Sulla criminale aggressione imperialista alla Siria

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Alle 03.55 di sabato 14 aprile, l’ignobile attacco contro la Siria, annunciato nei giorni scorsi, è stato sferrato senza attendere nemmeno il parere della commissione di esperti internazionali dell’UNOPCW in merito all’impiego di armi chimiche. Le forze aeronavali di USA, Francia e Gran Bretagna hanno bombardato obiettivi militari e civili in Siria con oltre 100 missili Tomahawk, la cui maggior parte è stata abbattuta dalla difesa contraerea siriana. La campagna mediatica, imperniata nuovamente attorno all’indimostrato utilizzo delle armi chimiche, è servita a preparare l’opinione pubblica mondiale a questo nuovo attacco. Esattamente come l’anno scorso, quando con lo stesso pretesto venne bombardata la base militare siriana di Shayrat, salvo poi scoprire che l’utilizzo di armi chimiche fu responsabilità dei cosiddetti ribelli dell’opposizione islamista, finanziata dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dai Paesi del Golfo. È accertato che, dal 2012 ad oggi, solo le organizzazioni terroristiche che combattono contro il governo siriano hanno usato sostanze chimiche contro popolazione siriana.

Come nel caso delle inesistenti “armi di distruzione di massa” in Iraq, delle false fosse comuni in Libia, ancora una volta gli imperialisti americani ed europei ricorrono alla menzogna per demonizzare l’avversario e giustificare l’intervento militare contro il popolo siriano, con il coinvolgimento delle principali testate giornalistiche italiane in questa scia di falsità propagandistiche.

La lotta fra centri imperialisti interessati al dominio della regione mediorientale nel quadro di una nuova spartizione del mondo, per la supremazia geo-strategica e il controllo di mercati, materie prime, energia e vie di comunicazione, aggrava quotidianamente il rischio di allargamento del conflitto. Questo attacco, attuato in totale violazione addirittura delle stesse norme del diritto internazionale borghese, dimostra come lo scontro imperialista in Siria si stia progressivamente trasformando da una guerra condotta per procura in un confronto diretto di tutte le forze che hanno interessi economici e strategici nella regione.

Lo scontro politico, economico e militare tra centri imperialisti è sempre più profondo e sono i popoli a pagarlo. La Siria è solo uno dei terreni dello scontro tra potenze imperialiste dagli esiti e dagli assetti quanto mai variabili.

Questo attacco si aggiunge a quelli perpetrati dall’esercito israeliano nelle ultime settimane e conferma un comune impegno di sionisti e imperialisti per salvare ciò che rimane delle organizzazioni terroristiche islamiche, create e sostenute dagli USA in questi anni con l’intento di rovesciare il governo siriano e smembrare il paese.

Il Partito Comunista, rinnovando la propria solidarietà al popolo e ai comunisti siriani, chiama alla mobilitazione antimperialista le masse popolari italiane, affinché l’Italia non solo non partecipi direttamente ad operazioni militari in Siria, ma non conceda l’uso delle basi militari in territorio italiano agli aggressori imperialisti.

Nessun sostegno diretto o indiretto agli assassini imperialisti!

Il Partito Comunista difende il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il futuro della Siria può essere deciso solo dal popolo siriano che ha già saputo sconfiggere i criminali oscurantisti dell’ISIS. Il Partito Comunista sosterrà la lotta del popolo siriano per sventare anche questo nuovo, vile attacco dell’imperialismo americano ed europeo.

Gli imperialisti dovranno pagare caro anche per questo loro ennesimo crimine!

Il Partito Comunista chiama i lavoratori e gli strati popolari a lottare contro la guerra imperialista, costituendo un vasto movimento di lotta per l’uscita immediata e unilaterale del nostro paese dalla NATO e la chiusura di tutte le basi militari Nato e statunitensi in Italia.

Fuori l’Italia dalla NATO! Fuori la NATO dall’Italia!

Giù le mani dalla Siria!

Partito Comunista (Italia)
Fronte della Gioventù Comunista


Elezioni universitarie alla Sapienza, avanzano i comunisti

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Alle elezioni del 20-23 marzo il Fronte della Gioventù Comunista ha registrato un ottimo risultato, con una crescita significativa in tutti gli organi dove ha presentato la propria lista: «L’incremento medio dei voti è compreso fra il 40% e il 70% rispetto alle elezioni di dicembre 2015, portando il FGC ad essere la quarta lista dell’ateneo con il 4,5% e 10 candidati eletti in 6 facoltà differenti. Compito di tali rappresentanti è ora quello di dare ancora più forza al lavoro svolto fin ora, in un numero più elevato di organi» – questo il commento di Gianluca Lang, responsabile FGC nell’ateneo romano. «Il Partito Democratico e le altre forze politiche, dopo anni di tagli ai finanziamenti e rincari delle tasse, pretendono di mettere i propri iscritti in seno agli organi centrali delle università italiane. Il nostro obiettivo è quello di denunciare l’opportunismo e l’ipocrisia di queste forze, e i risultati ci dimostrano che siamo sulla buona strada.»

Finita la fase elettorale prosegue e non si interrompe la lotta della gioventù comunista per portare le posizioni e gli interessi degli studenti dentro e fuori dalle istituzioni dell’Ateneo: «Difesa degli studenti-lavoratori, lotta contro le tasse universitarie, lo sfruttamento dei tirocinanti sanitari, la mancanza di studentati; i diritti per i lavoratori esternalizzati delle università. Questi sono stati i temi della nostra campagna elettorale, e continueranno ad essere i temi della nostra lotta nei prossimi anni. L’Università di classe sta eliminando i ceti popolari dall’accesso agli studi superiori, ed in questa lotta i comunisti non possono permettersi di arretrare nemmeno di un metro.»


Appello di 38 organizzazioni della gioventù comunista in solidarietà con il popolo palestinese

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Appello comune delle organizzazioni della gioventù comunista per la giornata di azione comune e solidarietà verso il popolo palestinese

Denunciamo alla gioventù e ai popoli di tutto il mondo il crimine in atto da parte di Stati Uniti – NATO – Israele contro il popolo palestinese. La decisione statunitense di dichiarare Gerusalemme “capitale di Israele” e di spostare lì l’ambasciata da Tel Aviv, così come la posizione costante dell’Unione Europea che pone sullo stesso piano “colpevole” e “vittima”, aprono la strada a un nuovo crimine imperialista. Questa azione provocatoria del governo statunitense non è un atto casuale ma fa parte dei piani generali di intervento degli Stati Uniti nella regione del Medio Oriente a salvaguardia dei propri interessi. L’obiettivo è cancellare la soluzione della creazione di uno stato palestinese indipendente con i confini del 1967 e Gerusalemme Est capitale, ciò per cui il popolo palestinese ha lottato e versato sangue per così tanti anni. In questo modo, viene messo in atto l’intervento e vengono preparati sviluppi favorevoli a USA e alleati nel quadro della situazione incerta che si è formata nel Medio Oriente, specialmente dopo la sconfitta dello Stato Islamico in Siria, prendendo in considerazione il contesto di feroce competizione che avviene nella regione.

Denunciamo la repressione della lotta del popolo palestinese da parte dello stato israeliano che, con il supporto degli Stati Uniti, sta già intensificando la barbarie. La risposta alla giusta reazione del popolo palestinese a questa decisione è composta da uccisioni di manifestanti, arresti e persecuzioni. Le forze di repressione israeliane non esitano nemmeno di fronte a bambini e adolescenti, come i due ragazzi assassinati all’inizio di gennaio e la sedicenne Ahed Tammimi, processata dalla corte militare israeliana per la sua azione contro l’occupazione. Salutiamo con favore i migliaia di giovani palestinesi che lottano coraggiosamente contro la barbarie dello stato israeliano per qualcosa di ovvio: il loro diritto a vivere nella loro patria senza oppressori stranieri.

La lotta portata avanti nei nostri paesi contro l’ingiustizia, la povertà, l’oppressione e le guerre imperialiste è una lotta internazionale, una lotta che comprende la solidarietà verso la lotta dei popoli contro l’ingiustizia e l’oppressione in tutto il mondo.

Chiediamo ad ogni giovane uomo e ogni giovane donna dei nostri paesi di condannare il crimine in atto contro il popolo palestinese, di denunciare l’ulteriore intensificazione della barbarie, di condannare in modo deciso la violenza esercitata dallo stato di Israele che continua a detenere prigionieri politici, a costruire il muro della vergogna e le colonie e ad occupare i territori palestinesi.

Lanciamo un appello alle organizzazioni della gioventù comunista, ad altre organizzazioni anti-imperialiste e organizzazioni giovanili di massa di tutto il mondo nella giornata dell’azione comune internazionale di solidarietà verso il popolo palestinese del 12 marzo. Coordiniamo le nostre azioni; con diverse attività diamo una risposta internazionalista ai piani imperialisti!

Chiediamo:

  • Uno stato palestinese indipendente e sovrano con i confini del 1967 e Gerusalemme Est capitale;
  • Ritiro dell’esercito israeliano da tutti i territori occupati nel 1967, incluse le alture del Golan e la regione del Sebah nel Libano meridionale;
  • Il blocco degli insediamenti e il ritiro dei coloni dai territori palestinesi definiti dai confini del 1967, il rilascio di tutti i prigionieri politici e il ritorno dei rifugiati;
  • La cancellazione di ogni accordo politico e militare tra i governi dei nostri paesi e Israele e il loro immediato riconoscimento dello stato palestinese.

Firmato dalle seguenti organizzazioni della gioventù comunista:

  1. Gioventù Comunista del Partito Algerino per la Democrazia e il Socialismo, JC – PADS
  2. Gioventù Comunista dell’Austria, KJÖ
  3. Unione della Gioventù del Bangladesh, BYU
  4. Unione degli Studenti del Bangladesh, BSU
  5. Gioventù Comunista della Bolivia, JCB
  6. Unione della Gioventù Comunista, UJC – Brasile
  7. Gioventù Rossa – Regno Unito
  8. Lega della Gioventù Comunista della Gran Bretagna (YCL)
  9. Giovani Socialisti della Croazia (MS)
  10. Unione della Gioventù Comunista, KSM – Repubblica Ceca
  11. Gioventù Comunista della Danimarca, UngKom
  12. Gioventù Comunista dell’Ecuador, JCE
  13. Unione della Gioventù Comunista, UJC – Francia
  14. Movimento dei Giovani Comunisti di Francia, MJCF
  15. Gioventù Socialista Operaia Tedesca, SDAJ
  16. Gioventù Comunista di Grecia, KNE
  17. Gioventù Comunista del Guatemala, JCG
  18. Gioventù del Partito dei Lavoratori – Irlanda
  19. Movimento della Gioventù “Connolly”, CYM – Irlanda
  20. Fronte della Gioventù Comunista, FGC – Italia
  21. Unione della Gioventù Democratica Giordana, UJDY
  22. Gioventù Comunista del Libano
  23. Movimento Socialista del Kazakistan
  24. Federazione dei Giovani Comunisti, FJC – Messico
  25. Movimento della Gioventù Comunista, CJB – Paesi Bassi
  26. Federazione Democratica degli Studenti – Pakistan
  27. Gioventù Comunista del Pakistan
  28. Gioventù del Partito Comunista di Polonia
  29. Unione della Gioventù Comunista Rivoluzionaria (Bolscevica), RKSMb – Russia
  30. Unione della Gioventù Comunista Leninista della Federazione Russa, LKSM
  31. Lega della Gioventù Comunista di Jugoslavia, SKOJ – Serbia
  32. Collettivi dei Giovani Comunisti, CJC – Spagna
  33. Unione della Gioventù Comunista di Spagna, UJCE
  34. Gioventù Comunista della Catalogna, JCC
  35. Unione della Gioventù Socialista, SSU – Sri Lanka
  36. Unione Socialista degli Studenti, SSU – Sri Lanka
  37. Unione della Gioventù Comunista Siriana – Gioventù “Khaled Bakdash”, SCYU – KBY
  38. Gioventù Comunista di Turchia, TKG



ALLE ELEZIONI UNIVERSITARIE VOTA COMUNISTA. Il programma del FGC de “La Sapienza” di Roma.

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Il Fronte della Gioventù Comunista parteciperà alle elezioni universitarie nellUniversità di Roma “La Sapienza”, presentando una propria lista, con un programma di lotta e di mobilitazione. Pubblichiamo di seguito il programma nella sua versione integrale.

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Durante le elezioni universitarie fioriscono liste e rappresentanti arrivisti che chiedono l’appoggio degli studenti pretendendo anche di riuscire a nascondere loro l’evidenza. Si presentano come indipendenti, vergini politicamente e dediti solo ai diritti degli iscritti, ma preso il posto e lo stipendio spariscono completamente dalle aule e dagli spazi di confronto, mentre negli organi di rappresentanza votano praticamente qualsiasi cosa senza rendicontare nulla a chi li ha eletti. Ricordano più dei “politicanti di professione” che studenti eletti, ed in effetti buona parte di loro proviene dalle giovanili dei partiti nazionali, sia di governo che di opposizione. Per queste persone le elezioni universitarie sono trampolini di lancio per entrare in ruoli dirigenziali ben più significativi nelle proprie organizzazioni.

Non c’è da stupirsi se solo il 15% degli iscritti partecipa alle votazioni, e questo è un dato a loro utile. Per i membri di una giovanile di partito intenti a vincere una gara elettorale all’università vi è tutto l’interesse che vi sia una bassa affluenza, in modo che i voti raccolti in maniera clientelare pesino di più proporzionalmente. Nella maggior parte delle facoltà compaiono liste chilometriche di candidati, ognuno con la propria “dote” di voti, che puntualmente una volta eletti non si presentano mai in assemblea di facoltà, ma che il giorno delle elezioni hanno permesso di raccogliere quei 4000 voti (su 115.000 iscritti) necessari al candidato di turno per vincere il seggio in Senato Accademico o CdA.

Noi comunisti siamo coscienti che la lotta per un’università pubblica, gratuita, libera dagli interessi dei padroni non passa per le elezioni della rappresentanza. Siamo coscienti che l’università non rappresenta un mondo a sé stante dal resto del paese e che dopo 5 anni passati a studiare ci si accorge drammaticamente, volenti o nolenti, che coloro che sfruttano i lavoratori nei luoghi di lavoro sono gli stessi che poi ti chiedono di fare 6 mesi di stage a 200 euro, che ti fanno il part-time a 24 ore settimanali più altre 24 a nero, solo per fare alcuni esempi. Noi ci presentiamo alle elezioni per dire chiaramente che il tempo dell’arrivismo e carrierismo politico fatto sugli studenti è finito. Il nostro programma non è una piattaforma di rivendicazioni, ma la base da cui si deve ripartire per ridare agli studenti il protagonismo che gli spetta nelle lotte.

 

Programma Fronte della Gioventù Comunista Sapienza

La lotta dei comunisti per un’università gratuita e accessibile vuol dire la lotta contro quell’università di classe che ha escluso 400.000 studenti in dieci anni dagli studi superiori, che ignora le necessità degli studenti costretti a lavorare per mantenersi, che non eroga borse per i redditi inferiori, che esternalizza bandi ad aziende interinali e cooperative divenendo attore della concorrenza al ribasso sui salari dei propri dipendenti. La lotta dei comunisti contro l’università di classe è la lotta contro l’autonomia universitaria.

L’autonomia finanziaria e normativa impone agli atenei di rispettare dei vincoli di guadagno, o sei in attivo o perdi finanziamenti. Il risultato è stato trasformare in 30 anni le università in delle aziende, con un bilancio da gestire e degli utili da generare. Lo scopo non è più la formazione e l’istruzione per il più ampio numero possibile di persone, ma garantire che fra finanziamenti statali e tasse dirette sugli studenti l’ateneo sia sempre in attivo. Un ateneo che debba generare degli utili non vuole studenti con redditi bassi che non pagano la seconda rata ma ha bisogno di ridurre il personale e i loro salari, ha bisogno di liceali che vengano a lavorare gratuitamente in alternanza nei propri uffici. L’autonomia universitaria ha permesso alla Sapienza di generare quest’anno un utile di 40.000.000 di euro e non investirne nemmeno uno nell’erogazione di borse per gli studenti provenienti dai ceti inferiori.

Il ruolo storico dell’autonomia universitaria è chiaro: trasformare le università in vere e proprie aziende produttrici di un profitto e, in virtù di quel profitto “autonomo”, tagliare sempre più i fondi prevenienti dallo Stato.

Questa è una premessa fondamentale al nostro programma. Tutte le università sottendono a questa logica e non può essere in alcun modo sufficiente vincere una semplice elezione studentesca per ribaltarla, ancora a dimostrazione che la sola rappresentanza non è in grado di sostituire la partecipazione attiva degli studenti nella lotta contro l’università di classe.

 

1. Studenti lavoratori e studenti fuori corso

L’università è un lusso per pochi e in Italia circa la metà degli studenti universitari sono costretti a lavorare per potersi mantenere gli studi. Si parla di centinaia di migliaia di studenti in tutto il paese, decine di migliaia solo alla Sapienza. Esattamente come gli altri giovani non studenti, questi ragazzi vivono di precarietà, sfruttamento e lavoro nero, e lo fanno per pagarsi le tasse. L’unico strumento messo a disposizione dagli atenei italiani che permetta di facilitare il percorso di studi è il corso Part-Time, che ipocritamente viene destinato solo a quella enorme minoranza (1%) che possiede un regolare contratto di lavoro. Affinché una simile misura mantenga anche un minimo di utilità, l’accesso deve essere aperto a tutti coloro che realmente necessitano di un simile aiuto. Le proposte dei comunisti a questo scopo sono:

-Apertura dell’accesso al corso di studi part-time per tutti gli studenti sotto ai 40.000 euro di reddito ISEE, che rappresentano la fascia dove sono maggiormente a rischio di doversi pagare gli studi col proprio lavoro.

-Rimodulazione della tassazione del corso part-time proporzionale alla durata del corso stesso: chi ne usufruisce non deve trovarsi a pagare più di chi segue un corso tradizionale.

-Inoltre chiediamo l’abolizione del ricarico delle tasse per gli studenti fuori corso, i quali spesso coincidono con studenti-lavoratori che non possono permettersi di stare tutto il giorno sui libri.

 

2. Studentati

Gli studentati ad oggi presenti sono responsabilità dell’ente regionale LazioDisu e non coprono le attuali necessità né quelle prevedibili per i prossimi anni; la regione non riesce a soddisfare tutte le richieste degli idonei. Questo ente deve garantire un maggior numero di posti per studenti fuori sede in difficoltà a sostenere le spese di affitto. Solo presso la Sapienza ci sono 30.000 studenti fuori sede e 2.300 posti (per tutta la regione!), non bastano. Il criterio per l’ubicazione di nuovi studentati non può essere dettato dalla speculazione edilizia, che ha portato ad averli lontani dalle università e in quartieri mal collegati dal servizio di trasporti pubblici (come nel caso della Residenza Universitaria Ponte di Nona), ma deve essere dettato dalle necessità oggettive. Non è ammissibile che uno studente impossibilitato a sostenere le spese di affitto in un quartiere universitario ed abbia un posto in uno studentato, sia costretto a ore di spostamenti per arrivare a lezione. Inoltre va implementata la manutenzione delle strutture esistenti, anche questa ampiamente insufficiente.

La Sapienza ha in programma, già dall’anno prossimo, la costruzione di due studentati di sua proprietà. In particolare la realizzazione di una palazzina da 200 posti letto in via Osoppo, corredata anche di impianti sportivi. Per queste infrastrutture è prevista una spesa superiore ai 15 milioni di euro provenienti dalle casse dell’università. Ben venga che i soldi degli studenti siano investiti in nuove strutture di questo tipo, vicine alla sede principale e funzionali, ma vogliamo la garanzia che canoni di affitto e criteri di assegnazione siano modulati sulla base di quelli regionali.

Università e Regione sono responsabili del diritto allo studio, che passa anche dagli alloggi, non possono limitarsi a pochi posti o far finta di garantire un servizio stipulando una semplice convenzione con locatori privati come Sturent.

Il modello americano del “campus universitario” è quanto di più lontano dalle esigenze di migliaia di studenti costretti non solo a lasciare casa e trasferirsi per studiare, ma a pagare cifre esorbitanti per locazioni disagiate e spesso a nero. Abbiamo bisogno di più alloggi accessibili a tutti e non di qualche resort di studi per pochi.

 

3.Borse di studio e di collaborazione

Negli ultimi 10 anni le immatricolazioni dell’ateneo sono calate di oltre 20.000 unità, a testimoniare che le sole borse della Regione non possono sopperire agli effetti della crisi e al costante aumento delle spese collaterali dell’università sostenute dalle famiglie. Eppure la Sapienza non mette a disposizione alcuna borsa di studio il cui criterio di assegnazione primario sia economico. L’unico strumento tramite cui gli atenei forniscono sussidi diretti agli studenti sono le borse di collaborazione, le quali sono prima di tutto funzionali all’abbattimento dei costi del personale. Il borsista vincitore deve infatti offrire all’università una prestazione lavorativa di 150 ore tra biblioteche, laboratori, musei e segreterie amministrative in cambio di circa 1100 euro. Il risparmio è notevole (milionario nel complesso per la Sapienza), considerando che lo studente, nel sostituire un impiegato stabile, percepisce 7,30 euro l’ora senza contributi, ferie o giorni di malattia. Un taglio sui costi che, dove applicabile, sfiora il 50%.

La dimostrazione di come all’ateneo non interessi primariamente sussidiare il diritto allo studio, ma risparmiare sugli stipendi, sta nel fatto che l’accesso a queste “borse” non è su base reddituale, ma sul fantomatico criterio meritocratico del rapporto media/crediti. È evidente come in media uno studente che impieghi le sue serate o fine settimana per lavorare non possa avere un rendimento paragonabile a chi ha la possibilità di dedicarsi interamente allo studio. Senza contare chi si veda sovrapporre orari di lavoro e lezioni. Il criterio del merito è equo solo se si parte tutti dalle stesse condizioni.

Rivendichiamo, in virtù delle possibilità economiche di questo ateneo, la sostituzione dei borsisti con lavoratori stabili che possano offrire un servizio migliore, più esteso e qualificato, soprattutto in segreterie e laboratori. Parallelamente è necessaria l’istituzione di borse di studio della Sapienza per quelle fasce ISEE appena superiori alla soglia prevista per le borse regionali. I redditi più bassi stanno vivendo una graduale esclusione dall’università, noi esigiamo che gli atenei si assumano la responsabilità di combattere questa tendenza.

 

4. Studenti in Alternanza Scuola-lavoro

Come nel caso dei borsisti, ogni opportunità per l’università/azienda di tagliare sui costi del personale viene afferrata al volo. Nel corso del 2016 la Sapienza ha impiegato infatti oltre 3.500 studenti provenienti dagli istituti superiori romani. Questi, grazie alle decine di ore di lavoro svolte, permettono a Sapienza un risparmio complessivo enorme dal momento che gli studenti sono a costo zero (e impossibilitati a sottrarsi all’alternanza).  La logica dell’economizzare i servizi pesa sugli studenti sfruttati e sulla qualità dei servizi stessi.

Chiediamo che nessuno studente in alternanza scuola-lavoro sia ancora impiegato dall’università in segreterie, allo sportello ”Ciao”, in biblioteche o altre mansioni prive di carattere formativo.

 

5. Tasse universitarie

Sapienza nell’ultimo anno si è potuta permettere di abbassare leggermente le tasse universitarie per una quota considerevole di studenti, e non manca in ogni occasione di rivendicarlo. Quello che non viene detto è che l’abbassamento è stato possibile grazie alle riforme del calcolo ISEE del 2015 e 2016 che, facendoci figurare tutti più ricchi, ha causato un avanzamento di fascia per molti studenti e una drastica riduzione del numero di studenti esenti dal pagamento di rate successive alla prima. Queste “agevolazioni” indette dalla Sapienza non sono frutto di un processo che punti alla gratuità dell’istruzione superiore ma di un tentativo di questa università di essere maggiormente competitiva rispetto agli altri atenei del Paese. Attrarre più studenti vuol dire maggiori entrate.

Il continuo calo dei finanziamenti statali sta portando l’università ad essere sempre più dipendente dalla sua capacità di attrarre studenti e dalla loro tassazione diretta. In questa logica competitiva Sapienza è avvantaggiata dalla sua maggior disponibilità economica, altri atenei sono invece destinati a sparire nei prossimi decenni.

La direzione dovrebbe essere quella opposta: quella di un’istruzione pubblica e gratuita. La lotta dei comunisti è per l’abolizione delle tasse universitarie e lo smantellamento del modello di università/azienda che porta alla competizione fra atenei, a spese di studenti e lavoratori.

 

6. Lavoratori

L’Università non è composta solo di studenti ma è anche e soprattutto un datore di lavoro per migliaia di persone. Tutti i servizi che non siano amministrativi o puramente didattici sono affidati a lavoratori esternalizzati.  È il caso dei dipendenti delle imprese di pulizia o dei lavoratori delle mense. Il loro posto di lavoro è a rischio ogni volta che si rinnova il bando per quel servizio e l’ingresso di un’altra cooperativa vuol dire licenziamento o riassunzione da parte del vincitore, ma con lo stipendio ridotto. La competizione al ribasso tramite questi bandi fa risparmiare università e regione, mentre cresce il guadagno di chi gestisce le cooperative e le aziende interinali, il tutto sulla pelle di chi lavora e a totale discapito del servizio per chi l’università la vive. I lavoratori sono la spina dorsale su cui si regge la stessa esistenza dell’Università e non rappresentano una variabile di bilancio che possa venir meno da un giorno all’altro come la scadenza di un bando. Chiediamo l’internalizzazione di tutti i lavoratori effettivi dell’ateneo.

Tuteliamo i servizi e tuteliamo i diritti di chi lavora per garantirli.

 

7. Gestione del personale docente

Nei prossimi anni sono previsti tagli di gestione del personale per circa 14 milioni di euro. In sostanza non verranno coperti integralmente i pensionamenti del personale docente (probabilmente lo saranno solo per meno di un terzo). Andrà quindi a peggiorare il rapporto professori/studenti oggi di circa uno a trenta. Alcuni dipartimenti, quelli la cui età media dei professori è più alta, andranno a perdere quote rilevanti di personale. Le conseguenze per gli studenti sono notevoli. Si riduce la capacità di canalizzare un corso di laurea sovraccaricando le aule e abbassando la qualità delle lezioni. Potrebbero venir meno diversi corsi di specializzazione magistrali: uno studente che faccia l’investimento di studiare alla Sapienza già dalla triennale magari si troverà senza la specializzazione per cui si era iscritto. E così via.

Allo stesso tempo gli stanziamenti per i ricercatori a tempo determinato di tipo A (RTDa) sono 15 volte più sostanziosi del 2016. Un RTDa infatti, oltre alla ricerca, deve garantire all’ateneo un certo numero di ore di lezione frontale, circa la metà di quelle richieste a un professore ma con uno stipendio inferiore alla metà. Il risparmio è anche qui evidente. Un contratto triennale è anche più ”comodo” in termini di gestione del personale in modo flessibile alle richieste già nel breve periodo. Chiediamo che la Sapienza rinnovi il personale docente in numero sufficiente a garantire un servizio adeguato senza ricorrere all’impiego degli RTDa nell’insegnamento. Inoltre la

pianificazione dell’organico per ogni settore scientifico disciplinare deve essere fatta con criteri ben precisi: non si può pensare di prendere un RTDa, anche in un settore dove sia necessario personale, senza potergli garantire fin da subito un concorso come RTDb alla fine dei tre anni (un RTDb con l’abilitazione viene assunto come professore associato a fine contratto). Pianificare in modo diverso vuol dire impedire di sfruttare un giovane lavoratore altamente qualificato per tre anni e poi sbatterlo fuori nella speranza di quest’ultimo di trovare un altro concorso chissà dove. Questo è un primo passo da compiere nella lotta alla precarietà anche nell’università.

 

8. Tirocini sanitari

Per gli studenti di professioni sanitarie sono previste centinaia di ore di tirocinio ogni anno già a partire dal primo. Le ore di lavoro realmente svolte arrivano anche ad essere il doppio della norma sotto il ricatto, da parte di chi li gestisce, di non veder convalidato l’intero tirocinio ai fini della laurea. Nelle loro turnazioni si ritrovano addirittura a svolgere notti e festivi, come se fare tirocinio in quei particolari giorni fosse più formativo che in altri! Senza contare che, per coloro che sono costretti a lavorare per studiare, questa tipologia di corsi è completamente inaccessibile. È infatti impensabile poter gestire lezioni, studio e turni di notte e contemporaneamente lavorare per mantenersi. La verità è che dopo poco tempo lo studente diviene completamente in grado di svolgere buona parte delle mansioni richiestegli, e da quel momento si trasforma in semplice forza lavoro totalmente gratuita e ricattabile in grado di coprire efficacemente le carenze di un sistema sanitario ormai con l’acqua alla gola.

E’ arrivato il momento di rivendicare dei tirocini per le professioni sanitarie realmente formativi e che tengano conto del reale lavoro di questi studenti, per i quali esigiamo garanzie sugli orari e sui turni e per la prima volta l’erogazione di una retribuzione proporzionale alle ore svolte. Il lavoro va pagato.

 

9. Tirocini generici

”Rimediarsi” un tirocinio è oggi compito dello studente, pur essendo questo obbligatorio, con tutti i pro e i contro che questo comporta. Purtroppo la direzione per i prossimi anni sembra essere la stessa dell’alternanza e dei tirocini sanitari: lavoro gratuito in aziende o enti per coprire gratuitamente il personale mancante. Studenti di lettere e filosofia già si trovano ad assistere professori del liceo o tenere intere lezioni nel corso della laurea triennale. Ovviamente senza vedere un euro. Il rischio ulteriore è che sempre più aziende private comincino a far ricorso a studenti universitari come segretari, operatori telefonici o nei modi più disparati a seconda delle necessità.

Il FGC, come nel caso dell’alternanza, ritiene indispensabile l’istituzione di commissioni paritetiche di studenti e professori che valutino il valore formativo e l’utilità dei tirocini proposti.

Salario e tutele devono essere parole d’ordine di ogni studente già dal momento del tirocinio universitario!

 

10. Edilizia

Nei prossimi anni saranno stanziati sempre più fondi alla voce ”edilizia” del bilancio della Sapienza. L’incremento non è dovuto, come auspicheremmo, a ingenti e necessarie opere di ristrutturazione ma ad investimenti in nuove strutture considerate più fruttifere e che amplino il già vasto patrimonio immobiliare di Sapienza.

Si parla di spese milionarie, fatte anche contraendo enormi prestiti, direzionate da criteri come acquisire attrattiva verso nuovi studenti, allargare il patrimonio, attrarre investitori. I criteri di sviluppo dell’università dovrebbero sempre essere guidati da un rapporto organico di questa con la società che le permetta di rispondere a necessità collettive.

Rivendichiamo la fine dell’impiego di fonti da indebitamento i cui interessi pesano ogni anno sulle disponibilità economiche e l’istituzione di una politica di sviluppo che non vada a ”premiare” solo le facoltà più virtuose ma guardi alle necessità degli studenti e investa anzitutto negli interventi di manutenzione necessari.

È tempo che finisca la pratica di compravendita di terreni e immobili a fine speculativo. L’università deve erogare il diritto allo studio e non essere uno tra i tanti speculatori che soffocano questa città.

 

11. Appelli

Il numero di appelli disponibili nel corso di un anno non è sufficiente. Il concentramento in sessioni di circa un mese complica notevolmente le cose nel momento in cui si debbano sostenere più di 2-3 esami. Alcuni professori, con grande arroganza, praticano il salto d’appello secondo criteri frutto di una loro scorretta visione dell’università e degli studenti.

Non c’è alcun motivo didattico per cui gli appelli nel corso di un anno debbano essere 5 e concentrati solo nelle 3 sessioni. Vogliamo un minimo di 8 appelli al di fuori del periodo di svolgimento del corso e la garanzia che facoltà e dipartimenti sanzionino quei professori che non li concedano. Allo stato attuale questo sistema di sessioni ha come unico risultato quello di rallentare il conseguimento della laurea e, tramite la conseguente maggiorazione delle tasse per i fuoricorso, fare cassa.

 

Per un’università pubblica, gratuita, di qualità. Partecipa. Lotta.


Buona Scuola, FGC: «Cinque Stelle difendono la scuola di classe. Bisogna cancellare la riforma di Renzi»

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«Chi non vuole abolire la “Buona Scuola” di Renzi difende un’istruzione di classe» il commento di Alessandro Fiorucci, responsabile scuola FGC, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Giuliano, preside proposto come Ministro dell’Istruzione dal Movimento 5 Stelle. «Nonostante i goffi tentativi di chiarire la posizione, le parole di Giuliano lasciano pochi dubbi e la dicono lunga sulla natura dei cinque stelle. Non voler abolire la Buona Scuola significa accettarne il significato e l’orientamento di fondo, limitandosi a proporre aggiustamenti a un progetto disastroso. Chi per anni ha fatto opposizione a Renzi e alle sue politiche oggi si rivela non molto diverso dai partiti che per anni hanno governato smantellando l’istruzione pubblica. Gli studenti non hanno bisogno di altre prese in giro, non ci facciamo alcuna illusione sulle forze politiche che vogliono governare servendo i poteri forti e l’Unione Europea» Leggi il resto


Buona Scuola, FGC: «Cinque Stelle difendono la scuola di classe. Bisogna cancellare la riforma di Renzi»

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 «Chi non vuole abolire la “Buona Scuola” di Renzi difende un’istruzione di classe» il commento di Alessandro Fiorucci, responsabile scuola FGC, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Giuliano, preside proposto come Ministro dell’Istruzione dal Movimento 5 Stelle. «Nonostante i goffi tentativi di chiarire la posizione, le parole di Giuliano lasciano pochi dubbi e la dicono lunga sulla natura dei cinque stelle. Non voler abolire la Buona Scuola significa accettarne il significato e l’orientamento di fondo, limitandosi a proporre aggiustamenti a un progetto disastroso. Chi per anni ha fatto opposizione a Renzi e alle sue politiche oggi si rivela non molto diverso dai partiti che per anni hanno governato smantellando l’istruzione pubblica. Gli studenti non hanno bisogno di altre prese in giro, non ci facciamo alcuna illusione sulle forze politiche che vogliono governare servendo i poteri forti e l’Unione Europea»

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MILANO. BLITZ DEL FGC AL LICEO PARINI «VOLETE SOLO BORGHESI, NOI FIGLI DI OPERAI»

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Fumogeni, interventi al megafono e uno striscione a caratteri cubitali: «Volete scuole per borghesi e parolai, noi fieri figli di operai». È la protesta del Fronte della Gioventù Comunista (FGC) davanti al Liceo Parini di Milano, in risposta agli annunci classisti nei rapporti di autovalutazione delle scuole superiori, al centro di una forte polemica nazionale negli ultimi giorni. Leggi il resto


Scuole classiste, FGC: «È il capolinea della scuola-azienda»

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«Gli annunci classisti nei rapporti di autovalutazione dei licei, che tanto stanno facendo discutere, non sono solo uscite poco felici, ma sintomo di un fenomeno ormai generalizzato», ha affermato Alessandro Fiorucci, responsabile scuola del Fronte della Gioventù Comunista. «È significativo che siano i licei considerati fra i più “prestigiosi” a farsi pubblicità dicendo di avere studenti dell’alta borghesia, o di non avere stranieri o disabili. È la conferma quello che diciamo da anni: la scuola italiana è sempre più di classe, che si polarizza in pochi istituti prestigiosi e in scuole “di serie B” per i figli dei poveri. Ma soprattutto, tutto questo è sintomo dell’idea della scuola-azienda, che perde la sua funzione sociale per tramutarsi in un istituto che ragiona ormai con logiche privatistiche. Si punta ad aumentare il numero di iscritti, con vere e proprie campagne pubblicitarie in cui l’obiettivo è convincere le famiglie che si offre “un servizio migliore” rispetto alle altre scuole, mentre passa in secondo piano l’obiettivo di formare le nuove generazioni indipendentemente dalle differenze socio-economiche.»

«A cosa serve la scuola pubblica, se poi finisce per applicare le stesse logiche di quella privata? L’aziendalizzazione delle scuole va cancellata, così come lo strapotere che le ultime riforme hanno dato ai dirigenti scolastici. La scuola deve tornare a essere pubblica nel vero senso della parola, deve cioè recuperare la sua funzione sociale. Questa vicenda ci motiva a lottare con ancora più forza per una scuola pubblica, gratuita e di qualità, contro la scuola di classe di padroni e presidi-manager».



Per i giovani servono diritti e sicurezza, basta politica dei bonus

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«Ai giovani in Italia servono sicurezza e stabilità per il futuro, non i bonus di Renzi», così Lorenzo Lang, segretario del Fronte della Gioventù Comunista, sulla proposta del PD di versare a tutti gli under 30 con reddito inferiore ai 30mila euro un bonus “anti-bamboccioni” di 150€ al mese per pagare l’affitto. «Per Renzi ormai ogni problema del paese si risolve elargendo bonus come mance elettorali, è diventata una presa in giro grottesca. In Italia c’è la più alta percentuale in Europa di giovani che vivono con i genitori perché non esiste nessuna sicurezza. Bisognerebbe parlare del diritto ad avere un lavoro sicuro e stabile, del diritto ad avere una casa. Insomma di tutti quei diritti che in questi anni i governi del PD hanno attaccato, e che non possono essere soppiantati con un bonus.»

«La nostra proposta è semplice: puntare alla piena occupazione riducendo l’orario di lavoro settimanale e l’età pensionabile; fare in modo che questo lavoro non sia più precario abolendo tutte le riforme sul lavoro che hanno condannato la nostra generazione alla precarietà. Espropriare gli immobili di proprietà dei grandi gruppi immobiliari e delle banche per assegnare una casa a ogni giovane coppia e a chiunque sia in emergenza abitativa. Solo così si può ridare futuro a una generazione che se l’è visto togliere».



Tasse universitarie, Lang (FGC) «Da Grasso solo spot elettorale, serve reale gratuità istruzione»

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«In campagna elettorale succede di tutto, anche che un obiettivo di lotta degli studenti diventi una promessa elettorale di chi fino a ieri governava col PD» – questo il commento di Lorenzo Lang, segretario del FGC, sulla proposta di Pietro Grasso di abolire le tasse universitarie – «La lotta per la gratuità dell’istruzione non si ferma alla sola abolizione delle tasse universitarie. Bisognerebbe parlare di borse di studio, di lotta al caro libri, di trasporti e alloggi gratuiti per gli studenti fuori sede. Cioè eliminare tutti gli ostacoli economici che oggi sono una barriera nell’accesso all’istruzione universitaria. Le tasse universitarie vanno abolite ma deve essere lo Stato, certo non le imprese, a farsi carico dei costi dell’istruzione. Essenziale poi garantire la reale assunzione dei neolaureati. La nostra proposta è un’università gratuita e di qualità, fatta per gli studenti e non per le imprese. Quella di Grasso è solo uno spot elettorale»