Una posizione comunista sulle elezioni europee dell’8-9 giugno. Dichiarazione congiunta dei Comitati Centrali del Fronte Comunista e del Fronte della Gioventù Comunista.

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I. Sulla situazione in Europa e il carattere della UE

II. L’Italia e le opzioni elettorali esistenti

III. Mettiamo in campo una proposta per superare l’irrilevanza

I. Sulla situazione in Europa e il carattere della UE

1. Le elezioni del Parlamento Europeo, che in Italia si terranno l’8 e il 9 giugno 2024, avvengono in un contesto di grave approfondimento della crisi capitalistica e della competizione militare, politica ed economica tra le potenze capitalistiche, per la supremazia nel sistema imperialista internazionale. La tendenza mondiale alla polarizzazione in due campi contrapposti – allo stato attuale, un campo euro-atlantico e un campo euro-asiatico – trova una delle sue linee di faglia potenziali proprio in Europa e all’interno della stessa UE, dove emergono contraddizioni sempre maggiori tra le diverse fazioni della borghesia. La recessione economica della Germania, fortemente correlata al contesto della guerra imperialista in Ucraina, mostra che la spirale di un nuovo, ulteriore ciclo di crisi economica nel continente europeo è una possibilità concreta. In questo contesto, con le nubi di guerra e della crisi che si addensano e un attacco ai diritti dei popoli che continua a essere portato avanti, la massima chiarezza deve esserci sul carattere e la natura della UE da parte dei comunisti.

2. L’Unione Europea è un’alleanza imperialista del grande capitale, controllata dai monopoli, dai grandi conglomerati economici, dalla grande finanza, che esprime a livello europeo la dittatura del capitale contro i popoli e i lavoratori. Trent’anni di storia della UE hanno dimostrato che questa non ha nulla a che vedere con la fratellanza tra i popoli, con l’internazionalismo, con le promesse di progresso, di pace e di benessere che hanno accompagnato la sua nascita. Il mercato unico europeo non è, e non avrebbe mai potuto essere, il terreno su cui si produce un avanzamento dei diritti e delle condizioni di vita dei lavoratori. Al contrario, ha dimostrato che la competizione per il profitto avviene sempre sulla pelle degli sfruttati. È un dato di fatto che dopo tre decenni il livello del potere d’acquisto legato ai salari reali, i tassi di occupazione e di occupazione stabile, la distribuzione della ricchezza, persino il livello delle libertà “democratiche”, sono fortemente peggiorati in tutti i paesi UE. Mentre la classe operaia di tutti i paesi subisce le politiche anti-popolari dell’UE e dei governi nazionali, spesso imposte a colpi di direttive e regolamenti europei; mentre più di 27mila rifugiati e immigrati sono morti in 10 anni per le politiche criminali dell’UE, mentre aumentano la repressione poliziesca e l’involuzione reazionaria, i capitalisti beneficiano di un’UE costruita su loro misura, al punto che il lobbying è apertamente istituzionalizzato e riconosciuto come una parte fondamentale per la “democrazia europea”. Nel frattempo, l’anticomunismo viene adottato come ideologia ufficiale della UE, attraverso l’equiparazione anti-storica tra comunismo e nazismo, e in numerosi paesi UE (Lettonia, Lituania, Polonia, solo per citarne alcuni) i partiti comunisti vengono messi al bando. Da comunisti, ribadiamo il carattere di classe, reazionario e antipopolare dell’Unione Europea, nonché l’irriformabilità di questa alleanza. Denunciamo l’illusione di “democratizzare” l’UE attraverso una riforma del ruolo dei suoi organismi, come il Parlamento Europeo, che viene oggi promossa dalle forze politiche di tutto lo schieramento borghese, da quello liberale a quello delle socialdemocrazie, vecchie e nuove. Riaffermiamo la posizione che abbiamo espresso nei nostri rispettivi congressi e tesi politiche: “se un’Europa dei popoli potrà nascere, sarà solo dalle ceneri dell’UE dei padroni e del capitale”.

3. L’illusione dell’UE come portatrice di pace è definitivamente crollata dinanzi all’evidenza dello scontro imperialista in corso a livello internazionale, in cui la UE gioca un ruolo di primo piano. L’Unione Europea è in prima linea nel sostenere lo Stato di Israele, il suo piano genocida e l’occupazione illegittima dei territori palestinesi. Nel febbraio 2024, sotto il pretesto della difesa della “libertà di navigazione”, ha avviato l’operazione militare “Aspides” nel Mar Rosso, intervenendo di fatto nella guerra criminale che l’Arabia Saudita sta conducendo contro lo Yemen e incrementando il rischio di una più ampia escalation in Medio Oriente.

L’UE è corresponsabile dell’escalation di guerra in Ucraina, dove si combatte oggi una sanguinosa guerra imperialista tra il blocco USA-UE-NATO e la Russia capitalista con i suoi alleati. Questo, non solo perché la maggior parte dei paesi UE è membro della NATO, ma anche perché ha cooperato per anni attivamente – e, in certa misura, anche autonomamente – con il regime ucraino. L’UE ha fornito al regime di Zelensky oltre 143 miliardi di euro dall’inizio della guerra, più altri 50 già stanziati per il prossimo, prelevati dalle tasche dei lavoratori e dei cittadini; tonnellate su tonnellate di armi, senza farsi nessuno scrupolo nel sostenere gruppi mercenari e bande neo-naziste come il battaglione Azov, che si sono macchiate di crimini orrendi contro la popolazione civile. Per la prima volta dopo 70 anni, l’Europa si trova davvero dinanzi a una guerra che può trasformarsi in un conflitto generalizzato, con la minaccia dell’utilizzo di armi nucleari che viene agitata dalle forze belligeranti.

In questo contesto l’UE non è affatto un fattore di pace. È opportuno ricordare che la Commissione Europea ha, più volte, fatto appello esplicitamente alla necessità di adattarsi a una “economia di guerra” e che si sta intraprendendo la strada della costruzione di un “esercito europeo”.

Le ragioni di questo conflitto, da entrambe le parti, stanno nella competizione inter-capitalistica per il controllo di mercati e quote di mercato, territori, risorse energetiche e minerarie, rotte commerciali e di approvvigionamento, etc. Stanno, in altre parole, nel capitalismo stesso; negli interessi del grande capitale che sono alla base dell’esistenza stessa dell’UE. La lotta per la pace e la fratellanza tra i popoli, contro l’imperialismo e i piani di guerra, è oggi più che mai anche una lotta contro l’UE.

4.Le principali politiche promosse oggi dall’UE confermano il suo carattere antipopolare. Il “Green New Deal” dimostra che perfino l’emergenza climatica e ambientale viene utilizzata strumentalmente per promuovere una ristrutturazione capitalistica e nuove opportunità di profitto per i grandi monopoli; il piano europeo “Next Generation EU” prevede un fondo da 1,8 trilioni di euro destinati alle strategie di profitto dei monopoli, con l’ennesimo trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto; il nuovo Patto di Stabilità e Crescita, cui il Parlamento Europeo ha dato il via libera lo scorso Aprile, rappresenta il viatico per ingenti tagli alla spesa pubblica, che saranno scaricati sulle condizioni di vita e lavoro degli strati popolari; la nuova Politica Agricola Comuneschiaccia ulteriormente i piccoli produttori del settore agricolo in favore dei grandi monopoli; il nuovo “Patto UE sulla migrazione e l’asilo”, in totale spregio della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, istituzionalizza ulteriormente il baratto tra gli Stati membri per la ripartizione degli immigrati come forza-lavoro a basso costo, mentre legittima la costruzione di veri e propri campi di concentramento in paesi extra-UE, come quelli in via di costruzione a seguito dell’accordo tra Italia e Albania, in cui deportare gli immigrati destinati all’espulsione.

5. L’attuale tornata elettorale avviene nel contesto di una crescita generalizzata delle forze nazionaliste e reazionarie, e più in generale del nazionalismo sotto varie forme. L’avanzata di partiti di ultradestra in numerosi paesi europei apre oggi la possibilità di superare in senso reazionario la maggioranza che oggi è espressa nel Parlamento Europeo dall’alleanza tra PPE (centro-destra), S&D (centro-sinistra) e ALDE (liberali). In particolare, è significativo che, in ultima istanza, la collocazione internazionale nello scenario della guerra imperialista sia la vera linea di faglia anche nelle divisioni tra le stesse forze nazionaliste. La presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, ha aperto all’ingresso dei nazionalisti in una nuova maggioranza fissando tre criteri: essere a favore dell’UE, essere contro la Russia di Putin e – con notevole ipocrisia – “rispettare lo Stato di diritto”. L’apertura, nei fatti, è verso il gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei, caratterizzato da maggiori garanzie nel rispetto della “fedeltà atlantica”, che vede oggi tra le principali forze che lo compongono proprio Fratelli d’Italia, assieme a Vox (Spagna) e all’ultradestra polacca di “Diritto e Giustizia”. Sull’altro versante si collocano le forze del gruppo “Identità e Democrazia”, dallo spiccato orientamento filo-russo che vede, tra gli altri, la Lega di Matteo Salvini assieme al Rassemblement National di Marine Le Pen in Francia e, fino a soli pochi giorni fa, alla Alternative für Deutschland in Germania, allontanata dinanzi all’ennesima insostenibile dichiarazione di un suo esponente, arrivato a riabilitare persino le SS. Oltre le forze politiche espressamente nazionaliste e reazionarie, è opportuno evidenziare che tutte le principali potenze europee, indipendentemente da chi siano governate, esprimono oggi una posizione de facto nazionalista, come dimostra l’atteggiamento sempre più aggressivo del governo francese di Macron, o anche l’intraprendenza dell’Italia nella promozione dei propri interessi imperialisti in Africa, nei Balcani, nel Mediterraneo. Questa tendenza rende ormai obsoleta anche la vecchia categoria di “sovranismo”, nel senso in cui poteva essere usata giornalisticamente per definire quelle forze politiche “euroscettiche” che, dagli anni della crisi dei debiti pubblici europei, si opponevano all’UE e ai suoi vincoli economici. Il dato da tenere a mente è che il nazionalismo, nelle sue forme più reazionarie, prima o poi viene sempre assunto a ideologia degli Stati capitalisti nel contesto della guerra imperialista.

6. In questo scenario complesso, va sottolineata l’enorme importanza dei movimenti di protesta, espressione del malcontento dei settori operai e popolari, che hanno attraversato tutto il continente europeo negli ultimi anni. Grandi scioperi e lotte operaie hanno fermato la produzione e riempito le strade in paesi come Grecia, Francia, Regno Unito; in numerosi paesi, tra cui l’Italia, gli studenti sono scesi in piazza per difendere il diritto allo studio contro l’aziendalizzazione e la riorganizzazione ultra-capitalistica dell’istruzione pubblica e dell’università; gli agricoltori hanno bloccato le strade in tutta Europa contro la Politica Agricola Comune che li schiaccia. Da mesi, in tutti i paesi, milioni di persone si mobilitano in solidarietà al martoriato popolo palestinese, condannando la complicità dell’UE e dei governi europei nel genocidio perpetrato da Israele nella Striscia di Gaza e nell’occupazione della Palestina, sostenendo la legittima aspirazione del popolo palestinese ad avere un proprio Stato indipendente e sovrano. Con tutti i limiti e nella differenza delle forze espresse, questi sviluppi dimostrano che esistono le condizioni per una rinascita del movimento rivoluzionario in Europa e che, affinché queste forze non finiscano semplicemente per refluire, oggi più che mai c’è bisogno in Europa dei comunisti.

II. L’Italia e le opzioni elettorali in campo.

7. In Italia, come in altri paesi, il periodo delle elezioni europee non va oltre la mera trasposizione della politica nazionale nel processo elettorale. Tutti i principali partiti si candidano alle elezioni europee agitando proposte che, di fatto, attengono alla politica nazionale e non a quella europea. Le diverse opzioni nel campo del sistema politico borghese non sentono la minima necessità di costruire il proprio consenso portando avanti una campagna elettorale su questioni inerenti alla politica dell’UE. Questo fenomeno, osservabile a ogni tornata elettorale europea, è l’ennesima riprova di quanto l’UE sia un centro di potere distante dai popoli e dai lavoratori.

8. Nel centro-destra al governo, Fratelli d’Italia porta avanti un processo di accreditamento come forza politica di riferimento e di maggioranza sulla base della propria fedeltà euro-atlantica, mentre punta a rafforzare la propria posizione di principale partito nazionalista in Italia. Ciò avviene a scapito della Lega di Matteo Salvini, la cui stessa leadership nel partito è a rischio. Nella situazione che si prefigura, non è escludibile – ed è anzi altamente probabile – che si proceda a un “rimpasto” di governo con una ridefinizione dei rapporti di forza in favore di FdI.

9. Nel centro-sinistra, il PD prosegue nel tentativo di riaffermazione del partito sotto la segreteria di Elly Schlein, in assenza di una vera alternatività al centro-destra su tutte le questioni fondamentali, a partire dalla guerra. Il Movimento Cinque Stelle, che negli ultimi anni ha puntato a ridefinirsi sulla base di proposte genuinamente socialdemocratiche, nel tentativo di occupare anche lo spazio a “sinistra” lasciato libero dal PD, sviluppa la sua campagna elettorale sui temi dell’ambiente e della pace, con l’appello alla diplomazia come alternativa al maggiore investimento nella guerra, omettendo il dettaglio di aver votato a favore di innumerevoli invii di armi all’Ucraina negli ultimi due anni, con la sola eccezione dell’ultimo pacchetto. L’Alleanza Verdi-Sinistra, a tutti gli effetti un’appendice politica del centro-sinistra, punta anch’essa sui temi dell’ambientalismo e del pacifismo nel tentativo disperato di superare la soglia di sbarramento, con la contraddizione enorme e non trascurabile tra la retorica pacifista e la propria compromissione con il PD, partito tra i principali garanti della fedeltà atlantica dell’Italia.

10. Il centro liberale non riesce a presentarsi con una proposta elettorale unitaria capace di cavalcare fino in fondo l’ondata di affermazione dei partiti liberali registrata alle scorse elezioni europee. La divisione tra la lista “Siamo Europei” promossa da Azione e la lista “Stati Uniti d’Europa”, costruita attorno all’alleanza tra +Europa e Italia Viva, testimonia che è in corso una competizione per occupare questo spazio politico. Cionondimeno, va ribadito che il ritorno di forze spiccatamente liberali nello scenario politico italiano – che è anche conseguenza storica del superamento della funzione di massa dei partiti cristiano-popolari a seguito della crisi delle forze del movimento operaio – è un fenomeno da non sottovalutare, ancor più in relazione all’influenza che questi partiti e i loro network esercitano oggi tra le nuove generazioni.

11. Quella che si avvicina è la prima tornata elettorale in cui manca un’opzione comunista – anche solo nominalmente, senza entrare nel merito – e persino una forza identificabile come “sinistra radicale”. Questo esito è stato certamente agevolato dalla modifica della legge elettorale che ha eliminato la possibilità dell’esonero dalla raccolta firme tramite il collegamento con gruppi e partiti europei, avvenuta a pochi mesi dal voto con metodi discutibili anche sul piano del rispetto delle regole “democratiche”, ma il risultato finale non cambia.

La lista “Pace, Terra, Dignità” promossa da Michele Santoro, riproponendo il modello della costruzione delle liste unicamente attorno e in funzione di un personaggio che si ritiene mediaticamente efficace e cavalcando la facile “brandizzazione” della pace come tema elettorale, con la convergenza del Partito della Rifondazione Comunista , riesce nell’ardua impresa di superare a destra tutte le coalizioni elettorali costruite negli ultimi 15 anni nel tentativo di costruire la fantomatica “Syriza italiana”. Il leader della coalizione dichiara apertamente di essere contrario all’uscita dell’Italia dalla NATO, mentre esprime posizioni a dir poco tiepide nella condanna a Israele rispetto al massacro epocale in corso in Palestina. Se si fa il confronto con tutte le coalizioni elettorali degli ultimi anni, e con la stessa Potere al Popolo per come si presentava nel 2018, risulta assente il minimo richiamo ai lavoratori e all’identità popolare/operaia della lista, che mai come stavolta viene sfumata in un generico “civismo” pacifista.

In questo contesto, Potere al Popolo fa i conti con la chiusura dell’esperienza di Unione Popolare e con l’assenza obbligata dalla tornata elettorale. A nostro avviso, i conti si dovrebbero fare con l’idea stessa di promuovere un partito che non sia un partito di classe e di avanguardia, con il progetto di inseguire un “populismo di sinistra” che difficilmente può trovare la sua ragione di esistenza in condizioni di limitatezza degli sbocchi elettorali immediati. È una critica che andrà necessariamente sviluppata e posta in altre sedi, che poniamo con rispetto nei confronti di una delle poche forze che in questi anni, a sinistra, è stata capace di organizzare forze nuove e non solo raschiare il fondo del barile del PCI “storico”.

Infine, rispetto alle elezioni europee del 2018, l’assenza del PC certifica un dato già noto a tutti gli addetti ai lavori, cioè la scomparsa di questo partito, dilaniato dalle numerose scissioni dovute ai dissensi verso la linea scellerata imposta dal gruppo dirigente fedele a Marco Rizzo, ormai dedito alla costruzione di un nuovo partito politico di matrice sovranista-nazionalista, collocato apertamente accanto all’estrema destra e ormai del tutto estraneo al movimento comunista e alla sinistra di classe. L’incapacità di costruire un’alternativa politica credibile da parte delle altre sigle, a partire dal PCI di Mauro Alboresi fondato nell’ormai lontano 2016, completa il quadro della situazione. Quella che ci viene restituita è la fotografia impietosa della crisi attuale del movimento comunista in Italia, di cui l’irrilevanza elettorale è solo il sintomo.

12. In questo contesto, non riteniamo che esistano le condizioni per dare un’indicazione di voto diversa da quella dell’annullamento della scheda. Se da sempre contestiamo in Italia la logica del voto utile, convinti che “il meno peggio porta sempre al peggio”, questa è ancor più improponibile nel contesto europeo, peraltro, tenendo conto che l’attuale Commissione Europea governa col favore (istituzionalmente non necessario) di una maggioranza in cui centro-destra, centro-sinistra e liberali sono uniti e votano assieme gran parte delle volte. Non condividiamo la decisione di chi, a sinistra, ha scelto di dare indicazione di voto per Ilaria Salis, cioè (nei fatti) per l’Alleanza Verdi-Sinistra, o la scelta di chi chiede di “turarsi il naso” e votare la lista Santoro. Queste scelte, nel migliore dei casi, possono produrre solo illusioni sul carattere di queste forze politiche senza far avanzare di un millimetro i rapporti di forza reali, laddove invece servirebbe un lavoro paziente e costante di educazione e di costruzione della coscienza nella nostra classe.

Poiché muoviamo i passi da una posizione ben lontana dall’astensionismo estremista, e riconosciamo la lezione leninista sui compiti dei comunisti anche nel terreno elettorale, riconosciamo tutti i limiti della nostra indicazione di voto, che del resto sono i limiti di tutte le forze politiche che si trovano escluse dai processi elettorali. Proprio per questo, abbiamo scelto di non portare avanti una campagna diffusa per l’astensione dal voto, non ritenendola utile a costruire un reale avanzamento nella coscienza della classe operaia. Sappiamo bene, invece, che tanto lavoro resterà da fare all’indomani delle elezioni, e che su quel terreno si gioca in questa fase la partita dei comunisti.

Mettiamo in campo una proposta per superare l’irrilevanza.

13. Tutte le avventure elettorali proposte a sinistra negli ultimi 16 anni si sono concluse con disastri che hanno prodotto arretramenti, delusione, disaffezione di migliaia di compagni che si sono ormai ritirati a vita privata. La significativa eccezione della lista “L’Altra Europa con Tsipras” presentata alle elezioni europee del 2014, che pure ha eletto eurodeputati rimasti in carica fino al 2019, ha dato un’altra importante lezione: neanche quando si raggiunge il risultato sperato (eleggere), questo si tramuta in passi avanti – di qualsiasi forma! – sul terreno della costruzione di un’organizzazione politica all’altezza dei compiti che la fase storica ci impone. Allo stato attuale, a meno di una settimana dal voto, non ci sembra che si prefiguri uno scenario significativamente diverso dai precedenti già visti.

È lecito chiedersi quanto abbia senso continuare così, e rivolgere questa domanda a tutti i compagni che hanno intenzione di porsi seriamente la questione dell’organizzazione politica. Una questione che a nostro avviso è, allo stesso tempo, la questione della riorganizzazione di un partito comunista degno di questo nome, e anche la riapertura in Italia di una prospettiva comunista credibile, moderna, all’altezza dei tempi, degna di portare il nome di un partito che ha scritto le pagine migliori della storia di questo paese.

Siamo convinti che questo processo non passerà, e sicuramente non potrà mai nascere, da un’avventura elettorale, dall’illusione di una svolta elettorale come foriera di cambiamenti tali da produrre il superamento dell’attuale condizione di irrilevanza dei comunisti. Si tratta di rimboccarsi le maniche, mettersi seriamente a un tavolo, discutere in modo franco e aperto della prospettiva della ricostruzione comunista in Italia. Non si tratta di fare un partito o una coalizione per andare alle elezioni, né di illudersi che saltando da un’elezione all’altra si possa magicamente far avanzare un processo reale di costruzione di un partito dei lavoratori. Si tratta di fare il partito, che al più può porsi il problema delle elezioni nella misura in cui esiste ed esprime qualcosa di reale. Questa è la sfida irrinunciabile che abbiamo davanti, che non ammette più scorciatoie. Pena il perdere tempo prezioso.

14. Il Fronte Comunista (FC) e il Fronte della Gioventù Comunista (FGC) ribadiscono il proprio sostegno fraterno ai partiti comunisti di altri paesi membri dell’UE impegnati nella campagna elettorale per le elezioni europee, a partire dai partiti dell’Azione Comunista Europea (ECA), dai compagni del Partito Comunista di Grecia (KKE) e del Partito Comunista dei Lavoratori di Spagna (PCTE), il Partito Comunista di Svezia (SKP). Un’avanzata dei comunisti in un paese europeo, nel contesto attuale, può rafforzare la lotta e gli sforzi dei comunisti in tutti gli altri paesi. L’esempio e l’esperienza del movimento comunista internazionale sono un tesoro prezioso per chi, come noi in Italia, si trova oggi a lottare sulle macerie lasciate in eredità dall’opportunismo.

15.Riteniamo maturi i tempi per un cambio di passo, a partire da noi stessi. È il momento di incrementare i nostri sforzi, il nostro lavoro congiunto, la nostra capacità di iniziativa e la propositività necessaria a far avanzare in Italia un percorso politico-organizzativo per la ricostruzione comunista, a partire dalle prossime settimane. Tutto il contributo militante, politico e teorico che possiamo dare ed esprimere nel confronto con i compagni in tutta Italia, con tutte le organizzazioni nazionali e locali, con collettivi e singoli militanti, con i lavoratori più coscienti e gli elementi di avanguardia del movimento operaio e sindacale, con tutti colori che si pongono il problema e riconoscono la necessità di costituire in partito le forze attuali, sarà da oggi rivolto proprio in questa direzione.

Tutte le nostre energie sono oggi al servizio di questa causa.

Il fuoco non si è spento.

«Non c’è vittoria, non c’è conquista, senza un grande partito comunista».