarie che Israele considera unilateralmente come terroristiche, sulla base di informazioni fornite proprio da Israele. È rilevante ricordare che il governo israeliano, in pieno delirio estremistico e fondamentalista, considera oggi “legate al terrorismo” persino l’UNRWA (agenzia delle Nazioni Unite) o ONG come “Save the Children”, che proprio di recente è stata espulsa dalla Striscia di Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;">Indipendentemente dagli sviluppi delle indagini e dalla vicenda giudiziaria che seguirà, vogliamo chiarire alcuni aspetti politici per noi fondamentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Hamas è considerata un’organizzazione terroristica da meno di 40 paesi al mondo. Tra questi ci sono Israele, gli USA e l’UE. Da comunisti siamo molto lontani dall’ideologia di Hamas e dal suo progetto politico. Sappiamo bene però che Hamas è una forza politica che tanti palestinesi considerano un riferimento; è un partito politico che ha governato la Striscia di Gaza negli ultimi decenni.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio per questo, tra l’altro, è del tutto normale che le organizzazioni umanitarie operanti sul campo mantengano forme di interlocuzione e di contatto con chi gestisce la sanità e i servizi pubblici, come avviene in qualsiasi paese del mondo. Utilizzare questo argomento per bollare come “terroristico” l’invio di fondi per aiuti umanitari alle popolazioni è del tutto arbitrario. Un’accusa di terrorismo sta in piedi solo se e quando si dimostra la complicità nell’organizzazione di attentati terroristici. Le autorità italiane questo lo sanno bene, ma il governo preferisce incassare i risultati del clamore mediatico immediato.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi consideriamo inaccettabili tutte le azioni terroristiche contro la popolazione civile, a differenza dei governi europei che difendono il terrorismo dello Stato israeliano. Ma sappiamo bene che l’accusa di “terrorismo” agitata da Israele, dagli USA e dall’UE mira a cancellare una grande verità: che la storia della lotta armata in Palestina – che non nasce affatto con Hamas – ha alla base il principio della legittimità della resistenza di un popolo occupato contro una forza di occupazione, principio riconosciuto anche dall’ONU e dal diritto internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il centro-sinistra del “campo largo” autoproclamatosi “progressista”, che non riconosce questo principio e anzi ne prende le distanze, si ritrova oggi a balbettare e a prestare il fianco a questa operazione giudiziaria e mediatica. Un’operazione del governo che ha un obiettivo chiarissimo: bollare come criminale e terroristica la solidarietà alla Palestina. Contro questa narrazione velenosa ci battiamo e continueremo a batterci.</p>
<p style="text-align: justify;">La lotta al fianco del popolo palestinese è giusta e necessaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Criminale è lo Stato di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">Terrorista è chi difende un genocidio.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;</p>
<p style="text-align: justify;">Ufficio Politico FC</p>
<p style="text-align: justify;">Segreteria nazionale FGC</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Solidarietà al FGC dalle gioventù comuniste d&#8217;Europa (MECYO). La lotta per la Palestina non è antisemitismo.</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Nov 2025 20:15:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FGC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una grande solidarietà al FGC arriva dalle gioventù comuniste di tutta Europa, che denunciano la campagna diffamatoria lanciata dai media e dal governo italiano controla nostra organizzazione dopo la contestazione a Emanuele Fiano. Di seguito il testo della dichiarazione sottoscritta da 16 organizzazioni durante il 19° Incontro Europeo delle Gioventù Comuniste (MECYO), che si è]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;" dir="auto"><em>Una grande solidarietà al FGC arriva dalle gioventù comuniste di tutta Europa, che denunciano la campagna diffamatoria lanciata dai media e dal governo italiano controla nostra organizzazione dopo la contestazione a Emanuele Fiano. Di seguito il testo della dichiarazione sottoscritta da 16 organizzazioni durante il 19° Incontro Europeo delle Gioventù Comuniste (MECYO), che si è riunito a Londra pochi giorni fa.</em></div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">&#8212;</div>
</div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Solidarietà al FGC. La lotta al fianco della Palestina non è antisemitismo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il 19° MECYO esprime la sua solidarietà con il FGC (Italia), che proprio in questi giorni è preso di mira da una violenta campagna politica lanciata dal governo italiano, dai partiti borghesi e dai media, per aver contestato un ex parlamentare italiano, membro di un’associazione chiamata “Sinistra per Israele”, nell’Università di Venezia.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa campagna diffamatoria, che tenta di dipingere artificialmente il FGC come una organizzazione antisemita, utilizza gli stessi pretesti già visti in altri paesi europei, dove l’equiparazione della critica a Israele con l’antisemitismo è stata utilizzata per introdurre leggi che perseguitano la solidarietà con il popolo palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Organizzazioni Giovanili Comunista d’Europa riaffermano i valori dell’internazionalismo proletario e la loro opposizione a ogni forma di razzismo e xenofobia, alle visioni reazionarie del fascismo e dell’antisemitismo. Siamo al fianco della gioventù di tutta Europa che si è mobilitata contro la complicità dei propri governi nel genocidio del popolo palestinese, per il diritto dei palestinesi di vivere liberi dall’oppressione e dall’occupazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Organizzazioni firmatarie:</em></p>
<ul>
<li>Gioventù Comunista d’Austria (KJÖ)</li>
<li>Lega della Gioventù Comunista (YCL), Regno Unito</li>
<li>Gioventù Socialista del Partito Socialista dei Lavoratori di Croazia (MS)</li>
<li>Organizzazione della Gioventù Democratica Unita (EDON), Cipro</li>
<li>Unione della Gioventù Comunista (KSM), Repubblica Ceca</li>
<li>Movimento dei Giovani Comunisti di Francia (MCJF)</li>
<li>Gioventù Socialista Operaia Tedesca (SDAJ)</li>
<li>Gioventù Comunista di Grecia (KNE)</li>
<li>Movimento della Gioventù “Connolly” (CYM), Irlanda</li>
<li>Gioventù del Partito dei Lavoratori (WPY), Irlanda</li>
<li>Movimento della Gioventù Comunista (CJB), Paesi Bassi</li>
<li>Lega della Gioventù Comunista Rivoluzionaria (bolscevica), RKSM(b), Russia</li>
<li>Collettivi dei Giovani Comunisti (CJC), Spagna</li>
<li>Giovani Comunisti di Catalogna (JCC), Spagna</li>
<li>Gioventù Comunista di Svezia (SKU), Svezia</li>
<li>Gioventù Comunista di Turchia (TKG)</li>
</ul>
<p><iframe id="_pericles_content_iframe" style="position: absolute; top: -99px; left: 0px; width: 50px; height: 26px; background: transparent; overflow: visible; margin-top: -30px; transition: top 2s ease-in-out; z-index: 2147483647; border: none; padding: 0px;" width="320" height="240"></iframe></p>
<p><iframe id="_pericles_content_iframe" style="position: absolute; top: 0px; left: 0px; width: 50px; height: 26px; background: transparent; overflow: visible; margin-top: -30px; transition: top 2s ease-in-out; z-index: 2147483647; border: none; padding: 0px;"></iframe></p>
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		<title>SI È ROTTO UN ARGINE. ORA CI SERVE ORGANIZZAZIONE</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Oct 2025 11:09:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FGC</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati]]></category>
		<category><![CDATA[Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[4 ottobre]]></category>
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		<description><![CDATA[SI È ROTTO UN ARGINE. ORA CI SERVE ORGANIZZAZIONE. Dichiarazione dell’Ufficio Politico del FC e della Segreteria nazionale del FGC sulla grande mobilitazione per la Palestina in Italia. Scarica il PDF del comunicato Un&#8217;infinità di gocce può cadere in un bicchiere senza conseguenze, ma una singola goccia, pur cadendo esattamente come le altre, alla fine ne]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>SI È ROTTO UN ARGINE. ORA CI SERVE ORGANIZZAZIONE.</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong></strong><em>Dichiarazione dell’Ufficio Politico del FC e della Segreteria nazionale del FGC sulla grande mobilitazione per la Palestina in Italia.</em></p>
<p style="text-align: left;"><a title="Pdf del comunicato" href="https://www.gioventucomunista.it/wp-content/uploads/2025/10/comunicato-ottobre-palestina.pdf">Scarica il PDF del comunicato</a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;infinità di gocce può cadere in un bicchiere senza conseguenze, ma una singola goccia, pur cadendo esattamente come le altre, alla fine ne fa tracimare il contenuto. In Italia nell’ultimo mese si è rotto un argine.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia è stata attraversata da enormi mobilitazioni popolari in sostegno del popolo palestinese e contro la complicità del governo italiano nel genocidio a Gaza. Il FC e il FGC sono stati parte attiva di questo movimento, con un forte investimento militante nelle mobilitazioni di tutto il corpo delle nostre organizzazioni. Ad oggi, mentre il governo italiano sostiene il progetto di trasformazione di Gaza in un protettorato degli USA e sono in corso i negoziati di tregua, le mobilitazioni stanno continuando.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>1.      </strong><strong>Una mobilitazione radicale contro il governo complice del genocidio</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Almeno due sono i grandi meriti di questo ciclo di mobilitazioni sul piano politico. Primo, <strong>l’aver espresso e mantenuto, anche nell’adesione spontanea di milioni di persone, una radicalità che va ben oltre le posizioni del cosiddetto “campo largo”</strong> del centro-sinistra. Questo movimento ha preso di mira direttamente il governo Meloni e la sua complicità nel genocidio di Gaza, non appiattendosi sul piano della solidarietà umanitaria, denunciando apertamente la condotta del governo e la cooperazione politica, economica e commerciale dell’Italia con Israele e rifiutando apertamente l’ipocrisia delle narrazioni mediatiche che chiedono la “condanna del terrorismo” come un prerequisito per parlare di Palestina e che bollano come tale la resistenza e le organizzazioni politico-militari palestinesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche grazie a questo movimento, c’è oggi un significativo spostamento a sinistra del baricentro di ciò che si può dire nelle piazze, in televisione e nel dibattito pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi elementi non potevano essere dati per scontato. Come è noto, questo ciclo di mobilitazioni è stato innescato da una combinazione di elementi. Innanzitutto, <strong>la</strong> <strong><em>Global Sumud Flotilla</em>, iniziativa internazionale che ha ricevuto una notevole attenzione mediatica grazie alla copertura politica offerta dalle socialdemocrazie europee</strong>. Questa iniziativa internazionale è avvenuta in concomitanza con <strong>una dinamica politica tutta italiana, e cioè la discesa in campo del centro-sinistra in Italia</strong>, dopo due anni di colpevoli tentennamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo contesto si è inserita la forza dell’<strong>appello alla lotta di classe lanciato dal Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali della città di Genova con la parola d’ordine “BLOCCHIAMO TUTTO”</strong> durante la grande manifestazione cittadina del 30 agosto, che ha visto l’adesione della sindaca di Genova Silvia Salis.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi due elementi hanno aperto una fase di mobilitazione nuova, con numeri e potenziale significativamente superiori ai mesi precedenti. L’appello del CALP ha innescato un effetto domino che ha portato al riuscitissimo sciopero generale del 22 settembre lanciato dall’USB, con piazze oceaniche in tutta Italia. A seguire, ci sono state la risposta popolare immediata all’attacco di Israele contro la <em>Sumud Flotilla</em> nella sera del 1° ottobre, con tre giornate consecutive di grandi manifestazioni, la riuscita dello sciopero generale del 3 ottobre, al quale la CGIL si è trovata costretta ad aderire per la pressione dei propri lavoratori, e la manifestazione nazionale del 4 ottobre, con più di un milione di persone in corteo a Roma.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>2.      </strong><strong>Il peso della classe operaia e il carattere popolare della mobilitazione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo, non per importanza, va perciò sottolineato <strong>il peso della classe operaia e dei sindacati </strong>nella costruzione dello sciopero. Questo ciclo di mobilitazioni è nato attorno all’iniziativa, alle indicazioni e alle date di mobilitazione e di sciopero decise da organizzazioni sindacali e da settori della classe operaia combattivi. In questo frangente, la convocazione di giornate di sciopero generali ha<strong> superato la ritualità </strong>e ha imposto nel dibattito italiano la concretezza del blocco della produzione, della logistica, delle navi israeliane nei porti, etc. L’adesione allo sciopero, assolutamente straordinaria in alcuni settori, ha restituito la<strong> percezione dello sciopero dei lavoratori come arma credibile e necessaria</strong>. Nel contesto italiano di debolezza relativa del movimento operaio e sindacale, anche questo non era affatto un dato scontato, che va coltivato e rafforzato con tutti gli sforzi possibili.<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dall’altro lato, non bisogna tenere fuori dal quadro che le grandi mobilitazioni e lo sciopero hanno interessato principalmente le grandi città. Nell’Italia del divario Nord-Sud e in cui gran parte della popolazione vive al di fuori delle aree metropolitane, si ripropone con forza il tema della differenza tra città e provincia/campagna e dei differenziali di coscienza politica e di classe tra i diversi contesti.<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;">In aggiunta a queste considerazioni, si può rilevare una componente generazionale significativa, con la presenza di centinaia di migliaia di giovani, che certifica un’inversione di tendenza nella partecipazione politica giovanile, che in parte veniva già suggerita dalla distribuzione del voto giovanile nelle recenti tornate elettorali.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>3.      </strong><strong>La postura del governo Meloni contro le mobilitazioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La difesa del governo israeliano da parte del governo Meloni ha assunto spesso la forma di riproduzione sistematica e acritica delle veline della propaganda sionista, arrivando senza troppi problemi alla negazione stessa del genocidio. Questo atteggiamento, insieme agli attacchi diretti alle manifestazioni, ha svolto sicuramente un ruolo nello spingere verso la disponibilità diretta alla mobilitazione un’ampia fascia di lavoratori e di gioventù che già esprimevano una crescente insofferenza o opposizione su un piano prettamente virtuale. È un aspetto da sottolineare e che conferma le valutazioni sullo spazio di lotta che si sarebbe aperto in questi anni di governo Meloni e ci dà la consapevolezza che le mobilitazioni, probabilmente, non avrebbero assunto questa dimensione di fronte ad un governo di centro-sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il governo italiano si è trovato fortemente in difficoltà dinanzi a quelle che sono diventate le più grandi manifestazioni per la Palestina in Europa</strong>. Non a caso, ha mantenuto una postura fortemente aggressiva nei confronti degli scioperi e della mobilitazione, con dichiarazioni come quella sul “weekend lungo” o la retorica vittimista sul “clima di odio contro il governo”. L’autorità garante ha definito “illegittimo” lo sciopero del 3 ottobre. Lo Stato italiano non ha prestato assistenza ai cittadini italiani presenti sulla <em>Global Sumud Flotilla</em> e arrestati in Israele, che hanno denunciato trattamenti degradanti e torture. I media vicini al governo hanno cercato di occultare o distogliere l’attenzione dall’enorme partecipazione alle mobilitazioni, sostenendo le posizioni del governo e costruendo la narrazione di un crescente “clima di violenza”, incentrata attorno a episodi irrilevanti avvenuti in alcune città. In questo contesto, nei giorni successivi al 4 ottobre, è stata calendarizzata al Senato italiano la discussione di un disegno di legge “contro l’antisemitismo”, che ha il chiaro obiettivo di criminalizzare la mobilitazione per la Palestina equiparandola all’odio anti-ebraico.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>4.      </strong><strong>La necessità di un riferimento politico organizzato</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo contesto di forte contrapposizione con il governo italiano, ci sentiamo di affermare che <strong>il principale limite di questo movimento sta oggi nell’impossibilità per i larghi settori che sono entrati in mobilitazione di identificarsi in un chiaro riferimento politico organizzato, alternativo al “campo largo” e all’idea socialdemocratica dell’amministrazione “umana” del capitalismo. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">È un dato di fatto che questo ciclo di mobilitazioni e la grande adesione spontanea di massa sono nati <strong><em>al di fuori</em> del cosiddetto “campo largo”</strong> della socialdemocrazia in Italia, costituito oggi dall’alleanza tra il Partito Democratico (PD), il Movimento Cinque Stelle (M5S) e la Alleanza Verdi-Sinistra (AVS). Da mesi <strong>queste forze politiche cercano di presentarsi come “pro-pace”</strong> e come “amici” del popolo palestinese, per pure finalità elettorali e propagandistiche, con grandi contraddizioni rispetto alla loro condotta effettiva e alle loro posizioni reali. Ad oggi, tuttavia, <strong>non riescono ancora a presentarsi come il riferimento del movimento di solidarietà alla Palestina</strong>. La CGIL, la cui direzione ha rappresentato il punto debole del “campo largo”, nel non voler compiutamente portare sul terreno dello scontro interno l’attenzione generata dalla Global Sumud Flotilla e dalle iniziative ad essa connesse, si è trovata costretta ad inseguire il sindacalismo di base nella convocazione di uno sciopero, anche per la forte pressione interna da parte dei propri lavoratori iscritti, che hanno spinto per la mobilitazione dopo le batoste dei referendum sul lavoro dello scorso giugno e dello sciopero del 22 settembre.</p>
<p style="text-align: justify;">Il “campo largo” tenta e tenterà di intestarsi elettoralmente il risultato delle piazze oceaniche di queste settimane. Allo stato attuale, non ci stanno ancora riuscendo. I media vicini al centro-sinistra cercano di fare la loro parte, con articoli stucchevoli sulle “rivoluzioni della gen Z”, con una narrazione idealistica totalmente artificiale che accomuna arbitrariamente fenomeni politici diversissimi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, nonostante il centro-sinistra non abbia vita facile, siamo consapevoli che l’assenza di un partito comunista riconosciuto nella capacità di indirizzo del movimento operaio-popolare in Italia lascia inevitabilmente scoperto il terreno. Se questa situazione non cambia, l’unico sbocco che resta per una grande mobilitazione spontanea è di essere assorbita all’interno del sistema politico borghese.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>5.      </strong><strong>Il dibattito sulla “rappresentanza” del movimento</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questi giorni, alcune riflessioni vengono proposte da più parti, con legittimi tentativi e proposte diverse su come dare una “rappresentanza politica” a questo movimento. Da un lato, alcuni settori propongono percorsi di “reti” e assemblee territoriali, con l’ambizione di presentarsi come i “referenti” del movimento, o del “brand” della Flotilla. Altri, come Potere al Popolo, lanciano assemblee più prettamente “politiche”, con l’obiettivo esplicito di rilanciare aggregazioni politico-elettorali, anche in vista delle elezioni politiche del 2027.</p>
<p style="text-align: justify;">In relazione a tutte queste proposte, vogliamo evidenziare <strong>tre problemi fondamentali</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo, è che <strong>non si può costruire a posteriori ciò che, purtroppo, non si è fatto in piazza, nel cuore stesso delle mobilitazioni, quando si aveva l’opportunità di farlo</strong>. Gli scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre, così come la manifestazione del 4 ottobre, sarebbero stati una finestra straordinaria per sancire la nascita di nuovi rapporti di forza sul piano politico e sindacale, per affermare il protagonismo di un’area politica e affermarsi come riferimento politico di classe alle masse accorse in quella piazza, in un contesto dove il centro-sinistra non aveva né la legittimità né la direzione di quel movimento. Tutto questo non è stato fatto, e ancora oggi si rischia di “perdere il treno”.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso, <strong>queste giornate non hanno affatto “superato” o “spazzato via” i limiti decennali del movimento di classe in Italia, come alcuni hanno scritto. Tutto l’opposto: li hanno riconfermati tutti, uno per uno</strong>. Con le varie asimmetrie nel peso a livello locale delle varie organizzazioni politiche e sindacali, molto spesso le manifestazioni sono state gestite riproponendo pratiche e le concezioni movimentiste ormai stantie, con una postura minoritaria e priva di ambizione politica, nonostante i numeri in piazza imponessero un salto di qualità. Nessuna forza politica alternativa al campo largo è riuscita a proporsi come riferimento reale di quelle piazze. Nell’ubriacatura di ritrovarsi in manifestazioni di quella rilevanza numerica dopo tanto tempo, in pochissimi si sono posti il problema di dover parlare a quella maggioranza di partecipanti che era in piazza senza legami di organizzazione, o il problema delle forme delle manifestazioni, ad esempio di montare palchi e tenere comizi organizzati. Questo aspetto è stato largamente ignorato. Discussioni e confronti sul “cosa fare” rispetto a forme e percorsi dei cortei sono rimasti legati all’abitudine di dover cercare il modo di fare notizia, anche quando la notizia era già data dalla partecipazione di massa. <strong>Una potenzialità sprecata</strong> che, ancora, lascia libero uno spazio che in assenza d’altro sarà riconquistato dal centro-sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il secondo problema è che non si può pensare che la rappresentanza e la sedimentazione di un movimento in una forma organizzata si possano esaurire nell’autoproclamazione, nei coordinamenti tra strutture militanti già esistenti, o nell’adozione artificiale di un “brand”</strong> come quello della Flotilla, sulla falsariga di ciò che alcuni hanno già tentato in passato con il <em>Fridays for Future</em>. I settori che avanzano proposte di questo tipo – più o meno dichiaratamente – sottovalutano o ignorano il fatto che l’ampia partecipazione di massa a movimenti come quello delle scorse settimane non è mediata e non dipende dal legame organico di queste masse con le strutture organizzate del mondo politico e sindacale. Non può prescindere dalle indicazioni delle organizzazioni politiche e sindacali, che portano la responsabilità di avanzare proposte che contribuiscano a mantenere in vita il movimento, ma rimane largamente non organizzata. Un coordinamento tra collettivi e strutture militanti può adottare il nome di un movimento di massa, ma l’esperienza di questi anni dimostra che questo non basta a determinare e rilanciare nuove mobilitazioni, che rispondono principalmente agli aspetti di battaglia politica e alla loro percezione diffusa.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>6.      </strong><strong>L’urgenza della ricostruzione comunista</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il terzo problema, a nostro avviso, costituisce la vera questione di fondo, e continua a essere la questione del partito</strong>. Da anni, in Italia, esistono discussioni e tentativi di costruire una nuova forza politica “a sinistra” capace di superare la soglia dell’irrilevanza politica ed elettorale. In questo contesto, come è noto, il FC e il FGC sono impegnati da anni in una dura lotta politico-ideologica contro i settori che promuovono e ripropongono ciclicamente il tentativo di costruzione in Italia di una nuova socialdemocrazia nella forma della c.d. “sinistra radicale”, legata al Partito della Sinistra Europea e al gruppo europeo “The Left” (ai quali fanno riferimento, tra l’altro, sia AVS che i Cinque Stelle). A tutt’oggi la situazione appare ancor più paradossale di dieci anni fa, perché in campo ci sono diversi partiti (M5S, AVS, PAP, PRC) che si presentano in Italia come alternativi l’uno all’altro, mentre adottano gli stessi riferimenti internazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Rispetto a questo tema, dinanzi al grande potenziale delle mobilitazioni delle scorse settimane che ha dimostrato la forza e le potenzialità della classe operaia in un paese importante come l’Italia, sentiamo di rilanciare con forza la prospettiva della <strong>costruzione in Italia di un partito comunista moderno, serio, credibile, organizzato per essere all’altezza delle sfide del XXI secolo</strong>. Un partito del genere è una conquista e un obiettivo irrinunciabile, per dare alle masse coscienza e organizzazione, e riaprire la prospettiva della lotta per la presa del potere politico dei lavoratori, per il socialismo. <strong>Se ci fosse oggi in Italia un partito di questo tipo</strong>, non solo i rapporti di forza nella società, ma <strong>anche solo gli sbocchi di un grande movimento popolare come quello di questi giorni sarebbero enormemente maggiori</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>7.      </strong><strong>Gli sviluppi in Palestina e le prospettive della lotta in Italia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In ultimo, si pone oggi la questione di <strong>come</strong> <strong>dare continuità al grande movimento popolare di queste settimane</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">La situazione in Palestina è in rapida evoluzione, ma appare già chiaro che <strong>tutte le ragioni della mobilitazione in Italia al fianco della lotta palestinese restano valide e attuali</strong>. Non cambia la condotta dell’Italia, che si è distinta come uno dei paesi più ferocemente schierati dalla parte di Israele e del governo di Netanyahu dopo gli USA e oggi sostiene apertamente il piano di Trump. Gli accordi economici e militari non sono stati rescissi, l’Italia rimane il terzo fornitore di armi ad Israele e continua la compravendita di armi e tecnologie militari. In occasione della partita di qualificazione al Mondiale Italia-Israele del 14 ottobre è stato dato ampio mandato al Mossad per operare a Udine di fronte alla manifestazione che contestava lo svolgimento della partita. L’ENI non ha messo in discussione l’interesse nell’ottenere da Israele lo sfruttamento delle risorse energetiche nelle acque territoriali palestinesi al largo di Gaza. La Presidente del Consiglio Meloni ha voluto partecipare in prima persona alle trattative a Sharm El-Sheik, con contestuale umiliazione da parte di Trump, rappresentando perfettamente il livello a cui il governo italiano si sta spendendo per assicurare ai costruttori italiani una fetta della torta nella spartizione della speculazione sulla “ricostruzione” di Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;">A partire dal peso di quest’ultima questione, quelli citati sono tutti elementi per cui bisogna continuare a lottare e su cui continuare ad investire le energie necessarie in termini di agitazione, anche in relazione a quei settori maggiormente mossi dalla pura dimensione umanitaria del genocidio, che corrono il rischio di smobilitarsi di fronte ad una propaganda mistificatoria sulle trattative in corso. Si tratta già di un terreno di potenziale aggregazione e organizzazione di quanti stanno rimanendo consapevoli di tutto questo.</p>
<p style="text-align: justify;">Una tregua fragile, già violata da nuove stragi israeliane, fa oggi da sfondo a una proposta di “accordo” in cui restano in piedi tutti i presupposti che sono alla vera origine del 7 ottobre e di ciò che è susseguito, mentre si garantisce l’impunità a Israele dopo due anni di genocidio. Il blocco criminale della striscia di Gaza resta in piedi e non viene messo in discussione, mentre gli USA e i paesi UE e NATO sostengono apertamente la trasformazione della striscia di Gaza in un protettorato statunitense, con piena garanzia degli interessi dei monopoli dell’energia e della speculazione immobiliare. Non si mette in discussione l’occupazione illegale della Cisgiordania, mentre Israele mantiene in carcere importanti leader palestinesi come Ahmad Sa’adat o Marwan Barghouthi, con il preciso intento di porre il maggior numero possibile di ostacoli alla nascita di uno Stato palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciò che oggi viene “offerto” ai palestinesi dall&#8217;imperialismo è infinitamente meno di ciò che sarebbe il minimo ristabilimento della cosiddetta “legalità internazionale”, e cioè il ritiro di Israele nei confini riconosciuti dalle Nazioni Unite, con la nascita e il riconoscimento effettivo di uno Stato palestinese indipendente e sovrano nei confini del 1967, con Gerusalemme Est come capitale</strong>. Siamo ben consapevoli che anche in questo scenario resterebbero aperte tante questioni, a partire da quella dell’effettiva possibilità del diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Ciò nonostante, è opportuno e necessario evidenziare <strong>l’ipocrisia degli USA e dell’UE, che parlano di “due popoli, due Stati” mentre continuano ad accettare che Israele impedisca la nascita di uno Stato palestinese</strong>, sapendo bene che la sua assenza e il suo mancato riconoscimento legittima e rafforza ogni giorno l’occupazione e la colonizzazione dei territori. Le ragioni della lotta dei palestinesi restano tutte sul tavolo, incluse quelle della resistenza armata, che è un diritto inalienabile dei popoli vittima di un’occupazione.</p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>8.      </strong><strong>Dare slancio alla mobilitazione contro il governo FDI-Lega-FI e la legge di bilancio</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo, in Italia, il Documento Programmatico di Finanza Pubblica varato dal Consiglio dei ministri anticipa i lineamenti fondamentali di <strong>una legge di bilancio 2026 che sarà imperniata attorno all’austerità e al riarmo</strong>, con una serie di misure spot dall’impatto minimo adottate per coprire il combinato disposto tra i vincoli del Patto di Stabilità e l’incremento vertiginoso delle spese militari per rispettare gli impegni assunti con la NATO e con il piano ReArm Europe dell’UE, con il passaggio dagli attuali 35 miliardi di spesa annuale ai 130 previsti nel 2035.</p>
<p style="text-align: justify;">Una prima data con cui bisogna misurarsi è la <strong>manifestazione nazionale lanciata dalla CGIL per sabato 25 ottobre a Roma</strong>. La CGIL la pone come centro della propria iniziativa di opposizione alla manovra, rilanciando anche la contestuale solidarietà alla causa palestinese, mancando ancora una volta però nel dare un’indicazione chiara rispetto alla prospettiva di un nuovo sciopero generale. I limiti di questa iniziativa sono intrinsecamente legati agli sforzi del centro-sinistra di intercettare il movimento popolare di queste settimane e di incanalarlo nel sostegno all’opposizione parlamentare oggi esistente. Tuttavia, dobbiamo anche essere consapevoli che un’ampia mobilitazione di massa in quella giornata può essere riconosciuta come un fatto politico e un momento di partecipazione che può potenzialmente dare benzina al grande movimento popolare delle scorse settimane e raccogliere l’adesione di settori molto più ampi di quelli tradizionalmente mobilitati da una chiamata dei vertici della CGIL.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La vera sfida, tuttavia, resta quella di rilanciare, nei prossimi mesi, lo sciopero generale contro il governo e la legge di bilancio, contro i piani di riarmo, contro la guerra imperialista e la persistente complicità dell’Italia nell’oppressione dei palestinesi</strong>, incanalando il più possibile la grande mobilitazione di massa sul terreno della lotta politica generale. Non si tratta di una prospettiva astratta, ma al contrario di un processo in cui già è impegnata l’USB e verso cui si può raggruppare la partecipazione del sindacalismo di base e conflittuale.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo contesto, <strong>riteniamo che le forze del movimento di classe e i sindacati più combattivi abbiano la responsabilità di non abbandonare il terreno della manifestazione del 25 ottobre</strong>, ma di utilizzarlo per incalzare la CGIL e i lavoratori che si mobiliteranno con essa sul tema dello sciopero e della lotta al governo, facilitando anche la <strong>prosecuzione delle mobilitazioni verso un nuovo sciopero generale nelle settimane successive</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Esistono tante forme per fare questo, come la costruzione unitaria di un blocco politico-sindacale dalla forte caratterizzazione politica all’interno di quella manifestazione, oppure l’indizione di un concentramento alternativo per confluire in corteo nella manifestazione, con l’obiettivo di non separare i settori più avanzati della classe operaia da quelli organizzati all’interno del sindacalismo confederale “tradizionale”. Sulla base di ciò che effettivamente si produrrà nei prossimi giorni, il FC e il FGC valuteranno l’entità e la misura della partecipazione militante a quella manifestazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre questo primo momento, <strong>il nostro impegno sarà completamente rivolto a dare il nostro contributo alla costruzione dello sciopero generale</strong>, con l’impegno militante di tutte le nostre compagne e i nostri compagni nei luoghi di lavoro, indipendentemente dall’adesione sindacale. Parteciperemo attivamente a tutti i momenti di confronto e assemblea che possano veicolare questa prospettiva come prossimo passaggio irrinunciabile per mantenere attivo e combattivo il movimento popolare che abbiamo visto nelle ultime settimane. In questa ottica, <strong>è fondamentale che non ci sia dispersione delle forze e che tutto il sindacalismo di base e conflittuale converga su un’unica data di sciopero</strong>, cercando di replicare le condizioni sindacali hanno portato allo sciopero del 3 ottobre, attorno alla corretta scelta in prima battuta da parte dell’USB sullo sciopero del 22 settembre e ad un giusto collegamento con le richieste e aspirazioni più combattive dei lavoratori della CGIL che a quello sciopero volevano aderire.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle prossime settimane, l’indicazione che diamo è quella di tenere alto il più possibile il livello di agitazione politica in ogni città, luogo di lavoro, scuola, università. Parteciperemo attivamente alle mobilitazioni che continuano ad essere all’ordine del giorno in varie città. Manterremo costante l’impegno nell’indicare la prospettiva di un nuovo sciopero generale contro manovra, riarmo e complicità del governo nel genocidio come passaggio fondamentale e irrinunciabile per le mobilitazioni. Ci spenderemo per rafforzare il raggruppamento attorno alle giuste parole d’ordine nella lotta, che sono inevitabilmente inconciliabili con la prospettiva del “campo largo”. Daremo tutti i nostri sforzi per mantenere alta l’attenzione su quello che accade in Palestina, per essere in grado di trasmettere immediatamente gli impulsi di lotta necessari in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni giorno, ogni settimana in più di mobilitazione produce passi avanti nella sedimentazione della forza che spazzerà via il vecchio mondo. <strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si è rotto un argine. Ma serve costruire la forza che può organizzare e dirigere il fiume in piena. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Non c’è vittoria, non c’è conquista, senza un grande partito comunista».</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;">Ufficio Politico del CC del Fronte Comunista (FC)</p>
<p style="text-align: justify;">Segreteria nazionale del Fronte della Gioventù Comunista (FGC)</p>
<p style="text-align: justify;"><iframe id="_pericles_content_iframe" style="position: absolute; top: -99px; left: 0px; width: 50px; height: 26px; background: transparent; overflow: visible; margin-top: -30px; transition: top 2s ease-in-out; z-index: 2147483647; border: none; padding: 0px;" width="320" height="240"></iframe></p>
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		<title>Sulle elezioni regionali dell’autunno 2025. Una posizione comunista</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Sep 2025 07:49:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FGC</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Nazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[Sulle elezioni regionali dell’autunno 2025. Una posizione comunista Comunicato dell’UP del Fronte Comunista e della Segreteria nazionale del FGC Le elezioni regionali che si avvicinano saranno un banco di prova non solo per le forze di governo nazionali e regionali, ma soprattutto per il tentativo del centro-sinistra di articolare elettoralmente il cosiddetto “campo largo”, cioè]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Sulle elezioni regionali dell’autunno 2025. Una posizione comunista</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Comunicato dell’UP del Fronte Comunista e della Segreteria nazionale del FGC</em></p>
<p style="text-align: justify;">Le elezioni regionali che si avvicinano saranno un banco di prova non solo per le forze di governo nazionali e regionali, ma soprattutto per il tentativo del centro-sinistra di articolare elettoralmente il cosiddetto “campo largo”, cioè la stabile alleanza elettorale che va dal Partito Democratico all’Alleanza Verdi-Sinistra passando per il Movimento Cinque Stelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là di questa contingenza politica, va tenuto a mente che nell’odierno assetto costituzionale italiano che riconosce ampi poteri legislativi alle regioni, le elezioni regionali non sono mai un mero affare “locale” e non possono essere trattate come tali. Con questo criterio una forza comunista oggi deve affrontare la questione, nell’ambito della propria strategia politica generale.</p>
<p style="text-align: justify;">Le imminenti elezioni nelle Marche (28-29 settembre), in Calabria (5-6 ottobre) e Toscana (12-13 ottobre) vedono già il polarizzarsi delle alleanze di centro-destra e centro-sinistra, rispettivamente attorno alle candidature di Francesco Acquaroli e Matteo Ricci nelle Marche, Francesco Occhiuto e Pasquale Tridico in Calabria, di Carlo Giraldi ed Eugenio Giani in Toscana. Nella stessa direzione vanno le trattative per le elezioni in Campania, Veneto e Puglia, previste nel mese di novembre.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la sola eccezione della Valle d’Aosta, in cui pesano altre logiche locali, si conferma in tutte le regioni interessate dal voto la saldatura dell’alleanza tra PD, Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Dinanzi a questo scenario, <strong>siamo convinti che i comunisti debbano affermare e difendere la propria indisponibilità a prendere parte ai cosiddetti governi “di sinistra”, alle coalizioni “progressiste” di ispirazione socialdemocratica</strong> che, in nome della retorica sulla “opposizione alla destra”, vengono costruite senza nessun principio di classe né protagonismo dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esperienza degli ultimi decenni ha dimostrato che queste forze, tanto nei governi nazionali che in quelli regionali, possono arrivare a fare peggio della destra. Questo non perché sono “cattive”, ma semplicemente perché non si pongono su un piano realmente alternativo alla destra, rappresentando al più la “stampella sinistra” dell’amministrazione quotidiana del capitalismo e della sua ingiustizia, promuovendo l’illusione che questo sistema possa essere governato e amministrato in favore dei lavoratori e degli strati popolari senza metterne in discussione i fondamenti e i paletti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il vecchio argomento secondo cui non votando il centro-sinistra si fa il gioco delle destre risale agli anni del berlusconismo</strong>. Il suo risultato sono stati governi “di sinistra” che hanno votato il pacchetto Treu, la riforma del titolo V, l’autonomia scolastica, l’aggressione NATO alla Jugoslavia, il rifinanziamento delle missioni militari come quella in Afghanistan. È una polpetta avvelenata che i lavoratori italiani hanno già mangiato.</p>
<p style="text-align: justify;">I governi regionali non fanno differenza. Basterebbe menzionare, tra tutti, le responsabilità delle giunte di centro-sinistra nella svendita del porto di Goia Tauro o nella vicenda dell’Ilva di Taranto. <strong>Tutte le forze candidate nei due schieramenti condividono profonde responsabilità</strong> nell’aver gestito o compartecipato alle politiche regionali di dismissione della sanità pubblica, dei piani per il diritto allo studio, della svendita del patrimonio industriale in nome della difesa dei profitti capitalistici.</p>
<p style="text-align: justify;">Non siamo indifferenti o ignari del fatto che oggi l’operazione di ricostruzione di consenso elettorale attorno al “campo largo”, oltre che alla generica chiamata alle armi contro la destra, comprende in sé anche i tentativi del M5S e di AVS di intercettare da un lato il malcontento sulle questioni sociali e del lavoro, e dall’altro il vasto sentimento popolare contro la guerra imperialista, presentandosi come le forze “in favore della pace”. Sappiamo bene anche che esiste una enorme contraddizione tra il dire e il fare, o tra ciò che si urla nelle piazze e ciò che si scrive nei programmi o che si vota. Basti pensare che sia il M5S che AVS sono a favore dell’esercito comune europeo e della permanenza dell’Italia nella NATO, ma questi dettagli vengono convenientemente omessi dalle ragioni per cui esprimono “contrarietà” al piano “Rearm EU” di 800 miliardi della Commissione Europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che oggi esistano illusioni diffuse sul carattere del centro-sinistra, anche in settori a noi contigui, non ci autorizza a pensare che si possa sostenere “da sinistra” queste forze o alimentare queste illusioni nella ricerca dell’immediato ritorno elettorale. Riteniamo grave e non giustificabile la scelta del PRC che, in coerenza con la linea uscita vincitrice dal suo ultimo congresso, in alcune regioni sta presentando liste all’interno della coalizione di centro-sinistra, o esprimendo sostegno a candidati nelle liste di quella coalizione. Questa scelta, che ha come immediata conseguenza l’accostamento della falce e martello al PD e ai suoi alleati, non rafforzerà i comunisti, né farà avanzare una prospettiva comunista nella società, né tantomeno “sposterà a sinistra” le forze del centro-sinistra. L’unica scelta che può pagare, nel lungo periodo, è quella della coerenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Discorso diverso meritano le liste che in alcune regioni si stanno organizzando “a sinistra” del campo largo, come sta avvenendo in Toscana o in Puglia, da parte di sigle che si richiamano alla tradizione comunista o della c.d. “sinistra di classe”. Come è noto, esistono divergenze politiche e strategiche tra noi e queste forze, e anche tra ciascuna di queste forze nei confronti degli altri. Non potrebbe non essere così, altrimenti si starebbe nello stesso partito. Ma non è questo il punto che vogliamo evidenziare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto di aprire una discussione seria sull’idea di una flessibilità tattica in materia elettorale potrebbe avere una sua dignità sulla base di una strategia chiara e senza cedimenti sui principi fondamentali. Ci sembra però che le coalizioni elettorali che vengono messe in campo non siano espressione di un reale protagonismo operaio-popolare, ma piuttosto la mera sommatoria di settori politici, senza un legame con le masse, per logiche che non vanno oltre la mera sopravvivenza e l’autorappresentazione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esperienza degli ultimi decenni, in cui gli sforzi profusi – anche da noi stessi – per presentare una falce e martello sulla scheda elettorale hanno avuto come principale risultato quello di evidenziare la marginalità politica dei comunisti in Italia, dovrebbero spingere a una seria riflessione collettiva su quanto sia opportuno o meno saltare da un appuntamento elettorale all’altro in assenza di una vera strategia per risolvere sul piano reale, prima che su quello della facciata elettorale, il problema della ricostruzione di una grande forza comunista in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">L’indicazione di voto che riteniamo di dare, in questo frangente, è quella dell’astensione in tutte le tornate elettorali.  Poiché abbiamo chiara la lezione leninista sui compiti dei comunisti anche nel terreno elettorale, ben lontani dall’astensionismo dei settori estremisti, riconosciamo tutti i limiti di questa indicazione di voto. Non porteremo avanti una campagna di massa per l’astensione, perché non la riteniamo utile a costruire un reale avanzamento nella coscienza della classe operaia e dei settori popolari.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo convinti che oggi esista l’urgenza di ricostruire una forza comunista credibile, di uscire dall’irrilevanza, di rendere riconoscibile e riconosciuto un partito comunista serio, moderno, organizzato, all’altezza delle sfide del nostro tempo. Questa partita, nelle condizioni attuali, non si gioca sul terreno elettorale e soprattutto non parte da questo. Anteporre il tatticismo esasperato e le alchimie elettorali prive di reale prospettiva a una riflessione strategica sul che fare, su come articolare realmente la costruzione di un partito d’avanguardia, è un errore che non siamo intenzionati a commettere. Tanto lavoro c’è da fare, e tanto resterà da fare anche all’indomani di queste elezioni regionali, da cui allo stato attuale non può emergere nessuna alternativa politica per i lavoratori e gli strati popolari. Ciò che spetta oggi fare ai comunisti è, come disse Gramsci a suo tempo, “rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ufficio Politico – Fronte Comunista (FC) &#8211; Segreteria Nazionale – Fronte della Gioventù Comunista (FGC)</p>
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		<title>21 GIUGNO IN PIAZZA A ROMA CONTRO IL RIARMO. COSTRUIAMO UN GRANDE SPEZZONE COMUNISTA CONTRO L’IMPERIALISMO E IL GENOCIDIO</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jun 2025 17:49:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FGC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[21 GIUGNO IN PIAZZA A ROMA CONTRO IL RIARMO. COSTRUIAMO UN GRANDE SPEZZONE COMUNISTA CONTRO L’IMPERIALISMO E IL GENOCIDIO Dichiarazione congiunta dell’Ufficio Politico del FC e della Segreteria Nazionale del FGC Il vertice NATO dell’Aia del prossimo 21 giugno vedrà in contemporanea a Roma una mobilitazione nazionale di diverse organizzazioni del movimento pacifista, dei sindacati]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>21 GIUGNO IN PIAZZA A ROMA CONTRO IL RIARMO. COSTRUIAMO UN GRANDE SPEZZONE COMUNISTA CONTRO L’IMPERIALISMO E IL GENOCIDIO </strong></p>
<p><em>Dichiarazione congiunta dell’Ufficio Politico del FC e della Segreteria Nazionale del FGC</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il vertice NATO dell’Aia del prossimo 21 giugno vedrà in contemporanea a Roma una mobilitazione nazionale di diverse organizzazioni del movimento pacifista, dei sindacati e dell’associazionismo di sinistra contro guerra, genocidio, riarmo e misure autoritarie.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra imperialista imperversa, subita dai popoli di tutto il mondo, a partire da quello palestinese. Israele continua l&#8217;offensiva nei territori palestinesi e, sostenuto da UE e USA, parla apertamente di occupare l&#8217;intera regione e di deportare i palestinesi, in violazione delle risoluzioni ONU e con il sostegno aperto del governo Meloni. La recente escalation a seguito dell’attacco “preventivo” di Israele all’Iran, con il bombardamento di diversi siti nucleari e militari e l’uccisione di esponenti di primo piano dell’esercito, oltre che di numerosi civili, sta trasformando ancora di più il Medio Oriente in una polveriera. Le dichiarazioni del governo di Netanyahu che quella con l’Iran è una guerra aperta e che ormai Gaza è diventato un fronte “secondario”, mostrano chiaramente il rischio reale di una generalizzazione del conflitto e di un&#8217;esplosione delle contraddizioni inter-imperialistiche che rischiano di trascinare i popoli della regione in un massacro senza fine.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo, in Europa, prosegue la guerra imperialista in Ucraina che vede la Russia confrontarsi con il blocco euroatlantico USA-UE-NATO. Dopo anni di propaganda sui “valori europei” da difendere, il reale carattere di questa guerra è reso oggi ancor più evidente dalle trattative spudorate che hanno per oggetto la spartizione dell’Ucraina, dei suoi territori e delle sue risorse energetiche e minerarie, sulla pelle dei popoli e dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify;">La ratifica da parte della Commissione UE del piano chiamato &#8220;Rearm Europe&#8221;, che prevede di destinare ulteriori 800 miliardi alla spesa militare, è un concreto segnale dell&#8217;escalation bellica. In Italia ciò significa aumentare le spese militari da 33 miliardi a 70 miliardi in quattro anni, tagliando fondi a sanità, istruzione, spesa sociale e creando debito i cui costi saranno scaricati sui lavoratori e sul popolo. Il DL “Sicurezza” e le altre misure repressive adottate dal governo hanno l’obiettivo di colpire gli scioperi e le manifestazioni contro queste politiche lacrime e sangue, per tagliare la testa a chi, invece, vuole alzarla.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo grave contesto, il rilancio della più ampia mobilitazione operaia e popolare contro la guerra, che abbia come protagonista la classe operaia di questo paese, è un’urgenza non rimandabile, assieme alla ricostruzione di un partito comunista moderno e all’altezza dei tempi.</p>
<p style="text-align: justify;">La presenza di due piazze a Roma nella giornata del 21 giugno – una indetta dall’area di Potere al Popolo, RdC, USB etc, l’altra convocata dalla piattaforma “STOP REARM EUROPE” che coinvolge ARCI, CGIL e mondo dell’associazionismo di sinistra –è un elemento estremamente negativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte all’attacco fortissimo del governo, alle operazioni della finta “opposizione” del centro-sinistra, al muro di gomma costruito dagli apparati mediatici e di informazione, l’unificazione delle mobilitazioni è un prerequisito – necessario e non sufficiente &#8211; per uscire dall’irrilevanza.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo contesto, dinanzi alla prospettiva di una mobilitazione più ampia come quella di settori della CGIL e dell’associazionismo “progressista”, è proprio alle forze più consapevoli della sinistra di classe e del sindacalismo conflittuale che si dovrebbe richiedere <em>la maturità di non separare la parte più cosciente e più avanzata dei lavoratori sindacalizzati dai settori più arretrati e immaturi.</em> Sostituire a questo principio quello della competizione tra le sigle – specie se appiattita sul piano sindacale – è un errore tattico non giustificabile in questa fase. È sulla base di questa valutazione che riteniamo un errore la scelta di alcuni settori di mantenere una piazza separata.</p>
<p style="text-align: justify;">Crediamo che porsi il problema della costruzione di questa ampia mobilitazione non significhi nascondere le differenze, né accettare passivamente che le forze del centro sinistra cerchino ipocritamente di ripulirsi la faccia dopo aver governato per anni sostenendo le peggiori leggi antipopolari. Faremmo un favore a quei partiti e a chi oggi propone una finta alternativa a questo governo, se come comunisti non contendessimo alle forze del campo avversario l’orientamento e la direzione politica nei contesti di mobilitazione di massa, come abbiamo visto in queste settimane.</p>
<p style="text-align: justify;">La partecipazione di decine di migliaia di persone che si mobilitano contro la guerra e il genocidio, gli scioperi dei lavoratori per il rinnovo dei contratti e accordi migliorativi  sono un segnale chiaro che in questo momento esiste lo spazio politico per innescare una ripresa della mobilitazione in larghi strati della classe operaia e nel popolo. Una forte presenza dei comunisti in tutte le mobilitazioni di massa è necessaria per portare avanti, all’interno della più generale lotta contro la barbarie del capitalismo, una posizione di rottura rispetto all’ipocrisia della finta opposizione e per dare ai milioni di lavoratori di questo paese una vera alternativa. Questa alternativa sono i comunisti, è il partito comunista.</p>
<p style="text-align: justify;">Unitamente al sostegno allo sciopero generale del 20 giugno, la proposta che avanziamo a tutti i compagni e le compagne è di scendere in piazza a Roma sabato 21 giugno per costruire assieme uno spezzone comunista nutrito, forte e riconoscibile per dire NO al riarmo europeo e al genocidio del popolo palestinese, per terminare qualsiasi forma di sostegno e complicità dell’Italia con lo stato criminale di Israele e le guerre imperialiste. Fermiamo il governo della guerra!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ROMA, H. 14.00 – PORTA SAN PAOLO</p>
<p><iframe id="_pericles_content_iframe" style="position: absolute; top: -99px; left: 0px; width: 50px; height: 26px; background: transparent; overflow: visible; margin-top: -30px; transition: top 2s ease-in-out; z-index: 2147483647; border: none; padding: 0px;" width="320" height="240"></iframe></p>
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		<title>REFERENDUM 8-9 GIUGNO. LA “RIVOLTA SOCIALE” NON È IL VOTO MA, LA LOTTA CONTRO RIARMO, GUERRA E GENOCIDIO</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jun 2025 08:08:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FGC</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[DICHIARAZIONE]]></category>
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		<description><![CDATA[REFERENDUM 8-9 GIUGNO. LA “RIVOLTA SOCIALE” NON È IL VOTO MA LA LOTTA CONTRO RIARMO, GUERRA E GENOCIDIO Dichiarazione congiunta dell&#8217;Ufficio Politico del Fronte Comunista e della Segreteria Nazionale del FGC &#160; Governo e padroni gioiscono del mancato raggiungimento del quorum al referendum. Lo fanno perché così le loro possibilità di sfruttamento e impunità rimangono]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>REFERENDUM 8-9 GIUGNO. LA “RIVOLTA SOCIALE” NON È IL VOTO MA LA LOTTA CONTRO RIARMO, GUERRA E GENOCIDIO</strong></p>
<p><em>Dichiarazione congiunta dell&#8217;Ufficio Politico del Fronte Comunista e della Segreteria Nazionale del FGC</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Governo e padroni gioiscono del mancato raggiungimento del quorum al referendum. Lo fanno perché così le loro possibilità di sfruttamento e impunità rimangono inviolate.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono diverse cose da dire. Un eventuale successo del referendum non sarebbe stato di per sé garanzia di avanzamento, ma avrebbe necessitato di essere imposto con la lotta. Il risultato dell&#8217;affluenza, purtroppo prevedibile, supera di poco la soglia del 30%. Su questa sconfitta pesa tutta la responsabilità del centro sinistra e delle dirigenze dei sindacati confederali che hanno promosso un referendum proponendo l&#8217;abrogazione di leggi che il PD stesso aveva approvato e contro cui l&#8217;opposizione dei sindacati confederali era stata minima. A chi oggi grida al tradimento dei lavoratori che “non sanno fare i loro interessi” o “votare bene” diciamo che bisogna avere l’onestà intellettuale di capire quali sono le ragioni profonde dell’astensione, di elevare la coscienza tra tutti gli sfruttati, e non consolarsi con un approccio classista e denigratorio che non fa altro che consegnare nelle braccia del nemico chi vorremmo invece conquistare alla lotta.</p>
<p style="text-align: justify;">Si è cercato di presentare il voto al referendum come la &#8220;rivolta sociale&#8221; contro il governo Meloni, anziché impegnarsi per riaccendere una stagione di lotte e di scioperi a partire dai posti di lavoro. Non basta darsi una pennellata di sinistra o dirsi, a parole, vicini ai lavoratori solo quando al governo c&#8217;è la destra: questo camuffamento non può mutare la natura profondamente antipopolare del PD e di tutto il centro sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Se da oggi la lotta di chi ogni giorno combatte per i lavoratori e gli oppressi sarà probabilmente più difficoltosa, la responsabilità è dei partiti di centro-sinistra e delle dirigenze sindacali che hanno, di fatto, fornito un enorme assist ai partiti di governo per accelerare ancora di più l&#8217;attacco ai lavoratori e tirare dritto su tutta una serie di misure, utili ai padroni, che chiedono per un lavoro ancora più precario, ricattabile e insicuro. Il governo Meloni esce rafforzato dall’esito di questo referendum: il dato elettorale non sarà solo usato dall’esecutivo per legittimarsi e stabilizzarsi ulteriormente, ma diventerà strumento, oggi e in futuro, per estromettere ancor di più dal dibattito pubblico qualsiasi discussione relativa alla necessità di garantire maggiori diritti sul lavoro e di contrastare precarietà e sfruttamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questa tornata di voto emergono due fatti molto chiari.</p>
<p style="text-align: justify;"> Il primo è che l&#8217;opposizione al governo della guerra, dello sfruttamento, della precarietà e della repressione non può essere affidata alla finta sinistra del PD e affini che si dimostrano incapaci di fare opposizione anche sul semplice terreno elettorale. Serve davvero sforzarci nella ricomposizione di un movimento di classe in grado di mettere al centro gli interessi dei lavoratori e del popolo.</p>
<p style="text-align: justify;"> Il secondo dato è che nonostante tutto, al di fuori di un ciclo di lotte operaie e popolari, senza una forte organizzazione e con una scarsa credibilità del centrosinistra sono andate a votare 12 milioni di persone, per lo più giovani, che dimostrano come ingiustizia, precarietà sfruttamento siano il pane quotidiano per milioni di persone. E di come esista una voglia genuina di combatterli. Tocca a noi trasformare questi voti in una vera rivolta sociale attraverso l&#8217;organizzazione, la lotta e la ricostruzione di un partito che sia davvero in grado di rappresentarne gli interessi contro le illusioni riformiste e il centrosinistra. Non asteniamoci dalla lotta: mandiamo a casa il governo Meloni!</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: right;">Roma, 10/06/2025</p>
<p><iframe id="_pericles_content_iframe" style="position: absolute; top: -99px; left: 0px; width: 50px; height: 26px; background: transparent; overflow: visible; margin-top: -30px; transition: top 2s ease-in-out; z-index: 2147483647; border: none; padding: 0px;" width="320" height="240"></iframe></p>
<p><iframe id="_pericles_content_iframe" style="position: absolute; top: 0px; left: 0px; width: 50px; height: 26px; background: transparent; overflow: visible; margin-top: -30px; transition: top 2s ease-in-out; z-index: 2147483647; border: none; padding: 0px;" width="320" height="240"></iframe></p>
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		<title>SUL REFERENDUM DELL’8-9 GIUGNO &#8211; Dichiarazione congiunta dell’Ufficio Politico del Fronte Comunista e della Segreteria Nazionale del FGC</title>
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		<pubDate>Wed, 21 May 2025 16:12:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FGC</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[cgil]]></category>
		<category><![CDATA[cittadinanza]]></category>
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		<category><![CDATA[referendum]]></category>

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		<description><![CDATA[SUL REFERENDUM DELL’8-9 GIUGNO Dichiarazione congiunta dell’Ufficio Politico del Fronte Comunista e della Segreteria Nazionale del FGC &#160; Domenica 8 e lunedì 9 giugno si vota per cinque referendum abrogativi, con i quali si propone di eliminare totalmente o modificare delle norme in materia di lavoro e cittadinanza. I quesiti riguarderanno i licenziamenti illegittimi, il limite]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>SUL REFERENDUM DELL’8-9 GIUGNO</strong></p>
<p><em>Dichiarazione congiunta dell’Ufficio Politico del Fronte Comunista e della Segreteria Nazionale del FGC</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li style="text-align: justify;"><strong>Domenica 8 e lunedì 9 giugno si vota per</strong> <strong>cinque referendum abrogativi</strong>, con i quali si propone di eliminare totalmente o modificare delle norme in materia di lavoro e cittadinanza. I quesiti riguarderanno i licenziamenti illegittimi, <strong>il limite dell’indennità per i licenziamenti nelle piccole imprese, i contratti a termine, la responsabilità dell’imprenditore committente in caso di infortuni e la cittadinanza. Nello specifico, la CGIL si è fatta promotrice in solido dei </strong>quesiti sul lavoro, che riguardano tra le altre cose l’abolizione del contratto a “tutele crescenti”, il ricorso indiscriminato ai contratti a termine &#8211; entrambi presenti nel Jobs Act &#8211; e alcune norme approvate tra il 2008 e il 2021 sulla responsabilità solidale delle aziende committenti in caso di infortunio e malattia professionale dei lavoratori in appalto. Il quesito sulla cittadinanza, invece, era stato proposto all’inizio di settembre 2024 da +Europa con l’adesione di diverse associazioni: la richiesta è quella di ridurre da 10 a 5 gli anni necessari di residenza continuativa per richiedere la cittadinanza, mantenendo però invariate le altre condizioni.</li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Denunciamo l’azione di censura parte del governo e di molti giornali “mainstream” nei confronti del referendum</strong>, col tentativo dichiarato di boicottare il voto. Tra queste azioni rientra anche l’aver fissato il referendum nei giorni in cui si tiene il secondo turno delle elezioni locali (che normalmente raggiungono un’affluenza minore alle urne) oltre che all’inizio del periodo estivo per ridurre ulteriormente l’affluenza. Le dichiarazioni di La Russa, Tajani e di altri esponenti del centrodestra – oltre a quelle davvero vergognose della segretaria della CISL Daniela Fumarola &#8211; di una “astensione politica contro un referendum voluto dalla sinistra”, mostrano pienamente come l’obiettivo del governo sia quello di non far raggiungere il quorum, necessario per rendere valido il voto, oltre che di non volersi misurare apertamente con risultati che vedrebbero molto probabilmente una forte vittoria del Sì.  In tal senso, il governo Meloni con questa mossa dice di essere apertamente a favore delle leggi che, con la co-responsabilità del centrosinistra, in questi anni hanno reso più precario il lavoro ed esposto i lavoratori a ritorsioni dei padroni oltre che a licenziamenti illegittimi. Al di là della propaganda governativa prodotta nei giorni attorno al primo maggio, utile solo a gettare fumo negli occhi, si mostra chiaramente quali interessi difende questo governo: quelli dei padroni e di chi vuole un mondo dove i lavoratori siano sempre più ricattabili.</li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Reputiamo fortemente ipocrita l’appoggio fornito dai partiti di centrosinistra e dalla finta “opposizione” a questo referendum.</strong> Il Jobs Act venne approvato dal Governo Renzi (PD) nel 2015, con un’avversione solo a parole delle dirigenze dei sindacati confederali. Le peggiori politiche di questi anni in materia di lavoro sono state approvate – se non direttamente promosse &#8211; con la complicità del centrosinistra, in nome della competitività e delle esigenze del mercato. Il PD e partiti satellite, oltre che i 5 Stelle, si espongono solo a parole sul referendum, senza promuoverlo a conti fatti anche per via di dissidi interni. Queste contraddizioni, ad esempio, emergono inoltre sotto forma di frattura politica: in queste settimane Bonaccini – avversario dell’attuale segretaria alle scorse primarie – sta polarizzando attorno a sé una cospicua fetta di consensi dei contrari alla cancellazione delle norme del Jobs Act oggetto dei quesiti referendari. Insomma, mentre la Schlein tenta di presentarsi con una facciata di “sinistra”, non può mutare la natura profondamente antioperaia ed antipopolare del Partito Democratico.<br />
Nella promozione del referendum non è stata ricercata una polarizzazione che, al netto dei limiti specifici, era possibile all’interno del dibattito pubblico in Italia su questi temi, anche perché determinate leggi sono state promosse, o comunque non modificate minimamente, da questi stessi partiti quando stavano al governo. Un problema di “coerenza” che non è facile nascondere di fronte al popolo e che gli permette, attraverso una posizione defilata, di provare a intestarsi in maniera ipocrita il sostegno ad una campagna politica a favore dei lavoratori. Il posizionamento puramente strumentale non crea grossi mal di pancia alle dirigenze di questi partiti, perché da una parte sanno benissimo che è difficile che venga raggiunto il quorum, dall’altra l’eventuale abrogazione delle norme proposte nei quesiti, pur essendo importante, non assesterebbe un colpo decisivo allo sfruttamento e alle sempre peggiori condizioni nei luoghi di lavoro. Non andando a toccare il sistema di dominio del capitale né i rapporti di forza a favore dei lavoratori, la cancellazione delle norme interessate dai quesiti sarebbe in ogni caso compatibile con l’attuale sistema e pertanto può essere spesa in chiave puramente propagandistica anche da queste forze.</li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Senza scadere nella scomunica, è necessario criticare le modalità con cui è stato promosso il referendum da parte della dirigenza nazionale della CGIL. </strong> Il referendum nasceva avendo come quesito trainante quello sulla sull&#8217;Autonomia Differenziata, il quale poneva margini di polarizzazione politica più efficace, dato che avrebbe riguardato una norma su cui, al netto di una condivisione sostanziale nel merito da parte dei partiti di centrosinistra, era chiara la paternità dell&#8217;attuale governo. Tale elemento, che sarebbe stato più facile da proiettare in termini di comprensibilità, sostanziandosi in un&#8217;opposizione a una norma recente, di questo governo, e non a norme di 10 anni fa, avrebbe consentito un’affluenza decisamente maggiore e una battaglia politica percepita come seria e più immediata da parte dei lavoratori e del popolo. A tutto ciò va aggiunto anche il forte discredito che i sindacati confederali hanno assunto tra i lavoratori per via dell’avallo indiretto, da parte delle dirigenze burocratiche, delle politiche che hanno reso più precario il lavoro e del ruolo che spesso si sono ritagliati in questi anni firmando contratti a perdere. Il fatto che la Corte Costituzionale abbia bocciato il quesito sull&#8217;Autonomia Differenziata poiché non adeguatamente formulato si è rivelato un enorme boomerang, compromettendo in maniera probabilmente irrimediabile la possibilità di raggiungere il quorum, operando nei fatti la riduzione, ad esempio, della partecipazione del Sud Italia in cui il predetto tema è molto sentito. Questo errore depotenzia enormemente la portata della campagna politica in essere. Il mancato raggiungimento del quorum nel referendum rischia di rafforzare il governo, che tenterà di presentare, in chiave propagandistica, la probabile scarsa partecipazione al referendum come il segnale di un basso livello di dissenso nei confronti dell’esecutivo all’interno del Paese. Il mancato raggiungimento del quorum, indirettamente, rischia di legittimare anche le norme in materia di lavoro che sono oggetto dei quesiti sopracitati. Le questioni relative alla precarietà e alla sicurezza nei luoghi di lavoro rischiano di essere ulteriormente messe ai margini del dibattito pubblico, nonostante quotidianamente emergano drammatici episodi che ne testimoniano la strettissima attualità.</li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Il referendum è un importante strumento di democrazia, da usare con serietà e responsabilità. </strong>Non una scorciatoia per la realizzazione del proprio progetto politico da parte del centrosinistra e della finta opposizione parlamentare, in un contesto in cui l’avanzamento – oggi più che mai &#8211; si produce attraverso i rapporti di forza a favore dei lavoratori e non appellandosi a presunte panacee per superare l’irrilevanza o per illudere il popolo che la soluzione stia in quegli stessi partiti corresponsabili del disastro sociale. Storicamente il referendum è stato utilizzato per spostare i rapporti di forza in favore dei lavoratori e del popolo, con campagne di massa molto sentite, che promuovevano istanze avanzate e che andavano a toccare nodi importanti della vita del Paese. Basti pensare al peso storico dei referendum per l’aborto e per il mantenimento del divorzio, sostenuti, non a caso, da un partito come il PCI che aveva la forza di promuovere, essendo presente su un piano di massa nei gangli della società capitalistica, tale prospettiva. Oggi tutto ciò è semplicemente assente e lo abbiamo visto sia nei casi di referendum vinti e non rispettati, come quello sull’acqua pubblica, che nel caso di quello contro le trivelle che, invece, non ha neanche raggiunto il quorum. Il risultato è stata la disillusione e senso di impotenza nei confronti di un “nemico” percepito come imbattibile. In assenza dei rapporti di forza necessari e di una progettualità politica comunista, con forti radici nel popolo, la promozione del referendum come soluzione alle problematiche profonde della “sinistra” produce al massimo illusione e rassegnazione, regalando ai nostri avversari un’arma formidabile per combatterci.</li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Occorre non cadere vittima delle illusioni “riformiste”, a maggior ragione in una fase contraddistinta da rapporti di forza negativi per i lavoratori ed il popolo. </strong>Di fronte al peggioramento complessivo delle condizioni dei lavoratori, con salari reali diminuiti dell’8% in due anni, a fronte di profitti aumentati del 45%, un’inflazione arrivata in poco tempo al 18%, contratti nazionali fermi da anni, <strong>reputiamo arretrata la scelta di concentrare le energie di una parte sostanziosa del movimento sindacale sul referendum.</strong> La guerra imperialista, il genocidio del popolo palestinese e i sommovimenti presenti tra diverse categorie di lavoratori – con la presenza di mobilitazioni significative per i rinnovi dei contratti nazionali – impongono oggi la necessità di agire su un piano completamente diverso. Per combattere il governo e le sue politiche non si può pensare di rimanere rinchiusi tra le macine della disillusione, da una parte, e di una risposta compatibile con i margini di questo sistema, dall’altra. Lo vogliamo dire chiaramente: il problema relativo alla validità dello strumento del referendum non risiede in una forma di “rifiuto a priori” dell’istituto o di scarsa considerazione per le forme con cui parte del movimento sindacale decide di agire sul piano delle leggi anti-operaie, bensì nella constatazione di una condizione oggettiva che, con i rapporti di forza attuali, produce l’illusione di un cambiamento che non può essere determinato con scorciatoie meramente legislative. Il problema da affrontare, con maturità e serietà, riguarda come promuovere, assieme alla costruzione dell’organizzazione politica dei lavoratori, una stagione di scioperi generali e di lotta che permetta la saldatura di un fronte di classe contro la guerra e le politiche di padroni e governo. La rivolta sociale non è il voto, come sostiene invece Landini, ma organizzare queste forze per dare una battaglia complessiva a questo sistema di morte e sfruttamento. <em>Solo lavorando per cambiare gli attuali rapporti di forza sarà possibile ottenere posizioni più avanzate, solo spezzando il sistema di dominio del capitale sarà possibile ottenere vittorie definitive per il popolo e i lavoratori.</em></li>
<li style="text-align: justify;"> Il <strong>Fronte Comunista</strong> e il <strong>Fronte della Gioventù Comunista</strong>, pur riconoscendo i limiti di queste proposte,<strong> invitano a votare Sì ai cinque quesiti del referendum</strong>. Riteniamo necessario contrastare la posizione del governo, provando a dare il nostro contributo al raggiungimento della soglia di voto utile affinché i lavoratori possano esprimere in maniera chiara una posizione sulle leggi che hanno reso ancora più precaria la loro vita. Non bisogna buttare via il bambino con l’acqua sporca. Inoltre, ci stringiamo attorno a quei settori, come i metalmeccanici, che in questo momento stanno provando a legare la battaglia per il referendum assieme a quella per un rinnovo dignitoso del loro contratto. Come comunisti, saremo in prima fila per fare in modo che, indipendentemente da questa tornata di voto, venga rilanciata la lotta di tutti i lavoratori e del popolo contro riarmo, guerra e governo. Abbiamo un mondo da conquistare.</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p>Roma, 17/05/2025</p>
<p><iframe id="_pericles_content_iframe" style="position: absolute; top: -99px; left: 0px; width: 50px; height: 26px; background: transparent; overflow: visible; margin-top: -30px; transition: top 2s ease-in-out; z-index: 2147483647; border: none; padding: 0px;" width="320" height="240"></iframe></p>
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