RISOLUZIONE DEL COMITATO CENTRALE DEL FGC SUI RECENTI SVILUPPI INTERNAZIONALI E IN ITALIA

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LA SITUAZIONE INTERNAZIONALE

 

1. La continuazione del conflitto in Ucraina conferma il rischio sempre più acuto di un’escalation di guerra generalizzata. Tutti i governi coinvolti in primo piano nella guerra adottano una retorica bellicista sempre più accesa, resa evidente agli occhi di tutto il mondo dal comizio di guerra di Joe Biden a Varsavia e dal comizio di Vladimir Putin allo stadio Luzhniki di Mosca, nell’anniversario dell’invasione dell’Ucraina. Resta più che mai concreta la possibilità di un allargamento del conflitto al di fuori dei confini dell’Ucraina, come dimostrano le tensioni in Moldavia e Transnistria. In questo contesto, in tutti i paesi i governi programmano incrementi delle spese militari e avviano vere e proprie corse agli armamenti. Queste tendenze generalizzate e lo scontro diretto dei principali poli imperialisti pongono il conflitto in Ucraina su una scala ben diversa dai conflitti regionali: in Ucraina si combatte una guerra imperialista che ha come obiettivo la ridefinizione degli equilibri interni alla piramide imperialista mondiale in cui uno dei terreni di contesa tra i due blocchi imperialisti in conflitto è rappresentato dai paesi un tempo facenti parte dell’URSS. A tal proposito non sono casuali le proteste europeiste sviluppatesi in Georgia, che rappresenta il principale canale per il trasporto verso l’Europa delle estrazioni in Asia. Prosegue la politica degli USA e dei paesi membri di NATO e UE di sostegno all’Ucraina attraverso l’invio di armi e la politica delle sanzioni, mentre Thierry Breton, membro della Commissione Europea, ha dichiarato che l’Europa deve muoversi verso una “economia di guerra”. A un anno dall’inizio della guerra imperialista in Ucraina, entrambi i campi (la Russia capitalista e l’Ucraina con alle spalle l’alleanza euro atlantica USA-UE-NATO) proclamano ipocritamente di volere la pace, ponendo come prerequisito per l’apertura delle trattative di pace condizioni che coinciderebbero, di fatto, con la sconfitta del campo avversario. Il sostegno economico cinese e la non applicazione delle sanzioni da parte di molti paesi al di fuori di NATO e UE ha permesso alla Russia di sopportare la cessazione delle esportazioni, specialmente di gas, verso l’Europa. In paesi come Italia e Germania, il forte intervento statale a sostegno delle imprese nazionali ha garantito il compattamento della borghesia, nonostante le contraddizioni esistenti, dovute ai legami economici e commerciali con la Russia, danneggiati dalle sanzioni. In Germania, il governo tedesco ha investito circa 200 miliardi di euro per mantenere invariati i costi dell’energia, sopperendo all’aumento dei prezzi con il ricorso al patrimonio pubblico. In Italia, già negli ultimi mesi del governo Draghi sono stati stanziati 66 miliardi e previsti ulteriori sgravi fiscali per le imprese ad alto consumo energetico. Queste politiche sono state mantenute dal governo Meloni, coerentemente con il suo forte orientamento atlantista. In questo contesto, il tentativo della Cina di diventare il principale mediatore diplomatico nel conflitto ucraino e accrescere così il proprio prestigio internazionale, così come la centralità della diplomazia cinese nel processo di ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, confermano le valutazioni contenute nelle tesi del III Congresso Nazionale del FGC, in cui abbiamo identificato la Cina come primo competitor diretto degli Stati Uniti, e la competizione tra USA e Cina per la supremazia nel sistema capitalistico mondiale come principale linea di faglia nello scontro al vertice della piramide imperialista.

 

2. La guerra e le politiche dei centri imperialisti producono nuove ondate migratorie, profughi e rifugiati. Solo dall’Ucraina, sono 4 milioni i profughi registrati che hanno ottenuto protezione nei paesi UE.  La strage di Cutro, in cui sono morte nel Mediterraneo 91 persone provenienti da diversi paesi – in gran parte dall’Afghanistan – ha dimostrato nuovamente la disumanità delle politiche migratorie dell’Unione Europea e del governo italiano, che continua in un rimpallo di responsabilità utile a occultare l’evidenza che il salvataggio delle vite non è mai la priorità della gestione dei fenomeni migratori. Il governo di Giorgia Meloni ha cercato di deresponsabilizzarsi utilizzando gli slogan dell’“impedire le partenze” e della “guerra agli scafisti” lavandosi le mani delle proprie responsabilità nei ritardi dei soccorsi in mare; il tutto mentre i suoi esponenti politici e mediatici continuano a ricorrere a una vergognosa operazione di propaganda sulla pelle di centinaia di uomini, donne e bambini annegati, volta alla criminalizzazione con argomenti moralistici e inconsistenti di chi emigra dal proprio paese. Dinanzi a un rafforzarsi di questa retorica, con un governo nazionalista alla guida dell’Italia, riteniamo di dover riaffermare con forza la posizione di netto rifiuto della distinzione – tutta ideologica – tra i profughi e i c.d. “migranti economici”. Questa distinzione arbitraria è una costruzione ideologica che occulta la realtà per cui sono le stesse politiche dei centri imperialisti – dalle politiche di saccheggio operate dai grandi monopoli alla guerra imperialista, che è sempre la “continuazione della politica con altri mezzi” – a costringere a fuggire dal proprio paese e cercare una vita migliore altrove, sia nel caso in cui fuggano dalla guerra e dalla devastazione, sia quando fuggono dalla povertà e dalla miserie generate da quelle politiche e dalla natura predatoria del capitalismo.

 

3. Un’ondata di scioperi e lotte operaie sta attraversando importanti paesi europei. In Regno Unito, gli scioperi per l’adeguamento dei salari al costo della vita dopo i lockdown e le politiche di austerity hanno già segnato il record affermandosi come la più grande mobilitazione nel paese dal 2011. In Francia, milioni di proletari scioperano e si mobilitano contro il governo Macron e la riforma che prevede l’innalzamento dell’età pensionabile a 64 anni. In Turchia le proteste sviluppatesi al seguito del tragico terremoto di febbraio al confine con la Siria hanno visto la partecipazione di decine di migliaia di proletari che hanno posto sotto accusa il governo nazionalista di Erdogan per la gestione dei soccorsi, per buona parte sopperiti da una rete di solidarietà che ha visto il Partito Comunista di Turchia giocare un ruolo di primo piano. In Grecia, il disastro ferroviario del 1 marzo ha avuto come risposta una grande mobilitazione operaia e popolare, con oltre una settimana di sciopero continuativo nel settore di trasporti e un’enorme mobilitazione nella giornata dell’8 marzo per lo sciopero generale promosso dal PAME, che denuncia le responsabilità delle politiche di privatizzazione dei governi di Nuova Democrazia, Pasok e Syriza. In merito a questi sviluppi, restano valide le valutazioni contenute nelle tesi politiche del III Congresso Nazionale del FGC, a riguardo delle esplosioni di nuovi focolai di lotta di classe in tutto il mondo: “La portata di questi avvenimenti non deve essere sottovalutata dai comunisti. Nella loro diversità e complessità, sono in ultima analisi il prodotto dell’inconciliabilità degli interessi di profitto del capitale con il benessere dei popoli e delle classi oppresse e dimostrano l’esistenza di uno spazio per una nuova avanzata del movimento operaio nel XXI secolo.

 

 

GLI SVILUPPI POLITICI IN ITALIA

 

4. Le elezioni amministrative del 12-13 febbraio in Lazio e Lombardia e del 2 e del 3 aprile in Friuli-Venezia Giulia confermano il rafforzamento dei partiti di governo, ma anche l’enorme crescita dell’astensione elettorale da parte dei settori proletari e popolari. Il crollo dell’affluenza, che, nel caso di Lombardia e Lazio, dal 70% delle regionali 2018 si assesta ora al 40%, testimonia il sentimento diffuso di scollamento, rassegnazione e disillusione da parte di ampi settori della popolazione. Tutti i sondaggi che tengono in considerazione l’estrazione sociale degli elettori evidenziano lo stesso dato: l’astensione è un fenomeno che interessa innanzitutto i settori proletari. Di pari passo con questo fenomeno, il peso elettorale della piccola borghesia cresce proporzionalmente all’astensionismo della classe lavoratrice. L’importanza assunta dalle rivendicazioni dei settori piccolo-borghesi, che riescono a imporre la propria agenda nel dibattito pubblico mentre i lavoratori ne vengono completamente tagliati fuori, va letta anche alla luce di questo dato. Diversamente da quanto avveniva decenni fa, quando la borghesia era costretta a contrapporre ai partiti classisti di massa i suoi partiti di massa funzionali a costruire il consenso tra i settori popolari e proletari (si pensi alla tradizione dei partiti “popolari” o alla stessa Democrazia Cristiana), oggi le proposte e le promesse elettorali dei partiti borghesi si rivolgono in misura predominante alle frange piccolo borghesi, proprio perché queste vanno a votare votano di più.

Oltre al fenomeno dell’astensione, almeno altri due dati meritano di essere registrati in un bilancio di queste elezioni.

Il primo è il significato politico della vittoria e rielezione di Attilio Fontana in Lombardia, alla guida della coalizione di centro-destra.  A tre anni dall’esplosione dell’emergenza pandemica in Lombardia e dai morti di Bergamo, tutto sembra essere già stato rimosso dalla memoria collettiva, e le elezioni consegnano la vittoria a chi ha guidato la giunta regionale che porta la responsabilità politica di migliaia di morti, che sarebbero stati evitabili con una gestione diversa dell’emergenza che non desse priorità – come è stato fatto in quei giorni – alla volontà di Confindustria di ritardare le chiusure. Si tratta di un segnale dal considerevole significato, che testimonia per l’ennesima volta che nella società odierna, la “memoria” politica viene totalmente rimossa e si liquefa in un eterno presente, fatto di comunicazione e di rincorsa all’ultimo tweet. Questo dimostra la torsione reazionaria e lo stato putrescente della società capitalistica contemporanea, in cui il tentativo ideologico di presentare la democrazia borghese come la migliore forma possibile di governo stride dinanzi all’evidenza dello svuotamento di significato della partecipazione politica attraverso i suoi stessi istituti, come il voto.

Il secondo dato (per noi) significativo è lo stato di assoluta irrilevanza delle formazioni a sinistra del PD, senza reali differenze qualitative percepibili tra le diverse opzioni in campo. Se il tentativo di riaggregazione delle forze che fanno riferimento al Partito della Sinistra Europea nella coalizione “Unione Popolare” si dimostra poco trainante, ancor più emblematico è in questo senso il risultato del Lazio, in cui i 15,3mila voti di UP (0,88%) vengono superati dai 16,9mila voti del PCI di Mauro Alboresi (0,98%). Una formazione – UP – con addentellati nei sindacati di base, sostenuta da esponenti del mondo accademico e culturale e con endorsement internazionali, prende meno voti di una falce e martello presentata senza alcuna progettualità politica reale al di fuori della mera auto-rappresentazione. È la dimostrazione che siamo a zero, tutti. Che la sinistra “di classe”, nella sua accezione più larga e generale, non va oltre un voto di nicchia e di opinione, identitario, residuale. Se una lezione bisogna trarne, è che non si può più pensare di raschiare il fondo del barile di un patrimonio ormai esaurito, e che la soluzione alla “questione comunista” va oggi ricercata necessariamente al di fuori delle scadenze elettorali e non sollevata sistematicamente e in modo strumentale unicamente in vista di queste scadenze.

 

5. Il governo Meloni si conferma garante degli interessi dei monopoli capitalistici dinanzi alla crisi economica e sociale, delle istanze della piccola borghesia impoverita dalla crisi e dei piani imperialisti della NATO e dell’Unione Europea. Le principali scelte economiche del governo di destra guidato da Giorgia Meloni continuano nel solco delle politiche antipopolari di gestione della crisi portate avanti dal precedente governo di “unità nazionale” guidato da Mario Draghi. L’espressa volontà da parte di Giorgia Meloni di essere pronta a “scelte impopolari” pur di approvare l’agenda di Confindustria trova conferma nelle misure smantellamento del Reddito di Cittadinanza, nella promozione di una legge di bilancio lacrime e sangue per i lavoratori e nella modifica del “Decreto Dignità” con l’ulteriore liberalizzazione dei contratti a termine, rimuovendo ogni pur debole ostacolo e vincolo alle aziende per continuare a prorogare contratti a tempo determinato oltre i 12 mesi. L’approvazione per decreto di uno scudo penale per i reati fiscali, oltre a rappresentare un vero e proprio insulto a tutti i lavoratori dipendenti dalle cui tasche proviene oltre il 70% dell’intero gettito fiscale, rappresenta un ennesimo regalo nei confronti delle imprese morose e degli imprenditori che sull’evasione fiscale basano una buona parte dei propri profitti. Il rinnovato impegno da parte del governo Meloni, che ha visto il voto favorevole anche del Partito Democratico a guida Schlein, a fianco del governo ucraino e di piani imperialisti della NATO e dell’UE con l’invio di nuove armi e finanziamenti a Kiev conferma l’assoluta fedeltà euroatlantica da parte dell’attuale esecutivo che si dice pronto ad aumentare ulteriormente i miliardi destinati alle spese militari. Il fatto che sulla gestione dei fondi del PNRR, e quindi sulla spartizione di miliardi di euro alle imprese e a settori economici strategici, si sia riaccesa un’aspra discussione politica tra governo e opposizione, la stessa che due anni fa aveva portato alla caduta del governo Conte II e all’insediamento di Mario Draghi quale mediatore tra le diverse “fazioni” della borghesia nazionale, conferma la volontà da parte di ogni formazione politica di centro destra e centro sinistra di accreditarsi agli occhi della borghesia italiana quale migliore garante per i loro interessi, rivendicando la propria “ricetta” di gestione del PNRR come più efficace ai fini della tutela degli interessi dei padroni.

 

6. Sulle aggressioni squadriste a Firenze e le mobilitazioni antifasciste. Le aggressioni squadriste messe in atto al Liceo Michelangelo di Firenze da un’organizzazione neofascista vicina ai partiti di governo ricorda la dinamica ben nota ai meno giovani di noi, che aveva caratterizzato la quotidianità degli anni dei governi Berlusconi. Le organizzazioni neofasciste attaccano militanti politici ed esponenti del movimento studentesco e beneficiano della complicità e della copertura da parte dei media, del centro-destra istituzionale e delle stesse istituzioni. I giornali hanno mistificato i fatti di Firenze raccontandoli come una “rissa”, in linea con le dichiarazioni imbarazzate degli esponenti del governo Meloni. La prima dichiarazione del Ministro dell’Istruzione nel merito della vicenda è stata, qualche giorno dopo, la critica pubblica a una preside che, all’indomani dell’aggressione, ha diffuso una circolare agli studenti contro “il totalitarismo e la violenza”, accusandola di fare propaganda politica. La risposta militante e combattiva del movimento studentesco a Firenze è un segnale importante, che conferma la giustezza dell’indicazione contenuta nella Risoluzione del Comitato Centrale del FGC “Il governo Meloni e il ruolo dei comunisti in questa fase”, a margine della riflessione critica sull’idea di poter costruire l’opposizione al governo Meloni sul tema dell’antifascismo: “[…] Questo ragionamento non significa in alcun modo dare una valutazione negativa dell’avversione verso il governo che si sviluppa a partire da uno spontaneo sentimento antifascista, che ha un valore particolare in un contesto in cui non si può più considerare maggioritaria la pregiudiziale antifascista. I comunisti devono sicuramente essere in grado di parlare a coloro che potrebbero scendere sul terreno della lotta a partire da questo sentimento, ma non possono fare l’errore di trasformarlo in una strategia che non sarebbe altro che codista, quanto piuttosto hanno il dovere di costruire coscienza di classe su questa base spontanea”. Allo stesso modo, il tentativo del PD e del M5S di utilizzare strumentalmente per propri calcoli politici il tema dell’antifascismo e l’ondata di indignazione sviluppatasi in seguito all’aggressione squadrista di Firenze si è concretizzata nella piazza convocata dalla CGIL, con la partecipazione di tutto il centrosinistra, sabato 4 marzo a Firenze, dimostrando che il generico richiamo all’antifascismo apre la porta proprio agli sforzi di queste forze di riassorbire ogni protesta spontanea nella logica dell’opposizione parlamentare del centro-sinistra. La stessa CGIL che poche settimane dopo ha poi ospitato Giorgia Meloni in occasione del proprio congresso nazionale il 17/03 dimostrando il simultaneo tentativo di accreditarsi nei confronti del governo quale interlocutore responsabile. A questi tentativi noi comunisti dobbiamo rispondere innanzitutto politicamente, con uno sforzo costante per elevare lo stato di coscienza all’interno di una lotta spontanea e nei settori giovanili più attivi. Va rigettata invece la logica opposta, che è quella di chi spera di costruire maggiori consensi abbassando sempre più l’asticella della consapevolezza politica, gridando al fascismo in ogni occasione per ragioni di pure opportunità, senza accorgersi che così facendo si abbandona il terreno e si lascia campo libero al centro-sinistra e ai loro tentativi di presentarsi come unico e principale riferimento politico delle proteste contro il governo Meloni.

 

7. L’elezione di Elly Schlein alla segreteria del PD rimette in moto quel processo di riarticolazione del centro-sinistra, e più in generale dell’area che si identifica genericamente come “progressista”, che veniva annunciata già negli anni della segreteria di Zingaretti. “Bisogna cambiare tutto affinché nulla cambi” è la cifra di questa operazione: ripulire l’immagine del Partito Democratico e del centro sinistra costruendo un consenso attorno a un “nuovo” immaginario progressista, affinché il PD possa continuare a proporsi come uno dei principali partiti di potere, garante della “buona amministrazione” del capitalismo italiano e della fedeltà euro-atlantica, ed esecutore delle politiche richieste dai padroni e da Confindustria. Si tratta di un processo che negli ultimi decenni, caratterizzati dalla crisi capitalistica che si riflette anche in crisi di consenso dei sistemi politici borghesi, è stato comune a molti paesi tanto a destra quanto a “sinistra”. La ricostruzione dell’identità politica di un partito già esistente svolge in modo diverso la stessa funzione della nascita di nuovi partiti. Se in decine di paesi le formazioni di destra si sono reinventate per imitazione della “alt-right” statunitense, costruendo quel campo politico che si potrebbe semplicisticamente associare a figure politiche come Donald Trump, Jair Bolsonaro, Marine Le Pen o Viktor Orban, a sinistra un processo simile e speculare avviene sulla scia della tradizione “liberal” e della più recente cultura “woke”, anche queste di matrice statunitense. Se il PD del 2008 fondava la sua identità sulla convergenza dei Democratici di Sinistra con i settori del mondo cattolico, scegliendo significativamente un nome che ricalcava quello dei Dem nordamericani, oggi la “proposta Schlein” oggi è rifondare l’immaginario di questo partito ancorandolo alle tendenze più recenti del progressismo che attinge il suo immaginario dalle identity politics, dai nuovi movimenti femministi e “transfemministi”, dal movimento del Pride, dall’attivismo ecologista, dalle istanze anti-razziste del Black Lives Matter. È giusto descrivere questo processo sulla base del suo immaginario di riferimento perché è questo il vero fulcro dell’operazione Schlein, molto più della “agenda” politica e delle proposte contenute nei programmi. Se nella società capitalistica odierna i corpi intermedi vengono polverizzati in favore di una politica di puro consenso e pura opinione, infatti, è proprio l’immaginario politico collettivo che sostituisce e rimpiazza, per quanto possibile, la partecipazione politica organizzata e cosciente che era stata propria dei partiti di massa nel secolo scorso. L’incarnazione della Schlein di tale visione è premiata soprattutto dai non iscritti al PD, proprio tra questi infatti ha riscosso i voti necessari successo nelle primarie. La “radicalità” che tanti percepiscono nell’operazione Schlein è solo apparente, costruita attorno a simbolismo e nuovi richiami valoriali a fronte di una sostanziale continuità con ciò che il PD ha rappresentato strutturalmente nella società italiana. Visto da fuori, il “nuovo” sistema partitico italiano che vorrebbe contrapposte, giocando ora ad armi pari in fatto di enpowerment, Elly Schlein e Giorgia Meloni – a patto che l’operazione Schlein duri nel tempo – ricorda davvero i processi simili avvenuti in altri paesi europei. Si pensi alla Spagna, dove a destra si afferma Vox a sinistra Podemos (che oggi governa col PSOE); alla Francia dove all’avanzata di Marine Le Pen a scapito dei repubblicani ha fatto specchio la perdita di consensi del partito socialista in favore di Jean-Luc Melenchon; alla Grecia dove Syriza ha rimpiazzato in tutto e per tutto la funzione social-democratica del Pasok, governando con il partito nazionalista-conservatore Anel. Dal punto di vista dell’apparato del PD si tratta di una scommessa non pienamente condivisa, tanto che il voto degli iscritti avrebbe in realtà premiato Bonaccini. Non c’è quindi da stupirsi che si levino voci di opposizione con l’argomento secondo cui il presunto “radicalismo” della Schlein, che pure è più adatto a intercettare frange di elettorato giovanile, come in parte dimostrato dal voto dei non iscritti, sarebbe però “perdente” e incapace di costruire vero consenso maggioritario. La convivenza con il M5S, che oggi cerca di reinventarsi sulla base di proposte di stampo più marcatamente social-democratico e lavorista, e con i liberali “puri” (Calenda, +Europa…) che erodono “da destra” il bacino elettorale del PD, rappresentano in quest’ottica ulteriori ostacoli alla linea Schlein. Dal nostro punto di vista di comunisti, la presenza di un “nuovo” PD che cercherà di presentarsi alle nuove generazioni come un qualcosa di più radicale e attrattivo, come un punto di riferimento per i giovani attivi nelle manifestazioni studentesche ed ecologiste, rappresenta una “novità” solo per quanto riguarda gli aspetti formali. Nella sostanza, però, il lavoro che abbiamo davanti sarà molto “tradizionale”, rispetto a quello che è stato il compito storico dei comunisti di denuncia agli occhi del proletariato della natura della socialdemocrazia, e del contendere a queste forze il consenso politico e l’egemonia nelle lotte sociali e politiche. Il PD e il centro-sinistra svilupperanno sistematicamente il tentativo di intercettare le mobilitazioni di opposizione al governo, cercando di ri-accreditarsi anche tra gli strati popolari, proprio a partire dalla costruzione di un differente immaginario e dall’affermazione di una fittizia rottura con il precedente corso politico che ha caratterizzato le ultime stagioni di governo. Dovrà essere nostro dovere rispondere facendo luce sulle responsabilità passate e attuali del Partito Democratico, esplicitando come e perché il centro-sinistra non possa in alcun modo rappresentare una soluzione alle contraddizioni generate dal sistema capitalistico, il cui prezzo viene pagato quotidianamente da milioni di giovani degli strati popolari.

 

 

IL MOVIMENTO DI CLASSE IN ITALIA E LA COSTRUZIONE DELL’OPPOSIZIONE AL GOVERNO E ALLA GUERRA

 

8. A un anno dall’escalation del 24 febbraio 2022, pesa ancora l’assenza di un vero movimento popolare e di massa contro la guerra, i piani imperialisti della NATO e dell’UE e il governo Meloni. Nel dibattito pubblico e nel dibattito in seno alle stesse organizzazioni politiche la questione della guerra, pur onnipresente e discussa, appare ampiamente sottovalutata, se misurata alla necessità di comprendere il carattere epocale degli sviluppi dell’ultimo anno e i pericoli che portano con sé.

Nell’occasione dell’anniversario della guerra in Ucraina la condotta del vertice della CGIL, che ha deciso di non organizzare una manifestazione nazionale contro la guerra pur avendola preannunciata poche settimane prima, ha contribuito alla frammentazione delle manifestazioni organizzate da settori del movimento operaio e sindacale nella giornata del 25 febbraio. La scelta di non dedicare la centralità della propria capacità di mobilitazione al tema della guerra preferendo il richiamo a un generico sentimento antifascista, come confermato dalla manifestazione di Firenze del 4 marzo, dimostra la volontà da parte della dirigenza della CGIL di non sollevare eventuali contraddizioni interne al centro sinistra a guida PD, la cui posizione in merito alla guerra in Ucraina è identica a quella del governo di destra.

La manifestazione nazionale lanciata dal Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali nella città di Genova, a cui il FGC ha partecipato convintamente, ha visto la convergenza nazionale di organizzazioni politiche, sindacali e ha registrato la partecipazione di alcune migliaia di persone. A nostro avviso, sia pur proporzionata al contesto generale e ai rapporti di forza, conferma le potenzialità della classe operaia nell’essere perno e avanguardia della lotta antimperialista. Riteniamo invece errata e fuorviante l’idea che la data di Genova abbia segnato la “nascita di un nuovo movimento nazionale contro la guerra”. Questa affermazione è stata avanzata da alcuni gruppi politici che lavorano dichiaratamente per promuovere nel movimento operaio posizioni favorevoli o accondiscendenti con l’intervento militare russo in Ucraina, con gli slogan del “mondo multipolare” e della “democratizzazione delle relazioni internazionali”, perno della politica estera dei governi di Russia e Cina. Giudichiamo queste posizioni contrarie alla concezione leninista dell’imperialismo e, soprattutto, fuorvianti e pericolose per la classe operaia di tutta Italia ed Europa.

Al contempo, le manifestazioni promosse dal Si Cobas nelle città di Roma, Milano, Bologna e Venezia hanno registrato una partecipazione militante apprezzabile, senza però intercettare una partecipazione spontanea e di massa significativa. La volontà di costruire un movimento di massa di opposizione alla guerra, che abbia il proprio baricentro nella classe lavoratrice, non può accontentarsi di semplici manifestazioni di testimonianza che vedono la partecipazione di qualche centinaio di iscritti, ma deve marciare parallelamente alla volontà di costruire la più ampia unità possibile delle forze di classe sulla base di parole d’ordine condivise contro la guerra, il governo Meloni e il carovita e che possano trovare la loro concretizzazione in manifestazioni comuni.

 

9. Riteniamo che la preparazione politica e organizzativa del 25 febbraio abbia segnato un passo indietro rispetto a quella della manifestazione nazionale dello scorso 3 dicembre 2022. Quella piazza, sia pur nella contrapposizione tra diverse opzioni politiche e sindacali, aveva costruito un contesto in cui queste forze potevano confrontarsi, in una di mobilitazione nata dalla convergenza su una giornata di sciopero e che manteneva uniti i settori più coscienti della classe operaia, pur appartenenti a sigle sindacali differenti. Dinanzi alla frammentazione delle scorse settimane, il principio dell’unità nella lotta sul piano delle mobilitazioni di classe merita di essere riaffermato con forza. A un contesto in cui le divisioni politiche esistenti – e non cancellabili – pregiudicano l’unità del movimento operaio e sindacale imponendo la frammentazione, preferiamo la prospettiva delle mobilitazioni operaie, di classe, popolari il più unitarie possibile. È infatti solo su questo terreno che la dialettica tra le posizioni contrapposte può svilupparsi positivamente, spingendo le contraddizioni politiche a risolversi dinanzi a un movimento reale, e non alienandosi da questo. Marciare divisi ma colpire uniti, e chi avrà più filo tesserà.

 

10. Dopo le grandi mobilitazioni dell’inverno 2022, il movimento studentesco sta attraversando una fase di riflusso. Le mobilitazioni contro il governo e l’alternanza scuola-lavoro seguite alla morte di Giuliano De Seta nello scorso autunno non hanno avuto una entità paragonabile a quelle dei primi mesi dell’anno. Similmente, le manifestazioni del 24 febbraio, promosse dal FGC assieme ai settori studenteschi più militanti con lo slogan “soldi all’istruzione, non alla guerra”, sono ben lontane da ciò che la fase attuale richiederebbe. Nell’autocritica costruttiva sulle nostre insufficienze rispetto ai compiti che il FGC si assume e agli sforzi per rilanciare l’agitazione nelle scuole e nelle università, dobbiamo però avere coscienza che non tutto dipende dal fattore del nostro intervento soggettivo e dallo sforzo volontaristico, in presenza di condizioni largamente sfavorevoli come quelle attuali. Da anni il movimento studentesco in Italia rappresenta una delle punte più avanzate e combattive della lotta di massa. In più di un’occasione, la prima mobilitazione nazionale contro un nuovo governo è stata quella degli studenti. Non è un caso quindi il crescente numero di intimidazioni ed episodi repressivi operati da presidi e polizia all’interno delle scuole. Tuttavia, restano altrettanto valide le valutazioni, ribadite anche nelle tesi politiche del nostro III Congresso, per cui le sorti e il carattere del movimento studentesco non sono determinabili per solo sforzo di volontà in assenza di un fronte più ampio di lotta di classe che sia imperniato, come elemento principale e insostituibile, attorno alla presenza di un forte movimento operaio. In questo contesto, ribadendo l’impegno della gioventù comunista nell’attività di propaganda e agitazione tra gli studenti, è opportuno riaffermare la centralità dell’iniziativa politica nella fase attuale. Fatti politici nati da contesti locali come quello della Sapienza o la vicenda di Firenze confermano l’importanza della presenza militante nei contesti sociali, della capacità di intercettare una protesta spontanea nel momento in cui sta per esplodere, e più in generale dell’iniziativa della gioventù comunista che può fare da innesco su una polveriera su cui altrimenti altre forze getteranno acqua. Osserviamo, poi, come la scelta di collettivi e strutture studentesche, anche legate al centrosinistra, di investire ogni sforzo sulle date del FFF e dell’8 marzo abbia fatto emergere anche in quelle occasioni con un calo della partecipazione rispetto agli scorsi anni.

 

11. Infine, riaffermiamo interamente l’indicazione della precedente riunione del Comitato Centrale del 4 dicembre 2022, trasposta nella Risoluzione del CC del FGC sul governo Meloni e i compiti dei comunisti, in merito alla necessità di intensificare i nostri sforzi e il contributo del FGC al processo di ricostruzione comunista in Italia: «[…] Contribuire alla costruzione in Italia del partito comunista, al processo di condensazione e raggruppamento dei comunisti e delle avanguardie di classe in partito, è uno degli obiettivi fondanti del FGC, ma anche una necessità storica sempre più impellente, che ci viene continuamente sollecitata dalle condizioni oggettive e dalla fase storica e politica che stiamo vivendo. Ogni giorno che tardiamo su questo processo, consegniamo al nemico di classe almeno una parte dei nostri sforzi quotidiani nel lavoro di massa. Siamo ben coscienti che un partito non nasce per auto-proclamazione e che non è sufficiente la semplice ricomposizione senza chiarezza politica. Pensiamo però che sia necessario porre, in forma sempre più pubblica e aperta, il dibattito franco sulla ricostruzione comunista, visto che è sul piano della chiarificazione politica delle posizioni rivoluzionarie che avanza concretamente la costruzione del partito. […] Come seppe fare 10 anni fa il FGC al momento della sua fondazione, è necessario rompere gli indugi, lavorare attivamente al processo di raggruppamento rivoluzionario dei comunisti in Italia. È un processo, che nelle condizioni attuali non può ammettere l’illusione che possa esistere un unico momento risolutivo. È possibile, però, avanzare concretamente, mossi dalla convinzione e dalla consapevolezza che l’orizzonte ultimo della lotta di classe non può esaurirsi nei margini del capitalismo, nell’accettazione dello sfruttamento, della barbarie, della guerra imperialista. La lotta della nostra epoca è la lotta per il socialismo. Senza il partito non solo questa, ma ogni altra lotta è perduta.»