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	<title>FGC &#124; Fronte della Gioventù Comunista &#187; sciopero</title>
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	<description>«La gioventù è la fiamma più viva della rivoluzione»</description>
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		<title>DDL 1660. RISPONDIAMO ALL’ATTACCO REPRESSIVO E DI CLASSE DEL GOVERNO MELONI CON LA LOTTA. Comunicato della Segreteria Nazionale del FGC</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Oct 2024 07:47:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il DDL Sicurezza rappresenta un salto di qualità dal punto di vista repressivo, da non sottovalutare. Il Governo, dopo aver approvato in prima battuta alla Camera dei deputati lo scorso settembre il Decreto Legge 1660, si prepara ad avanzare come un treno da una parte contro le lotte dei lavoratori e sociali, e dall’altra, in termini]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il DDL Sicurezza rappresenta un salto di qualità dal punto di vista repressivo, da non sottovalutare. </strong>Il Governo, dopo aver approvato in prima battuta alla Camera dei deputati lo scorso settembre il Decreto Legge 1660, si prepara ad avanzare come un treno da una parte contro le lotte dei lavoratori e sociali, e dall’altra, in termini propagandistici, per gestire col pugno di ferro le contraddizioni sociali prodotte da questo sistema in putrefazione. I contenuti di questo provvedimento sono molto pericolosi e ne riportiamo quelli più significativi. In particolare, si attaccano i lavoratori rendendo il blocco stradale reato penale con condanne fino a 2 anni di carcere e istituendo il cosiddetto reato di resistenza passiva – formula per colpire direttamente gli scioperi -, dando prefigurando pene fino a 4 anni; nel contesto invece della resistenza attiva si arriva fino a 15 anni di carcere.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo, si colpisce, con il pretesto del terrorismo, la propaganda delle lotte, rendendo imputabili gli indagati anche solo se trovati in possesso di documenti considerati “compromettenti”, con condanne fino a 6 anni di carcere.</p>
<p style="text-align: justify;">In terzo luogo, vengono comminate pene fino a 7 anni per chi occupa una casa sfitta o addirittura solidarizza con le occupazioni. E ancora, le proteste in carcere o nei Cpr possono essere punite col carcere fino a 20 anni, medesima pena prevista per chi lotta contro le grandi opere, e viene istituito anche il carcere per le madri incinte o con figli di età inferiore a un anno. Agli immigrati senza permesso di soggiorno si vieta finanche l’uso del cellulare, vincolando l’acquisto della SIM al possesso di questo documento.</p>
<p style="text-align: justify;">In ultimo, viene istituita la facoltà per le forze dell’ordine di detenere una seconda arma personale al di fuori di quella d’ordinanza, portabile con sé anche se non in servizio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La spirale reazionaria in cui ci sta precipitando il Governo è il momentaneo culmine di un processo in atto da ben prima della presentazione del DDL 1660.</strong> Dal Decreto Rave al Decreto Caivano fin da subito è emersa la natura di un esecutivo pronto a governare le contraddizioni sociali attraverso il pugno duro. Abbiamo assistito a questo atteggiamento durante questi anni, a partire dalle violenze della polizia nei confronti del movimento studentesco quando 200.000 studenti scesero in piazza contro i morti in alternanza. Lo abbiamo vissuto davanti ai cancelli della logistica dove facchini e drivers in sciopero subivano aggressioni squadriste da parte di aziende di sicurezza privata al soldo dei padroni e forze dell’ordine. Lo sperimentano quotidianamente le famiglie operaie sotto sfratto che non possono permettersi di pagare un affitto a causa di disoccupazione e bassi salari. In particolare, in un contesto in cui si acuiscono le contraddizioni inter-imperialistiche, le manifestazioni per la Palestina e il movimento di sostegno che si è generato è stato vittima in prima fila di questo processo, come dimostra, in ultima istanza, la pesante repressione a cui abbiamo assistito in occasione della manifestazione del 5 ottobre a Roma.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Governo Meloni, con questo decreto-legge, cerca di sferrare un attacco spregiudicato nei confronti di chi lotta, in particolare contro il diritto di sciopero e di protesta dei lavoratori. </strong>È evidente, nonostante la trasversalità di queste misure, che vi è un occhio particolare per le proteste dei lavoratori, in particolare quelli della logistica, citati apertamente, assieme al SI Cobas, dal ministro Piantedosi in una delle ultime interrogazioni parlamentari. L’istituzione della resistenza passiva e il rafforzamento del reato di blocco stradale puntano proprio a colpire con la paura e con pene dure quei lavoratori che, in particolare negli ultimi anni, hanno dimostrato di poter fermare la produzione e la circolazione delle merci, oltre che il traffico di armi nei porti. Un attacco di classe chiaro e diretto soprattutto verso chi mette in discussione con maggiore forza e combattività gli attuali rapporti di produzione colpendo i profitti dei capitalisti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’ipocrisia delle forze politiche all’opposizione non si ferma neanche in questo caso. </strong>Dalle dichiarazioni della segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, degli esponenti del centrosinistra e di Conte la prima preoccupazione che traspare è relativa all’impatto che questo decreto avrà sui gruppi imprenditoriali legati al commercio della “cannabis legale”, mostrando ancora una volta la distanza con il popolo e i lavoratori. Le forze politiche, che oggi si pongono a parole contro questo decreto, sono le stesse che negli scorsi anni si sono rese corresponsabili dell’acuirsi dell’attacco repressivo dello stato borghese, a partire dall’approvazione dei Decreti Minniti targati PD e dei Decreti Sicurezza a firma 5Stelle-Lega, che hanno istituito reati come quello di blocco stradale per colpire innanzitutto i lavoratori in lotta, o che hanno rafforzato il regime di detenzione dei CPR. Decreti il cui impianto è stato mantenuto complessivamente in piedi anche dai governi di centro sinistra formatisi dopo la caduta dell’esecutivo a guida Movimento 5 Stelle e Lega. Oggi, provando a rifarsi una verginità politica e a macinare consenso elettorale, nascondono queste stesse responsabilità e provano a presentarsi con una nuova faccia nei confronti di quegli strati sociali che per primi sono stati colpiti dalle loro leggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questo contesto, sosteniamo e promuoviamo lo sciopero generale del 18 Ottobre indetto dal SI Cobas e le manifestazioni del 19 Ottobre contro il DDL 1660.</strong> Ci rendiamo conto che, a maggior ragione adesso, l’arretramento del movimento operaio e della sinistra di classe impone a tutte le realtà di lotta un cambio di passo. Proprio perché questo attacco è generalizzato e &#8211; nonostante colpisca le realtà di lotta in maniera trasversale – colpisce in particolar modo il movimento operaio, occorre che soprattutto sul fronte del sindacalismo di base e conflittuale e delle mobilitazioni si eserciti la massima unità d’azione. Per difendere i diritti, in particolare quello di sciopero, bisogna praticarli. Non si può combattere questo decreto semplicemente con una battaglia d’opinione: quando i margini di agibilità politica e gli spazi democratici si restringono possono essere difesi solo dalle lotte che esistono e possono svilupparsi nel movimento reale, a partire da quello dei lavoratori. E queste lotte devono scorrere in un unico fiume, che possa fare da argine alle mire di pacificazione sociale di governo e padroni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’acuirsi dell’attacco repressivo e di classe del governo impone l’urgenza della ricostruzione del partito rivoluzionario della classe operaia in Italia</strong>, del fattore soggettivo che organizzi la risposta non solo a questo ennesimo tentativo di colpire i lavoratori e le sue avanguardie, ma complessivamente ad un sistema fatto di morte e sfruttamento, che antepone i profitti di pochi al benessere di tutti. Siamo in prima fila per sostenere questa prospettiva e per gettare la basi affinchè si sviluppi.</p>
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		<title>SCIOPERO NAZIONALE AUTOMOTIVE: 18 OTTOBRE IN PIAZZA A ROMA CON GLI OPERAI, CONTRO RASSEGNAZIONE E ILLUSIONI. Comunicato della Segreteria Nazionale del FGC</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Oct 2024 19:11:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FGC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[SCIOPERO NAZIONALE AUTOMOTIVE: 18 OTTOBRE IN PIAZZA A ROMA CON GLI OPERAI, CONTRO RASSEGNAZIONE E ILLUSIONI. Comunicato della Segreteria Nazionale del FGC Il 18 ottobre, FIOM, FIM e UILM hanno indetto uno sciopero nazionale di 8 ore del settore automotive, che coinvolgerà anche i lavoratori in somministrazione, contro il processo in corso da anni di]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p id="docs-internal-guid-d0b052b2-7fff-1a0e-65b7-eecd89d91aa7" style="text-align: justify;" dir="ltr"><strong>SCIOPERO NAZIONALE AUTOMOTIVE: 18 OTTOBRE IN PIAZZA A ROMA CON GLI OPERAI, CONTRO RASSEGNAZIONE E ILLUSIONI</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;" dir="ltr"><em>Comunicato della Segreteria Nazionale del FGC</em></p>
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">Il 18 ottobre, FIOM, FIM e UILM hanno indetto uno sciopero nazionale di 8 ore del settore automotive, che coinvolgerà anche i lavoratori in somministrazione, contro il processo in corso da anni di desertificazione industriale e per la tutela dell’occupazione. Il giorno stesso si svolgerà una manifestazione nazionale a Roma con concentramento dalle ore 9.30 in piazza Barberini. La ripresa delle mobilitazioni organizzate e spontanee che ci sono state tra i metalmeccanici in questo ultimo anno in tutta Italia è un fenomeno che il FGC recepisce certamente come positivo.</p>
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">I dati sulla cosiddetta “crisi industriale” – ovvero la ristrutturazione capitalistica in atto in questo settore – restituiscono un quadro agghiacciante. Nel luglio 2024, il calo produttivo rispetto a giugno è stato dello 0,9 per cento; su base annua, l&#8217;indice diminuisce addirittura del 3,3 per cento rispetto al luglio dell’anno scorso. Nel settore automotive va ancora peggio. La produzione di auto di Stellantis in Italia è crollata nel primo semestre del 2024 a -29,2% rispetto allo stesso periodo del 2023, e il calo sta interessando anche la realizzazione dei veicoli commerciali leggeri con -0,5%.</p>
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">Dal 2014 ad oggi sono 11.500 i lavoratori diretti usciti dagli stabilimenti italiani di Stellantis, di cui 2.800 dagli enti centrali. E nel 2024 sono previste ulteriori 3.800 uscite incentivate. A questi vanno aggiunti gli oltre 3000 lavoratori in somministrazione che risultano licenziati al giugno 2024. Inoltre, più 183.000 lavoratori sono coinvolti in tavoli di crisi a livello nazionale o regionale. Tra i lavoratori del settore automotive che rischiano nei prossimi anni di subire casse integrazione, disoccupazione oppure riduzione del monte ore settimanale ve ne sono circa 70.000.</p>
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">Lo scenario a cui siamo posti di fronte è quello di un settore con sempre meno lavoratori, con contratti sempre più precari all’interno della breve parentesi di ricambio generazionale presente fino a qualche anno fa, sottoposti a ritmi crescenti, i quali hanno una ricaduta diretta sulla sicurezza – già compromessa dai forti tagli avvenuti nel corso di questi anni. A tutto ciò si sommano i salari bassi e fermi da diversi anni, i quali sommati alla cassa integrazione, che pesa sulla fiscalità generale, hanno gettato decine di migliaia di famiglie operaie nella povertà.</p>
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">La “crisi dell’automotive” la stanno pagando i lavoratori, mentre le imprese fanno profitti da capogiro. Stellantis con 24 miliardi di euro di utile operativo e oltre 18 miliardi di euro di utile netto è in cima alla classifica. A seguirla, Wolkswagen con 17,8 miliardi, Mercedes-Benz con 14,5 miliardi, Tesla con 13,8 miliardi e così via. Mentre amministratori delegati e portavoce delle aziende piangono lacrime di coccodrillo, chiedendo ulteriori incentivi statali e disinvestendo in quei siti che ritengono poco profittevoli, continuano ad arricchirsi sulle spalle di lavoratori, che da anni vedono l’inflazione crescere di decine di punti percentuali, con salari fermi ormai da trent’anni e senza la possibilità di arrivare a fine mese. Inoltre, sono peggiorate enormemente le condizioni di lavoro nelle fabbriche, tra tagli alle misure di sicurezza, aumento dei ritmi e delle ore di lavoro – che hanno contribuito direttamente all’aumento dell’incidenza di morti sul lavoro -, oltre che di contratti precari e in somministrazione.</p>
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">Occorre sostenere le lotte degli operai metalmeccanici per la difesa del posto di lavoro, con il controllo operaio sulla produzione. È necessario farlo oggi a maggior ragione contro i piani di svendita dei consigli di amministrazione utili ai padroni per ottimizzare i profitti, ma dannosi per gli operai e per le loro famiglie.  La storia dei metalmeccanici in Italia è gloriosa: il loro contributo alle conquiste più avanzate del movimento dei lavoratori in questo paese è immenso ed occorre oggi ripartire da queste radici e dal protagonismo operaio per non tornare ulteriormente indietro. Come negli USA e in molti altri paesi che hanno visto una forte mobilitazione operaia proprio di questo settore, serve che i comunisti colgano l’importanza di queste ondate di scioperi e siano in prima fila per dare il proprio contributo affinché abbiano successo e rompano l’isolamento a cui vengono relegate da media e istituzioni.</p>
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">Il governo Meloni, anche in questo frangente, è conseguente agli interessi del capitale e dei monopoli italiani. Nel caso Stellantis, in particolare, nonostante la retorica della necessità di tutelare il Made in Italy in funzione anti-francese, continua nel solco dei precedenti governi a trattare la multinazionale con i guanti di seta, garantendo incentivi (legati anche al passaggio all’elettrico) e sgravi fiscali. Tutto questo non solo con lo scopo di preservare il più possibile gli interessi del capitale italiano all’interno della holding, ma anche per evitare, in caso di smobilitazione repentina dei siti produttivi in Italia, un crollo dei dati relativi alla forza-lavoro impiegata, che andrebbero a minare quanto propagandato dalle forze di governo sul presunto record occupazionale raggiunto in questo anno e mezzo. Conseguentemente, continua nel solco delle politiche antioperaie. Come già fatto l’anno scorso con il Decreto Lavoro, il Governo Meloni precarizza i contratti in maniera enorme, contribuisce a smantellare le misure di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro inserendo il preavviso di dieci giorni al padrone dell’azienda nel caso di controlli, rende ancora più difficile e ricattatorio l’accesso a misure come la NASPI.</p>
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">Allo stesso modo occorre denunciare le illusioni spacciate dal centrosinistra e dalle dirigenze confederali circa le necessità di apertura alla competitività, alla supposta “industrializzazione sostenibile” all’interno dei margini di questo sistema economico o sui presunti miracoli della “transizione verde”. Negli anni scorsi gli operai hanno visto coi loro occhi i risultati delle politiche di liberalizzazione del mercato del lavoro e della competitività: svendita totale dei siti produttivi, delocalizzazione, licenziamenti, attacchi ai salari, precarietà ed ammortizzatori sociali usati a pioggia. Quei partiti che oggi rivendicano un “energico intervento statale” in nome della “transizione ecologica” sono i medesimi che da una parte hanno votato e sostenuto, quando erano al governo, politiche lacrime e sangue, mentre dall’altra incensano e promuovono la competitività dei monopoli e delle imprese italiane nei mercati globali proprio sul piano della “green economy”, nuovo terreno di profitti miliardari per i padroni, che poco ha a che fare con la prospettiva di tutelare l’ecosistema.</p>
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">Ricordiamo bene la natura degli interventi statali teoricamente finalizzati a difendere l’occupazione fatti negli ultimi trent’anni. Accordi in cui sono stati regalati centinaia di miliardi di euro ad aziende come Stellantis, dietro a false promesse di reindustrializzazione, puntualmente disattese da nuove ondate di licenziamenti e casse integrazioni. Contestualmente venivano firmati contratti collettivi peggiorativi e votate leggi che attaccavano apertamente i diritti conquistati dal movimento operaio. Non si tratta unicamente di rivendicare, giustamente, il lavoro, se poi questo è fatto di contratti precari, a tempo determinato e in somministrazione, flagello che colpisce innanzitutto i giovani operai nel mondo del lavoro. Indirizzare i lavoratori verso tutto ciò significa metterli nel vicolo cieco prodotto da questo sistema in putrefazione: sistema all’interno del quale gli esponenti politici che difendono gli interessi dei capitalisti e gli industriali non ci pensano due volte prima di lasciare in mezzo ad una strada decine di migliaia di famiglie operaie.</p>
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">Sosteniamo e promuoviamo lo sciopero e la manifestazione nazionale del 18 ottobre. Saremo fianco a fianco agli operai che non si rassegnano di fronte alle minacce di perdere il posto di lavoro, così come, in questi anni e in tutto il Paese, abbiamo lottato assieme ai lavoratori di diverse aziende – GKN, LEAR, MAGNETI MARELLI, WARTSILA per citarne alcune. Come comunisti, a maggior ragione come parte integrante del percorso di ricostruzione del partito politico della classe operaia, occorre che facciamo la nostra parte.</p>
<p style="text-align: justify;" dir="ltr">Tutti in piazza! Il posto di lavoro non si tocca: lo difenderemo con la lotta.</p>
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		<title>PER SATNAM SINGH, UCCISO DAL PADRONE IN NOME DEL PROFITTO. Comunicato della segreteria nazionale FGC.</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jun 2024 16:18:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[È morto poco fa Satnam Singh, il bracciante agricolo 31enne dell’Agro Pontino che due giorni fa era rimasto amputato di un braccio sul posto di lavoro, in un incidente con un macchinario. Il padrone lo ha caricato su un camioncino e scaricato come un rifiuto in strada, assieme alla moglie disperata, davanti alla loro abitazione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">È morto poco fa Satnam Singh, il bracciante agricolo 31enne dell’Agro Pontino che due giorni fa era rimasto amputato di un braccio sul posto di lavoro, in un incidente con un macchinario.</p>
<p style="text-align: justify;">Il padrone lo ha caricato su un camioncino e scaricato come un rifiuto in strada, assieme alla moglie disperata, davanti alla loro abitazione.</p>
<p style="text-align: justify;">La criminale omissione di soccorso, che viene già minimizzata come “negligenza” da alcuni giornali evidentemente collusi con i caporali e con le imprese dell&#8217;agro-mafia, è stata senza alcun dubbio la principale causa della morte di Satnam, che ha resistito due giorni ricoverato all’Ospedale San Camillo di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Satnam Singh è l’ennesima vittima del volto più disumano del capitalismo, che nell’Agro Pontino come in altre regioni agricole mostra da anni il suo vero volto, fatto di caporalato e sfruttamento disumano dei braccianti di origine immigrata.</p>
<p style="text-align: justify;">Contestiamo con forza certe letture semplicistiche, che riducono il caporalato a un problema di “legalità” e di antimafia, negando il carattere di classe dell’oppressione dei braccianti immigrati. Ciò che avviene da anni nell’Agro Pontino e in contesti analoghi, sotto gli occhi di tutti, è invece il volto più disumano dello sfruttamento di classe.</p>
<p style="text-align: justify;">La normalizzazione di fatto del caporalato nell’agricoltura italiana è l’altra faccia della medaglia di un sistema di potere ben diffuso, che parte dal dominio dei grandi monopoli dell’agricoltura e della GDO e arriva a rendere “ordinarie”, in nome della difesa dei profitti, le forme più barbare e disumane di sfruttamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Le radici di questi fatti stanno nella natura stessa di un sistema fondato sul profitto di pochi a scapito della vita di molti. Contro questa barbarie è necessario oggi mobilitarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiamiamo le forze sindacali e di classe ad alzare il livello di mobilitazione, mettersi in agitazione, rispondere con lo sciopero a quanto è avvenuto. Chiamiamo le forze politiche della sinistra di classe a mettere in campo i propri sforzi, congiuntamente, per produrre una risposta chiara e immediata, sul terreno della mobilitazione operaia e sindacale. Ogni reazione fiacca o inadeguata conferma ai padroni che possono alzare sempre più l’asticella.</p>
<p style="text-align: justify;">Le nostre forze saranno a disposizione.</p>
<p style="text-align: justify;">PER SATNAM SINGH, UCCISO IN NOME DEL PROFITTO.</p>
<p style="text-align: justify;">BANDIERE ROSSE AL VENTO.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>FUORI L’ITALIA DALLA GUERRA. 21 OTTOBRE IN PIAZZA A GHEDI, COLTANO E PALERMO. Comunicato della segreteria nazionale FGC</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Oct 2023 09:32:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il mondo è sull’orlo del baratro. In tutti i continenti si moltiplicano i focolai di guerra, accompagnati da una corsa agli armamenti senza precedenti dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. La crisi capitalistica generalizzata, la competizione imperialista tra le vecchie e le nuove potenze del mondo capitalistico, le ambizioni di profitto delle oligarchie finanziarie di tutti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il mondo è sull’orlo del baratro.</strong> In tutti i continenti si moltiplicano i focolai di guerra, accompagnati da una corsa agli armamenti senza precedenti dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. La crisi capitalistica generalizzata, la competizione imperialista tra le vecchie e le nuove potenze del mondo capitalistico, le ambizioni di profitto delle oligarchie finanziarie di tutti i paesi minacciano oggi di trascinare i popoli nell’incubo di un nuovo conflitto mondiale.</p>
<p>In Europa, prosegue da un anno e mezzo la guerra che si combatte in Ucraina tra la NATO e la Federazione Russa, che appare ben lontana dal concludersi ma anzi vede svilupparsi nuove escalation con morti, profughi e devastazioni. In Medio Oriente, il massacro criminale portato avanti dal governo di Israele contro la popolazione di Gaza e la resistenza palestinese rischia di evolvere in un più conflitto più ampio in tutta la regione. In Africa, l’impressionante numero di otto colpi di Stato in tre anni ha dimostrato l’esistenza di una fortissima competizione tra le potenze capitalistiche per modificare le sfere di influenza esistenti. In Asia, è ritornata all’ordine del giorno la questione di Taiwan che si collega direttamente alle nuove alleanze militari statunitensi per la competizione con la Cina nell’Oceano Pacifico.</p>
<p><strong>In questo quadro, il governo Meloni ha portato avanti una politica scellerata e guerrafondaia.</strong> Tonnellate di armi sono state inviate dall’Italia all’esercito ucraino, rendendo il nostro paese compartecipe del massacro in corso. L’Italia è in prima linea nella corsa agli armamenti con 27,7 miliardi di euro spesi per la difesa nel 2023, con un aumento di quasi 2 miliardi rispetto al 2022 e con l’obiettivo di portare le spese militari al 2% del PIL entro il 2028. Il governo promuove direttamente i piani di espansione del capitale italiano: “più Italia nei Balcani” e “un piano italiano per l’Africa”, mentre si conferma come il più fedele alleato della NATO e degli USA nell’Europa centro-meridionale.</p>
<p>Nelle scorse settimane, il governo Meloni ha dichiarato il proprio<strong> </strong>sostegno incondizionato all’estrema destra israeliana di Netanyahu, responsabile di innumerevoli crimini di guerra, dell’annunciato genocidio del popolo palestinese di Gaza e dell’escalation in corso, confermando il proprio rifiuto di riconoscere lo Stato di Palestina.</p>
<p><strong>In nome della guerra, viene chiesto al popolo e ai lavoratori in Italia di accettare sacrifici e privazioni</strong>, derivanti dalle sanzioni, dall’inflazione e dai rincari in generale, dall’economia di guerra apertamente definita così dagli stessi vertici della Commissione Europea.</p>
<p><strong>I costi economici e sociali della guerra vengono scaricati sui lavoratori e sugli strati popolari, </strong>come confermano gli attacchi a salari, pensioni e stato sociale. La propaganda martellante che inonda i media e la stampa a reti unificate ha precisamente l’obiettivo di compattare l’opinione pubblica nonostante il peggioramento delle condizioni di vita, di presentare la “vittoria” sui fronti di guerra come una necessità irrinunciabile in nome di presunti “interessi nazionali”.</p>
<p>In Italia, nonostante gli sforzi significativi che da più parti sono stati messi in campo, non esiste ancora un vero movimento contro la guerra, le cui identità e parole d’ordine siano chiaramente riconoscibili e conosciute a livello di massa e, soprattutto, capace di costituire un ostacolo reale alle politiche di guerra dei governi, legandosi a doppio filo alle esperienze di lotta operaia più avanzate e coscienti. Il governo Draghi prima, il governo Meloni poi, sono andati avanti come un treno nella direzione che è stata chiesta e ottenuta dai settori dominanti del capitale italiano.</p>
<p>Siamo ben consapevoli che buona parte delle ragioni stia nella debolezza del movimento operaio nella fase attuale. <strong>Ciò nondimeno, continuiamo a essere convinti che la costruzione di un ampio movimento popolare contro la guerra non possa essere demandata a un generico civismo e che, anzi, proprio i lavoratori possano e debbano essere il perno di questo movimento</strong> <strong>che abbiamo il dovere di costruire</strong>.</p>
<p>Affermiamo questo sulla base di una consapevolezza precisa: la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra imperialista combattuta tra i padroni di tutti i paesi è la prosecuzione delle politiche capitalistiche che schiacciano ogni giorno i proletari di tutti i paesi. I mandanti dei piani di guerra sono gli stessi responsabili dell’ingiustizia quotidiana che ci viene imposta da questo sistema. Come logica conseguenza, anche la lotta contro la guerra è la naturale prosecuzione della lotta di classe, e non può che porsi su un terreno internazionalista, quello della fratellanza tra i popoli e i lavoratori di tutti i paesi contro i capitalisti di tutti i paesi.</p>
<p>Con questo spirito, <strong>da comunisti parteciperemo alle diverse mobilitazioni nazionali contro la guerra che si terranno in concomitanza nella giornata del 21 ottobre a Ghedi, a Pisa/Camp Derby e a Palermo</strong>, all’indomani dello sciopero nazionale del sindacalismo di base del 20 ottobre.</p>
<p>La divisione – del tutto evitabile &#8211; in tre manifestazioni separate fotografa lo stato di divisione del movimento di classe, l’esistenza di posizioni e prospettive eterogenee corrispondenti all’attuale stato di sviluppo del dibattito sulla guerra e l’imperialismo. Nonostante questi limiti, riteniamo che la giornata di mobilitazione nazionale del 21 ottobre debba essere quanto più incisiva e generalizzata, e che la sua riuscita possa realmente farci muovere dei passi in avanti nella costruzione di un grande movimento contro la guerra.</p>
<p>Parteciperemo a tutte le manifestazioni promuovendo una piattaforma antimperialista, internazionalista e rivoluzionaria, contro ogni forma di compartecipazione dell’Italia ai conflitti imperialisti in corso:</p>
<p><strong>BASTA ARMI IN UCRAINA</strong>. Fermare l’ottavo pacchetto di armi preparato dal governo Meloni. Un anno e mezzo di guerra ha dimostrato che armare l’Ucraina non serve a difendere le popolazioni né a favorire la fine del conflitto. USA, NATO e UE stanno prolungando volutamente la guerra per i propri interessi.</p>
<p><strong>FERMARE L’ECONOMIA DI GUERRA E LE SANZIONI.</strong> No allo scaricamento del costo della guerra sulle spalle dei lavoratori. Fermiamo l’aumento dei prezzi, il taglio alla spesa sociale, l’attacco ai diritti.</p>
<p><strong>FUORI L’ITALIA DALLA NATO, FUORI LA NATO DALL’ITALIA.</strong> La favola della NATO come alleanza difensiva è insostenibile. Ritiro unilaterale dell’Italia dalla NATO, chiusura di tutte le basi militari USA e NATO sul territorio nazionale.</p>
<p><strong>FERMARE LE SPESE MILITARI, RITIRO DELLE TRUPPE ITALIANE ALL’ESTERO.</strong> Entrambe non tutelano la “sicurezza nazionale”, ma l’imperialismo italiano e gli interessi predatori di grandi monopoli come ENI. Si investa su sanità, diritto allo studio, spesa sociale.</p>
<p><strong>L’ITALIA RICONOSCA LO STATO DI PALESTINA.</strong> Porre fine al sostegno incondizionato ai crimini di Netanyahu contro la legittima lotta del popolo palestinese. Il sostegno all’estrema destra israeliana non difende la pace, al contrario legittima e incoraggia lo sterminio del popolo palestinese e prepara il terreno a una maggiore escalation in Medioriente.</p>
<p><strong>CONTRO IL NAZIONALISMO E LA PROPAGANDA DI GUERRA</strong>. Diciamo no a chi vorrebbe creare un pensiero unico a sostegno della guerra e bollare come servi del nemico, “putiniani” o “amici di Hamas”, tutte le voci critiche.</p>
<p><strong>CONTRO IL GOVERNO MELONI</strong>. Costruiamo un’opposizione operaia e popolare al governo dei padroni, contro la finta opposizione di PD e Movimento Cinque Stelle.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>FUORI L’ITALIA DALLA GUERRA!</strong></p>
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		<title>CONTRO GUERRA, GOVERNO MELONI E CAROVITA! COSTRUIAMO LO SPEZZONE DI CLASSE E ANTICAPITALISTA IL 3 DICEMBRE A ROMA</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2022 16:21:35 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La guerra imperialista tra il blocco NATO/UE e la Russia in Ucraina prosegue mostrando chiaramente che il capitalismo, la sua crisi e la competizione tra monopoli conducono strutturalmente alla guerra. I proletari russi e ucraini ne pagano il prezzo con la vita e la repressione militare, mentre in ogni paese sono sempre i proletari che subiscono gli aumenti dei prezzi di tutto ciò che è necessario alla loro vita. Il governo Meloni rafforza con piena adesione la partecipazione dell’Italia alla guerra imperialista, sostenendo i piani NATO e promuovendo il rinnovo dell’invio di armi nel solco di quanto fatto dal governo Draghi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 3 dicembre saremo in piazza contro questa guerra, contro i piani del capitalismo italiano e del blocco euro-atlantico, per opporci alle spese militari, all’invio di armi, alla politica delle sanzioni che affamano i proletari di tutti i paesi che giorno dopo giorno scendono in piazza, dalla Grecia, all’Inghilterra, all’Iran, perfino negli USA con un grado di coscienza che comincia ad andare oltre le sole rivendicazioni economiche in un processo che non possiamo non salutare e lottare per dare ad esso il nostro contributo. Vogliamo tenere aperto uno spazio che possa raccogliere la partecipazione e le speranze di tutti coloro che sono scesi in piazza contro la guerra e che ritengono necessario continuare a farlo. Vogliamo costruire con queste energie un percorso di mobilitazione che sia realmente contro la guerra, che porti avanti la lotta per la chiusura di tutte le basi USA e NATO, per l’uscita dell’Italia dalla NATO e da ogni alleanza imperialista transnazionale, che intendiamo come parte integrante e irrinunciabile della lotta rivoluzionaria per una società socialista e il potere dei lavoratori, e non come riposizionamento e riorientamento della politica estera dell’Italia capitalistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Consapevole della possibilità del dissenso sociale, il nuovo governo ha già messo in campo le misure preventive di attacco alla libertà di manifestazione, alla libertà di sciopero avvertendo donne, studenti e immigrati con le prime minacce: attacchi al ruolo delle donne e alle loro conquiste, manganellate alla Sapienza, accuse di associazione a delinquere contro movimenti di lotta e disoccupati, bracci di ferro internazionali sulla pelle di immigrati abbandonati in mare, inasprimento delle condizioni carcerarie. Sono, infatti, questi i settori attualmente più presenti sulla scena dell’opposizione sociale e che potrebbero innescare lotte più ampie. L’attacco è a più largo raggio e la manovra finanziaria ne costituisce il riflesso pratico: da un lato sgravi fiscali ed aiuti alle imprese, dall’altro cancellazione del reddito di cittadinanza, tagli alla scuola ed alla sanità, il tutto preparato da una infame campagna di propaganda il cui scopo è dividere i lavoratori ed aizzare le classi medie contro il proletariato.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivare alla fine del mese diventa sempre più difficile per settori sempre più ampi di proletari. I salari bassi, il costo della vita dalle bollette al carrello della spesa, i mutui e gli affitti, il costo degli stessi servizi essenziali sono il futuro che scrivono i capitalisti mentre gonfiano i loro portafogli e competono fra loro fino al baratro della guerra. Di fronte all’attacco padronale non possiamo più limitarci a resistere. Solo con una battaglia politica complessiva delle avanguardie dei lavoratori, dei disoccupati e degli studenti saremo in grado di opporci in maniera efficace alle politiche antiproletarie che l&#8217;esecutivo Meloni, in piena continuità con quelli precedenti, porterà avanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Mostriamo chiaramente che esiste un&#8217;alternativa a chi, da destra a sinistra passando per i 5 stelle, ha appoggiato o è stato responsabile, ricoprendo incarichi governativi, del massacro sociale e della repressione ai danni di lavoratori e lavoratrici, avanguardie di lotta e sindacali, studenti e studentesse. Dobbiamo scendere in campo per provare a scrivere un futuro diverso: è fondamentale rispondere con la massima unità possibile di tutti i lavoratori combattivi, le esperienze di lotta, dei sindacati conflittuali e di tutti coloro che vogliano in qualsiasi modo contribuire a questa lotta, e in questa direzione sosteniamo con convinzione lo sciopero unitario del sindacalismo di base e il carattere unitario della manifestazione del 3 dicembre. La pratica di un fronte unico di classe contro i padroni, di mettere insieme sul piano della mobilitazione tutte le forze disponibili del movimento operaio per opporsi alle politiche padronali, è e rimane una condizione fondamentale per ridare forza e credibilità a livello di massa alla lotta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 2 dicembre sosteniamo lo sciopero generale, i lavoratori e le lavoratrici che bloccheranno la produzione e la circolazione delle merci e tutte le iniziative contro carovita e aumento dei beni di prima necessità. Sabato 3 dicembre scendiamo in piazza a Roma per rilanciare l’opposizione di classe al governo, contro la guerra imperialista, contro il carovita, per l’aumento dei salari, contro la repressione delle lotte, contro le misure lacrime e sangue e il governo Meloni che le prepara.</p>
<p style="text-align: justify;">Con questo spirito quindi promuoviamo la costruzione di uno spezzone di classe e anticapitalista, combattivo e che raccolga le esperienze più avanzate delle lotte di operai, disoccupati e studenti. Anche all’interno del contesto da ampliare e tutelare della mobilitazione unitaria, riteniamo giusto e legittimo affermare questa proposta con una precisa direzione politica anticapitalista e internazionalista, che consideriamo una necessità irrinunciabile per lo sviluppo della coscienza di classe e della lotta. Perché riteniamo che i rapporti di forza si spostino nella lotta di classe e non ci possano essere scorciatoie o semplici trovate elettoraliste di fronte all’approfondimento della crisi capitalistica, perché pensiamo che non si possa evitare di fare i conti con l’esperienza disastrosa per il movimento operaio di quelle organizzazioni politiche che, ovunque nel mondo, a partire da questo si sono poste su un piano di compatibilità capitalistica, fino alla partecipazione ai governi borghesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardiamo alle lotte e agli scioperi che crescono in Europa e nel mondo, ai lavoratori che si sollevano rivendicando migliori condizioni di vita ma spesso mettendo in discussione anche l’oppressione dei loro governi. Ci rivolgiamo ai lavoratori e alle lavoratrici in mobilitazione, ai sindacati conflittuali, a tutti i movimenti di lotta, a chi lotta per il diritto alla casa, a chi si batte contro il carovita, la devastazione ambientale, la mercificazione della salute. Ci rivolgiamo agli studenti, perché uniscano la loro lotta contro l’istruzione di classe e l’alternanza scuola-lavoro a quella dei lavoratori. Ci rivolgiamo a tutti qui lavoratori e lavoratrici che non ne possono più dei teatrini parlamentari fatti sulla loro pelle. Ci rivolgiamo a chi è già sceso in piazza a Bologna e a Napoli inaugurando un’opposizione sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Costruiamo insieme uno spezzone internazionalista e proletario che faccia emergere nel dibattito pubblico la presenza di chi mette a disposizione la propria capacità di mobilitazione contro la guerra imperialista e si dichiara pronto a dare battaglia al governo nelle piazze e nei luoghi di lavoro. Uno spezzone che mostri la forza e la determinazione di chi porta in campo la prospettiva della lotta rivoluzionaria contro il capitalismo.</p>
<p style="text-align: justify;">• contro la guerra imperialista e la compartecipazione dell’Italia, contro l’invio di armi e l’aumento delle spese militari<br />
• contro il carovita e per l’aumento dei salari<br />
• contro le misure lacrime e sangue e il governo Meloni che le prepara</p>
<p style="text-align: justify;">Collettivo Militant<br />
CSA Vittoria<br />
Fronte della Gioventù Comunista<br />
Fronte Comunista<br />
Laboratorio Politico Iskra<br />
Movimento di Lotta “Disoccupati 7 Novembre”<br />
Osa Perugia<br />
Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria</p>
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		<title>BASTA STrAGE! APPELLO PER LA MOBILITAZIONE NAZIONALE STUDENTESCA CONTRO L&#8217;ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO IL 23 DI SETTEMBRE</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Sep 2022 18:25:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FGC</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Nel tardo pomeriggio di venerdì, Giuliano De Seta, 18 anni, viene travolto da una lastra di acciaio di due tonnellate mentre lavorava in fabbrica il quarto giorno di alternanza scuola-lavoro, presso la Bc Service a Noventa di Piave (VE). Dopo le morti di Lorenzo e Giuseppe e le decine di studenti feriti negli scorsi mesi, a pochissimi giorni dall’inizio dell’anno scolastico, ci troviamo ancora una volta davanti ai frutti avvelenati di un sistema che produce solo morte e sfruttamento.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> Innanzitutto, esprimiamo assoluta vicinanza e le nostre condoglianze alla famiglia di Giuliano.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> Da anni, con mobilitazioni di massa di centinaia di migliaia di studenti e studentesse, denunciamo la vera natura dei progetti di alternanza, in cui si lavora gratuitamente, senza limite orario giornaliero e senza che vengano realmente tenuti i corsi sulla sicurezza che sarebbero obbligatori. L’alternanza scuola-lavoro è stata introdotta con la finalità di modellare l’istruzione pubblica sulle esigenze delle aziende, che per salvaguardare i loro profitti puntano ad abbassare i salari, aumentare ritmi e orari di lavoro e impiegare lavoro precario e interinale. In vasti settori delle piccole e medie imprese gli studenti sono considerati a tutti gli effetti manodopera gratuita anche per le esigenze immediate della produzione. Fin dai 15 anni l’alternanza insegna che è normale lavorare gratis, senza diritti, sicurezza e possibilità di organizzarsi nel sindacato. In questo modo si educano milioni di studenti allo sfruttamento e all’assenza di diritti, per abituarli a un futuro di miseria, sacrifici e, in sempre più casi, che si può morire mentre si lavora.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> La strage nei luoghi di lavoro, lo vediamo sempre più spesso, non ha età. Certo, una vita spezzata a diciotto anni fa ancora più rabbia, soprattutto se ciò avviene nel contesto di un progetto legato alla scuola. Si muore tutti i giorni mentre si lavora con numeri da guerra civile. L’aumento dei ritmi di lavoro, il taglio della spesa per la sicurezza nelle aziende, la scarsa manutenzione dei macchinari, l’inserimento di manodopera gratuita o a basso costo sono i principali fattori che alimentano questa mattanza dei padroni. Quello che è veramente grave è che ormai si prova a normalizzare ciò che normale non è. Non è normale lavorare centinaia di ore senza salario, senza diritti, senza sicurezza, non è normale morire a diciotto anni in alternanza. Non accetteremo che si porti avanti questa operazione disgustosa di sdoganamento nei confronti di quella che viene chiamata una “tragica fatalità”. Non c’è nessuna tragica fatalità bensì delle colpe evidentissime: quelle dei padroni e delle loro organizzazioni, in primis Confindustria, che sfruttano e uccidono nei posti di lavoro studenti e operai, quelle dello stato e dei partiti che portano avanti come un carro-armato politiche sulla scuola sempre più piegate alle esigenze dei capitalisti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> Nel contesto di una campagna elettorale in cui si parla di tutto men che meno dei bisogni di lavoratori, studenti e disoccupati, partiti e partitini trovano il tempo di qualche dichiarazione sui social per accalappiare voti, facendo finta di nulla rispetto alle leggi che hanno tutti portato avanti. Dell’uccisione di Giuliano sono responsabili tutte le forze politiche che hanno votato a favore dell’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro nella “Buona Scuola”, una legge promossa dal PD e che non ha trovato reale opposizione da nessuna forza parlamentare. Sono responsabili tutti i governi che negli ultimi anni si sono succeduti mantenendo in piedi questo modello. Sono responsabili le organizzazioni studentesche legate al PD che in maniera vergognosa stanno già utilizzando la morte di Giuliano per fare da sponda al centro-sinistra per il voto di domenica e per l’eventuale finta opposizione di un possibile governo di destra. Ne è anche responsabile il governo Draghi (PD-Lega-M5S-FI-IV-LEU-PiùEuropa) che, mentre suoi ministri piangono lacrime di coccodrillo per la morte di Lorenzo, sta rafforzando l’alternanza scuola-lavoro stanziando miliardi di euro del PNRR. Ne sarà responsabile il governo che verrà, il quale farà tutto men che meno gli interessi degli studenti e dei lavoratori.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> Lo scorso inverno centinaia di migliaia di studenti sono scesi in piazze combattive contro questo modello di scuola, contro le morti in alternanza, incontrando in molti casi una durissima repressione da parte dello stato e delle forze dell’ordine. Con migliaia di scuole occupate e un protagonismo reale di ragazzi e ragazze spesso giovanissimi, siamo riusciti a mettere in prima fila nel dibattito pubblico i nostri bisogni contemporanei. Con lo scoppio della guerra in Ucraina a seguito dell’invasione russa ci siamo mobilitati in moltissime scuole in tutto il paese per dire che la gioventù rifiuta di schierarsi in uno dei due campi imperialisti, che lotta spalla a spalla contro i piani di morte della borghesia italiana, per l’uscita dalla NATO, per la chiusura delle basi di morte. Oggi, di fronte ai rincari senza precedenti di alimenti, libri, trasporti, di fronte alla possibilità reale di un inverno con i termosifoni spenti in molte strutture pubbliche, di fronte allo sfruttamento senza limiti, di fronte all’ennesima morte di uno studente in alternanza bisogna riprendere la lotta.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Dalle prime ore siamo stati attivi in azioni di protesta immediate, ma siamo convinti della necessità di arrivare la prossima settimana, il 23 di settembre, ad una giornata di mobilitazione nazionale studentesca che sappia essere una risposta reale degli studenti contro il modello dell’alternanza scuola-lavoro che ha prodotto tutto questo, per dire che la strage di studenti ed operai deve finire. Non abbiamo mai nascosto le nostre criticità rispetto alle giornate del Fridays For Future e soprattutto sulla strumentalizzazione che fanno di quella giornata le organizzazioni legate al centrosinistra, in particolare nell&#8217;attuale periodo elettorale. Nonostante non condividiamo gli elementi di fondo che costituiscono quel progetto &#8211; nei fatti il non produrre una critica anticapitalista con rivendicazioni legate ad un ambientalismo generico, di facciata, su spinta e sostegno di diversi gruppi monopolistici &#8211; pensiamo che sia necessario nell&#8217;immediato convergere in un contesto di data già presente piuttosto che calarne una a freddo. Ciononostante non accetteremo che forze politiche, studentesche o meno, utilizzino una giornata di lotta contro l&#8217;alternanza scuola-lavoro in senso elettorale per produrre un sostegno al centrosinistra o ancora peggio per disinnescare la legittima rabbia degli studenti e delle studentesse. Non c’è spazio per fare campagna elettorale sulla pelle dell’ennesimo omicidio padronale, da parte di qualsiasi forza politica o partito, nelle mobilitazioni che costruiremo nei prossimi giorni. Non c’è spazio per strumentalizzare la morte di uno studente in alternanza per raccattare qualche voto in più, illudendo la gioventù che nell’attuale arco parlamentare ci sia qualche forza che possa rappresentare i loro interessi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">È necessario anche e soprattutto concepire la data del 23 come punto di inizio di una stagione di occupazioni, cortei, proteste, scioperi dell’alternanza, per costruire una risposta corposa e reale, per bloccare una volta per tutte la strage ai danni degli operai e degli studenti. Facciamo appello a tutti gli studenti, ai collettivi, alle organizzazioni studentesche e alle scuole che si stanno già attivando e che si vogliono attivare; facciamo appello ai lavoratori combattivi, ai sindacati conflittuali, a tutte le avanguardie di classe che si stanno battendo contro i piani padronali e che nei prossimi mesi saranno attivi nella costruzione dello sciopero generale: il momento di mobilitarsi è adesso. Organizziamoci nelle prossime settimane per costruire una grande assemblea nazionale studentesca col fine di raccogliere i mille rivoli di esperienze di lotta emersi nelle scuole di tutta Italia nei mesi scorsi; prepariamo il terreno per una mobilitazione studentesca nazionale in Ottobre e per convergere nella giornata di sciopero generale indetta dai sindacati conflittuali contro omicidi sul lavoro, rincari, sfruttamento e guerra.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Renzi, crisi di governo, rimpasti e trattative. La risposta è comunque lo sciopero!</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2021 15:03:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Comunicato della Segreteria Nazionale del Fronte della Gioventù Comunista sulla crisi di governo. 18/01/2021 In seguito ad una polemica di settimane su ogni organo di stampa, la scorsa settimana Italia Viva &#8211; il partito di Matteo Renzi &#8211; ha aperto ufficialmente una crisi di governo, ritirando le ministre Bellanova (Agricoltura) e Bonetti (Famiglia) dall’esecutivo. Le]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.gioventucomunista.it/wp-content/uploads/2021/01/la-risposta-è-lo-sciopero.png" rel="lightbox[3252]" title="la-risposta-e%cc%80-lo-sciopero"><img class="aligncenter size-full wp-image-3253" title="la-risposta-e%cc%80-lo-sciopero" src="http://www.gioventucomunista.it/wp-content/uploads/2021/01/la-risposta-è-lo-sciopero.png" alt="" width="1076" height="1078" /></a></em></p>
<p><em>Comunicato della Segreteria Nazionale del Fronte della Gioventù Comunista sulla crisi di governo. 18/01/2021</em></p>
<p align="justify"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: small;">In seguito ad una polemica di settimane su ogni organo di stampa, la scorsa settimana Italia Viva &#8211; il partito di Matteo Renzi &#8211; ha aperto ufficialmente una crisi di governo, ritirando le ministre Bellanova (Agricoltura) e Bonetti (Famiglia) dall’esecutivo. Le dimissioni sono arrivate ufficialmente dopo l’astensione delle ministre renziane nella votazione per l’approvazione del Recovery Plan nell’ultima seduta del Consiglio dei Ministri. La situazione merita un approfondimento maggiore rispetto a molte letture semplificate circolate anche a sinistra, viste anche le conseguenze politiche che ne stanno derivando.</span></span></p>
<p align="justify"> <span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Lo scontro tra Italia Viva ed il resto della maggioranza di governo è cominciato sulla legge di bilancio e si è ulteriormente acuito sulla ripartizione dei fondi del Recovery Plan. Consapevole dei futuri rischi elettorali del suo piccolo partito, Renzi ha cercato in modo spregiudicato di rappresentare nel dibattito interno al governo gli interessi dei settori più aggressivi del campo padronale. Non è casuale in questa direzione il consenso che ha incassato da un personaggio come Briatore, che ha plaudito apertamente alla crisi di governo sottolineando particolarmente di riconoscersi nella richiesta renziana di fare ricorso al MES. Il futuro politico di Italia Viva e dello stesso Renzi dipende effettivamente in modo maggiore dal successo nell’operazione di risultare rappresentanti credibili per alcuni settori capitalistici insoddisfatti, piuttosto che da clamorose inversioni dei sondaggi. Renzi è perfettamente consapevole che il suo tempo per tenere aperte prospettive future è ora e che difficilmente avrà al suo arco frecce diverse dal peso specifico della sua piccola truppa di parlamentari, che tirando la corda anche fino all’apertura della crisi di governo ha proprio la possibilità di smuovere qualche miliardo e permettergli di incassare sostegno per il futuro.<span id="more-3252"></span></span></span></p>
<p align="justify"> <span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Un ulteriore tassello al mosaico si aggiunge osservando lo scontro aperto da Renzi circa un mese fa direttamente contro il premier Conte, per la decisione di quest’ultimo di mantenere per sé la delega ai servizi segreti. La polemica era accompagnata dalla richiesta, accolta dal governo, di revocare l’istituzione di una nuova fondazione nell’ambito di servizi segreti e cybersecurity. L’argomento è stato ripescato da Renzi nei giorni della rottura con il governo con l’accusa rivolta a Conte di essere stato troppo timido nella condanna a Trump per i fatti di Capitol Hill, accompagnata da una nuova richiesta di lasciare la delega ai servizi segreti motivata dal supporto degli agenti italiani concesso dall’allora governo Lega-M5S al presidente uscente americano nel “caso Barr”, una controinchiesta che colpiva i democratici USA per rispondere al “Russiagate”. Facendo un salto indietro di alcuni mesi, effettivamente il precedente picco di presenza mediatica di Renzi era stato durante la campagna elettorale negli USA, quando a più riprese era circolato il suo nome come papabile prossimo segretario generale della NATO in caso di vittoria di Biden. Collegando questi elementi, è possibile che almeno una parte degli argomenti di attrito di Renzi con il governo dipendano dalla sua volontà di dimostrarsi un interlocutore credibile in Italia per la nuova amministrazione Biden, che da una parte potrebbe non ritenere particolarmente affidabili gli scudieri atlantici di Fratelli d’Italia per i loro rapporti con Trump e che d’altra parte potrebbe non trovare una corrispondenza totale con un governo che ha sottoscritto un accordo con la Cina per la “Nuova Via della Seta” e ha affidato la “task force” per la “Fase 2” durante il primo lockdown ad un manager come Vittorio Colao, che negli anni ha costruito rapporti più che cordiali con i cinesi. Le attenzioni su questi argomenti ed un eventuale maggiore peso da conquistare nel governo in caso di rimpasto, da rivolgere eventualmente nel contenere gli spazi conquistati da monopoli cinesi in Italia, potrebbero essere per Renzi le carte da giocare per assicurarsi il sostegno effettivo di Biden per la sua elezione a segretario generale della NATO nel 2022.</span></span></p>
<p align="justify"> <span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: small;">La risposta delle altre forze di governo (M5S-PD-LEU) è stata compatta nell’accusare Renzi di irresponsabilità per l’aver aperto una crisi di governo in un momento in cui i contagi giornalieri oscillano intorno ai 15.000 e i morti intorno ai 500, senza contrazioni importanti dall’inizio della seconda ondata. Le mosse spregiudicate di Renzi, il misto di calcoli puramente politici e rispondenza ad interessi non percepiti, sono risultate incomprensibili per la maggior parte degli italiani, generando un’indignazione diffusa come prezzo da pagare nell’immediato per il leader di Italia Viva e fornendo facili argomenti da cavalcare per Conte e i partiti che lo sostengono. Le restanti forze di governo si sono presentate con la retorica della “responsabilità nei confronti del Paese” per affrontare la pandemia e la crisi economica, come le forze mature che al contrario del capriccioso Renzi “capiscono la gravità del momento” e ne hanno incassato un incremento sensibile di sostegno nel dibattito pubblico, rinnovando anche la propaganda sull’essere un governo “di sinistra” unica alternativa alla destra. In questa ottica M5S, PD e LEU alla ricerca di una ricomposizione della crisi sono stati soccorsi da un appello promosso dall’ANPI intitolato “Uniamoci per salvare l’Italia”, sottoscritto da varie associazioni, CGIL,CISL e UIL, ma anche da Rifondazione Comunista che sembra non aver ancora imparato la lezione di cosa comporti sostenere i governi borghesi e che vede comparire la sua senatrice Paola Nugnes tra i senatori “responsabili” disposti a votare la fiducia al governo secondo quanto riportano diversi articoli giornalistici. Con questo appello viene giocata la carta dell’antifascismo strumentale come collante di una coalizione che si richiama all’unità nazionale interclassista per sostenere un governo che ha gestito la crisi in modo smaccatamente favorevole alla Confindustria e ai padroni italiani, cercando di porre le basi di un rinnovato centrosinistra allargato che includa stabilmente anche i 5 stelle.</span></span></p>
<p align="justify"> <span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Se Renzi mira per il suo tornaconto a rappresentare alcuni interessi particolari di settori della borghesia italiana nelle trattative, questo non significa che finora il governo M5S-PD-LEU-IV non abbia governato sempre e comunque per l’interesse dei padroni. Il governo di Conte è stato anzi estremamente capace nel far svolgere allo stato la funzione di “capitalista collettivo” in grado di portare avanti una strategia complessiva più lungimirante delle singole spinte più aggressive di Confindustria ed evitando che richieste eccessive nell’immediato si tramutassero in errori strategici come con il caso del blocco dei licenziamenti prorogato finora, che ad un piccolo prezzo economico ha evitato l’incremento della conflittualità nei luoghi di lavoro garantendo la stabilità necessaria per continuare ad erogare un vero e proprio fiume di centinaia di miliardi di finanziamenti a fondo perduto alle imprese. Che si tratti al massimo di uno scontro di specifiche tendenze per la ripartizione di parte del Recovery Plan lo dimostra anche la stabilità delle borse in questi giorni, ma anche il mancato endorsement a Renzi da parte di Bonomi, che si è limitato a sottolineare una parziale insoddisfazione e che non si è di certo astenuto dalle dichiarazioni roboanti nei mesi passati. Del resto si tratta sempre di quella particolare “insoddisfazione” dei padroni di fronte ad un Recovery Plan che all’80% è modellato direttamente sulle specifiche richieste avanzate da Confindustria per sostenere la ristrutturazione capitalistica in Italia attraverso l’ampio ricorso alla spesa pubblica, e per il restante 20% “solo” indirettamente.</span></span></p>
<p align="justify"> <span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Sul piano istituzionale le conseguenze sembrano essere contenute dal momento che il Presidente della Repubblica Mattarella sembra escludere in maniera piuttosto chiara la possibilità di andare al voto in questo contesto, come invece richiesto dai partiti di destra che in queste occasioni “riscoprono” sempre in modo stucchevole una retorica democratico-libertaria in salsa vittimista piccolo borghese. Martedì in Senato ci sarà il voto di fiducia in cui il governo proverà la costituzione di una maggioranza alternativa, ma con ogni probabilità si tratta di stabilire solo quali saranno le condizioni esatte – comprese ipotesi di sostituzione del premier &#8211; per un rimpasto di governo che includa Italia Viva, che potrebbe trovare ostacoli solo nella volontà di Conte di riportare una completa vittoria d’immagine. </span></span></p>
<p align="justify"> <span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Uno sforzo di analisi per sistematizzare questi elementi non è certo uno sforzo di retorica, anche se sicuramente è largamente frustrato dalla debolezza dei comunisti e del movimento operaio in Italia che in questo momento storico non sono in grado di mettere all’ordine del giorno lo sfruttare a proprio favore una crisi di governo e gli scontri interni al campo borghese. Ma proprio per questo è necessario evitare sbandamenti, rivendicare il fatto che l’opposizione a Renzi l’abbiamo fatta quando era lui a dirigere il governo e a promuovere misure antipopolari come Jobs Act e Buona Scuola, ma respingere nettamente e sonoramente al mittente le sirene filogovernative, la becera retorica del “governo di sinistra” e anche l’appello “Uniamoci per salvare l’Italia” promosso dall’ANPI. Rimpasto o meno, l’indirizzo rimarrà quello di scaricare il costo della crisi sulle spalle dei lavoratori. Sta a noi metterci in gioco per costruire realmente un’alternativa credibile per i lavoratori e le classi popolari, un’alternativa di lotta organizzata per respingere l’offensiva padronale. Non è facile e nemmeno dietro l’angolo, ma è l’unica strada che si può percorrere a cominciare dalle lotte che possiamo condurre oggi. Per noi l’unica risposta possibile alla crisi di governo è rafforzare ulteriormente gli sforzi del Fronte della Gioventù Comunista per sostenere lo sciopero generale e la mobilitazione studentesca del 29 gennaio.</span></span></p>
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		<title>STUDENTI IN PIAZZA IN TUTTA ITALIA: «CLASSI POLLAIO E POCHI DOCENTI, VOGLIAMO UN RIENTRO IN SICUREZZA»</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2020 10:15:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FGC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi in decine di città italiane gli studenti sono scesi in piazza per rivendicare un rientro a scuola che sia realmente in sicurezza. Dopo mesi di didattica a distanza, si è tornati a scuola con la mascherina e banchi monoposto per limitare i contagi, ma gli studenti con azioni di protesta davanti le proprie scuole]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gioventucomunista.it/wp-content/uploads/2020/09/1.jpeg" rel="lightbox[3167]" title="1"><img class="aligncenter size-full wp-image-3168" title="1" src="http://www.gioventucomunista.it/wp-content/uploads/2020/09/1.jpeg" alt="" width="1600" height="1200" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi in decine di città italiane gli studenti sono scesi in piazza per rivendicare un rientro a scuola che sia realmente in sicurezza. Dopo mesi di didattica a distanza, si è tornati a scuola con la mascherina e banchi monoposto per limitare i contagi, ma gli studenti con azioni di protesta davanti le proprie scuole hanno da subito denunciato: troppe classi pollaio, bus affollati e pochi professori.<span id="more-3167"></span></p>
<p style="text-align: justify;">«<strong>Mancano spazi e docenti, il rientro sicuro sbandierato da Azzolina non esiste e lo dimostrano i già troppi casi di scuole costrette a tornare alla DAD</strong>» dichiara Simon Vial, responsabile scuola del FGC «Non è possibile mantenere il metro di distanza se ci sono classi pollaio e trasporti pubblici affollati. In sei mesi di tempo il governo non ha cambiato nulla, servivano spazi e assunzioni perché le mascherine e la ricreazione in classe non bastano. <strong>La didattica a distanza ha escluso migliaia di studenti dalle lezioni e gli studenti oggi sono scesi in piazza per evitare che questa diventi la normalità</strong>: bisogna garantire davvero sicurezza e diritto allo studio. A farne le spese fin ora sono stati gli studenti dei quartieri popolari e delle periferie, i figli dei lavoratori, quegli stessi lavoratori precari su cui il governo fa solo propaganda e che in molte piazze oggi erano spalla a spalla con gli studenti»</p>
<p style="text-align: justify;">«Di fronte alla scelta tra diritto allo studio, non garantito dalla DAD, e alla salute, messa a rischio da un rientro senza spazi adeguati e professori sufficienti,<strong> oggi gli studenti hanno scelto la lotta</strong>» conclude Vial «<strong>Servono soldi alla scuola per garantire un’istruzione di qualità per tutti, la crisi legata alla pandemia non può diventare la scusa per nuovi tagli e attacchi ai diritti degli studenti e dei lavoratori.</strong> La mobilitazione di oggi è solo il primo passo di una stagione di lotta che vedrà uniti studenti e lavoratori nelle piazze!»</p>
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		<title>FGC: «La gioventù comunista sostiene lo sciopero generale»</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Oct 2017 09:04:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FGC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi, 27 ottobre, saremo nelle piazze organizzate da CUB, SGB, SI Cobas, USI e Slai Cobas a sostenere lo sciopero generale che hanno convocato. Abbiamo valutato in maniera estremamente positiva questo sciopero fin dall’inizio e riteniamo che sia un passaggio importante per il rafforzamento del conflitto di classe nei luoghi di lavoro.   Proprio in]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p id="docs-internal-guid-5e9d86c8-5cf5-905f-317a-70e5e4a5d35f" dir="ltr"><a href="http://www.gioventucomunista.it/wp-content/uploads/2017/10/C_833b3768be.jpg" rel="lightbox[2478]" title="c_833b3768be"><img class="alignleft size-full wp-image-2479" title="c_833b3768be" src="http://www.gioventucomunista.it/wp-content/uploads/2017/10/C_833b3768be.jpg" alt="" width="900" height="507" /></a>Oggi, 27 ottobre, saremo nelle piazze organizzate da CUB, SGB, SI Cobas, USI e Slai Cobas a sostenere lo sciopero generale che hanno convocato. Abbiamo valutato in maniera estremamente positiva questo sciopero fin dall’inizio e riteniamo che sia un passaggio importante per il rafforzamento del conflitto di classe nei luoghi di lavoro.</p>
<p> <span id="more-2478"></span></p>
<p dir="ltr">Proprio in questi mesi si sta palesando ancora una volta la terribile efficacia delle misure anti-popolari prese dal governo delle banche e dei padroni a targa PD: parziali segni di ripresa dell’economia rappresentano plasticamente l’aumento dei profitti padronali ottenuto grazie al massacro dei lavoratori, grazie al generale abbassamento dei salari, alla cancellazione dei diritti, alla ricorso sistematico alla precarietà e all’aumento dell’età pensionabile.  La risposta dei lavoratori a tutto questo passa per lo sciopero generale e per il rafforzamento del sindacato di classe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr">Un passaggio di lotta estremamente importante è stato lo sciopero dei trasporti promosso lo scorso 16 giugno dalle stesse sigle, che ha raccolto una partecipazione di massa e ottenuto la paralisi del settore, dimostrando il potenziale di parole d’ordine combattive e determinate tra i lavoratori stufi dei compromessi del sindacalismo concertativo. Oggi si prosegue su quella strada, rispondendo con lo sciopero generale anche a tutti quelli che proprio per il successo del 16 giugno invocavano la limitazione al diritto di sciopero per colpire immediatamente con la reazione un rafforzamento del conflitto di classe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr">In queste settimane ci siamo impegnati al fianco del Partito Comunista nell’invitare alla massima mobilitazione per il 27 ottobre e nel sostenere le giuste rivendicazioni dello sciopero: incremento dei salari, riduzione degli orari di lavoro, abbassamento dell’età pensionabile, lotta contro le disparità salariali e di diritti per porre fine a qualsiasi conflitto divisivo voluto dai padroni tra lavoratori italiani e immigrati, tutto legato alla rivendicazione di una sanità e un’istruzione pubblica e accessibile a tutti e alla fine delle politiche imperialiste, alla lotta contro i provvedimenti restrittivi della lotta politica e sindacale come l’accordo del 10 gennaio. Nello specifico della gioventù ci siamo mossi per cominciare a rinforzare i legami tra il movimento studentesco e le lotte dei lavoratori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr">Dalla condizione attuale dei lavoratori e delle classi popolari deve partire una lotta non difensiva, ma una lotta con l’ambizione di nuove conquiste, una lotta per le conquiste definitive che possono essere garantite solo dal potere ai lavoratori.</p>
<p>Oggi siamo in piazza a sostenere questo ulteriore passo della lotta. Dobbiamo avanzare su questa strada!</p>
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		<title>STUDENTI IN PIAZZA IL 13 OTTOBRE. «VOGLIAMO SALARIO E DIRITTI IN ALTERNANZA»</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Sep 2017 09:36:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FGC</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi l’istruzione pubblica nel nostro paese è sempre più lontana dagli interessi e dai bisogni degli studenti e piegata alle esigenze del profitto di pochi. È una scuola che esclude chi non può permettersi di proseguire gli studi, che sembra più una corsa a ostacoli piuttosto che un percorso veramente formativo. La situazione che viviamo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gioventucomunista.it/wp-content/uploads/2017/09/Corteo-studentesco-roma1.jpg" rel="lightbox[2455]" title="corteo-studentesco-roma"><img class="alignleft size-full wp-image-2459" title="corteo-studentesco-roma" src="http://www.gioventucomunista.it/wp-content/uploads/2017/09/Corteo-studentesco-roma1.jpg" alt="" width="2048" height="1365" /></a>Oggi l’istruzione pubblica nel nostro paese è sempre più lontana dagli interessi e dai bisogni degli studenti e piegata alle esigenze del profitto di pochi. È una scuola che esclude chi non può permettersi di proseguire gli studi, che sembra più una corsa a ostacoli piuttosto che un percorso veramente formativo. La situazione che viviamo oggi non è frutto del caso o dell’incuria nei confronti del sistema educativo, ma di precise politiche da parte dei governi di centrodestra e centrosinistra che si sono alternati in questi anni. Dalla fine del secolo scorso i più potenti industriali del continente hanno chiesto ai governi, tramite l’Unione Europea, di adattare i sistemi d’istruzione per renderli più competitivi e vicini alle esigenze di flessibilità nel mondo lavorativo. Le riforme che si sono succedute nel nostro paese spingono tutte in questa direzione, e passo dopo passo hanno costruito una scuola sempre più di classe.</p>
<p>Dalla crisi economica del 2008 in poi sono stati tagliati più di 20 miliardi di euro alla scuola, per salvare grandi banche e rispettare i vincoli imposti dall’Unione Europea, oppure per investire nelle spese militari. Il peso di questi tagli in parte è stato scaricato sulle spalle delle famiglie con la sistematica estorsione di contributi “volontari” sempre più alti, dall’altro ha messo in ginocchio le scuole privandole dei fondi essenziali per il funzionamento quotidiano. Nel frattempo il costo dei libri di testo, del materiale scolastico e dei trasporti costringe le nostre famiglie a sborsare migliaia di euro ogni anno. Tutte queste barriere di carattere economico fanno sì che uno studente su sei in Italia non riesca a finire gli studi, e condizionano pesantemente la scelta della scuola superiore in base alle proprie possibilità di partenza. È questo il vero volto della meritocrazia di cui si riempiono la bocca i Ministri di turno, un sistema che premia i figli dei ricchi e lascia indietro chi non ce la fa, mentre lo Stato si svincola dalla propria responsabilità di finanziare completamente l’istruzione.</p>
<p>Questo governo, così come il precedente, parla di “inversione di rotta” rispetto alle politiche di taglio all’istruzione e di maggiore attenzione all’istruzione. A ben vedere gli investimenti e le misure adottate che ci sono stati hanno tutti un denominatore comune, ossia l’asservimento dell’istruzione alle richieste dei padroni. La “Buona Scuola”, una riforma voluta dalla Confindustria per accelerare questo processo, ha dato la possibilità alle aziende di finanziare direttamente gli istituti e di sfruttare il lavoro non pagato degli studenti, dietro l’illusione di maggiori garanzie sul futuro lavorativo dei giovani. Ha segnato un tassello importante</p>
<p>L’alternanza scuola-lavoro obbligatoria è il fulcro attorno al quale ruota questo processo di svendita dell’istruzione pubblica a favore del profitto. Con essa si offre il lavoro gratuito di un milione e mezzo di studenti l’anno al servizio delle imprese, e si regala la possibilità di risparmiare sulla formazione aziendale. Nella maggior parte dei casi gli studenti svolgono le stesse mansioni dei lavoratori assunti, e sono molte le imprese che bloccano le assunzioni e cominciano a licenziare perché possono contare su manodopera a costo zero.</p>
<p>Nelle ultime settimane il Ministro Fedeli ha parlato di attenzione da parte del Governo alle condizioni degli studenti in alternanza, annunciando per l’ennesima volta l’emanazione della fantomatica “Carta dei Diritti e dei Doveri degli studenti in alternanza”. Non ci prendano in giro: se si aspettano due anni dall’introduzione dell’obbligo di svolgere gli <em>stage</em> prima di pubblicare un pezzo di carta e a garantire l’assicurazione agli studenti, significa che non c’è il minimo interesse a tutelare i giovani in alternanza. Per di più la redazione di questa Carta non ha preso in considerazione l’opinione di nessuno studente, ossia chi si trova materialmente obbligato a lavorare. Di fronte a questa situazione non possiamo restare indifferenti: questa alternanza significa sfruttamento del nostro lavoro, ed è ora che rispondiamo compatti a questo attacco. Lottiamo per un giusto salario in base alle ore lavorate, limitazioni agli orari giornalieri e settimanali e diritti effettivi. Battiamoci per introdurre in ogni scuola una commissione paritetica in cui possiamo valutare e scegliere i progetti in base al loro valore formativo.</p>
<p>Vogliamo gridare a gran voce che non è questa la scuola di cui abbiamo bisogno, non è questa l’istruzione che serve a noi futuri lavoratori. Questo è un sistema educativo che ci educa alla precarietà e all’assenza di diritti. È una scuola in cui anche la didattica è modellata sulle esigenze del profitto e viene sempre più dequalificata in nome di competenze specifiche. È un sistema d’istruzione che spinge alla competizione gli istituti per accaparrarsi i finanziamenti, creando scuole di prestigio e abbandonando a loro stessi gli istituti di periferia.</p>
<p>Per questo la gioventù comunista chiama tutti gli studenti a scendere in piazza il 13 ottobre, per dire no a questa scuola di classe e rivendicare un’istruzione diversa. Scioperiamo dall’alternanza scuola-lavoro e dimostriamo che non siamo disposti a chinare la testa, che non saremo i futuri schiavi senza diritti! Organizziamoci da ogni scuola per costruire una grande mobilitazione studentesca, che in tutte le città d’Italia faccia sentire la voce degli studenti che lottano per un presente e un futuro dignitosi, contro una scuola buona solo per il profitto di pochissimi!</p>
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