ALLE ELEZIONI UNIVERSITARIE VOTA COMUNISTA. Il programma del FGC de “La Sapienza” di Roma.

Il Fronte della Gioventù Comunista parteciperà alle elezioni universitarie nellUniversità di Roma “La Sapienza”, presentando una propria lista, con un programma di lotta e di mobilitazione. Pubblichiamo di seguito il programma nella sua versione integrale.

—–

Durante le elezioni universitarie fioriscono liste e rappresentanti arrivisti che chiedono l’appoggio degli studenti pretendendo anche di riuscire a nascondere loro l’evidenza. Si presentano come indipendenti, vergini politicamente e dediti solo ai diritti degli iscritti, ma preso il posto e lo stipendio spariscono completamente dalle aule e dagli spazi di confronto, mentre negli organi di rappresentanza votano praticamente qualsiasi cosa senza rendicontare nulla a chi li ha eletti. Ricordano più dei “politicanti di professione” che studenti eletti, ed in effetti buona parte di loro proviene dalle giovanili dei partiti nazionali, sia di governo che di opposizione. Per queste persone le elezioni universitarie sono trampolini di lancio per entrare in ruoli dirigenziali ben più significativi nelle proprie organizzazioni.

Non c’è da stupirsi se solo il 15% degli iscritti partecipa alle votazioni, e questo è un dato a loro utile. Per i membri di una giovanile di partito intenti a vincere una gara elettorale all’università vi è tutto l’interesse che vi sia una bassa affluenza, in modo che i voti raccolti in maniera clientelare pesino di più proporzionalmente. Nella maggior parte delle facoltà compaiono liste chilometriche di candidati, ognuno con la propria “dote” di voti, che puntualmente una volta eletti non si presentano mai in assemblea di facoltà, ma che il giorno delle elezioni hanno permesso di raccogliere quei 4000 voti (su 115.000 iscritti) necessari al candidato di turno per vincere il seggio in Senato Accademico o CdA.

Noi comunisti siamo coscienti che la lotta per un’università pubblica, gratuita, libera dagli interessi dei padroni non passa per le elezioni della rappresentanza. Siamo coscienti che l’università non rappresenta un mondo a sé stante dal resto del paese e che dopo 5 anni passati a studiare ci si accorge drammaticamente, volenti o nolenti, che coloro che sfruttano i lavoratori nei luoghi di lavoro sono gli stessi che poi ti chiedono di fare 6 mesi di stage a 200 euro, che ti fanno il part-time a 24 ore settimanali più altre 24 a nero, solo per fare alcuni esempi. Noi ci presentiamo alle elezioni per dire chiaramente che il tempo dell’arrivismo e carrierismo politico fatto sugli studenti è finito. Il nostro programma non è una piattaforma di rivendicazioni, ma la base da cui si deve ripartire per ridare agli studenti il protagonismo che gli spetta nelle lotte.

 

Programma Fronte della Gioventù Comunista Sapienza

La lotta dei comunisti per un’università gratuita e accessibile vuol dire la lotta contro quell’università di classe che ha escluso 400.000 studenti in dieci anni dagli studi superiori, che ignora le necessità degli studenti costretti a lavorare per mantenersi, che non eroga borse per i redditi inferiori, che esternalizza bandi ad aziende interinali e cooperative divenendo attore della concorrenza al ribasso sui salari dei propri dipendenti. La lotta dei comunisti contro l’università di classe è la lotta contro l’autonomia universitaria.

L’autonomia finanziaria e normativa impone agli atenei di rispettare dei vincoli di guadagno, o sei in attivo o perdi finanziamenti. Il risultato è stato trasformare in 30 anni le università in delle aziende, con un bilancio da gestire e degli utili da generare. Lo scopo non è più la formazione e l’istruzione per il più ampio numero possibile di persone, ma garantire che fra finanziamenti statali e tasse dirette sugli studenti l’ateneo sia sempre in attivo. Un ateneo che debba generare degli utili non vuole studenti con redditi bassi che non pagano la seconda rata ma ha bisogno di ridurre il personale e i loro salari, ha bisogno di liceali che vengano a lavorare gratuitamente in alternanza nei propri uffici. L’autonomia universitaria ha permesso alla Sapienza di generare quest’anno un utile di 40.000.000 di euro e non investirne nemmeno uno nell’erogazione di borse per gli studenti provenienti dai ceti inferiori.

Il ruolo storico dell’autonomia universitaria è chiaro: trasformare le università in vere e proprie aziende produttrici di un profitto e, in virtù di quel profitto “autonomo”, tagliare sempre più i fondi prevenienti dallo Stato.

Questa è una premessa fondamentale al nostro programma. Tutte le università sottendono a questa logica e non può essere in alcun modo sufficiente vincere una semplice elezione studentesca per ribaltarla, ancora a dimostrazione che la sola rappresentanza non è in grado di sostituire la partecipazione attiva degli studenti nella lotta contro l’università di classe.

 

1. Studenti lavoratori e studenti fuori corso

L’università è un lusso per pochi e in Italia circa la metà degli studenti universitari sono costretti a lavorare per potersi mantenere gli studi. Si parla di centinaia di migliaia di studenti in tutto il paese, decine di migliaia solo alla Sapienza. Esattamente come gli altri giovani non studenti, questi ragazzi vivono di precarietà, sfruttamento e lavoro nero, e lo fanno per pagarsi le tasse. L’unico strumento messo a disposizione dagli atenei italiani che permetta di facilitare il percorso di studi è il corso Part-Time, che ipocritamente viene destinato solo a quella enorme minoranza (1%) che possiede un regolare contratto di lavoro. Affinché una simile misura mantenga anche un minimo di utilità, l’accesso deve essere aperto a tutti coloro che realmente necessitano di un simile aiuto. Le proposte dei comunisti a questo scopo sono:

-Apertura dell’accesso al corso di studi part-time per tutti gli studenti sotto ai 40.000 euro di reddito ISEE, che rappresentano la fascia dove sono maggiormente a rischio di doversi pagare gli studi col proprio lavoro.

-Rimodulazione della tassazione del corso part-time proporzionale alla durata del corso stesso: chi ne usufruisce non deve trovarsi a pagare più di chi segue un corso tradizionale.

-Inoltre chiediamo l’abolizione del ricarico delle tasse per gli studenti fuori corso, i quali spesso coincidono con studenti-lavoratori che non possono permettersi di stare tutto il giorno sui libri.

 

2. Studentati

Gli studentati ad oggi presenti sono responsabilità dell’ente regionale LazioDisu e non coprono le attuali necessità né quelle prevedibili per i prossimi anni; la regione non riesce a soddisfare tutte le richieste degli idonei. Questo ente deve garantire un maggior numero di posti per studenti fuori sede in difficoltà a sostenere le spese di affitto. Solo presso la Sapienza ci sono 30.000 studenti fuori sede e 2.300 posti (per tutta la regione!), non bastano. Il criterio per l’ubicazione di nuovi studentati non può essere dettato dalla speculazione edilizia, che ha portato ad averli lontani dalle università e in quartieri mal collegati dal servizio di trasporti pubblici (come nel caso della Residenza Universitaria Ponte di Nona), ma deve essere dettato dalle necessità oggettive. Non è ammissibile che uno studente impossibilitato a sostenere le spese di affitto in un quartiere universitario ed abbia un posto in uno studentato, sia costretto a ore di spostamenti per arrivare a lezione. Inoltre va implementata la manutenzione delle strutture esistenti, anche questa ampiamente insufficiente.

La Sapienza ha in programma, già dall’anno prossimo, la costruzione di due studentati di sua proprietà. In particolare la realizzazione di una palazzina da 200 posti letto in via Osoppo, corredata anche di impianti sportivi. Per queste infrastrutture è prevista una spesa superiore ai 15 milioni di euro provenienti dalle casse dell’università. Ben venga che i soldi degli studenti siano investiti in nuove strutture di questo tipo, vicine alla sede principale e funzionali, ma vogliamo la garanzia che canoni di affitto e criteri di assegnazione siano modulati sulla base di quelli regionali.

Università e Regione sono responsabili del diritto allo studio, che passa anche dagli alloggi, non possono limitarsi a pochi posti o far finta di garantire un servizio stipulando una semplice convenzione con locatori privati come Sturent.

Il modello americano del “campus universitario” è quanto di più lontano dalle esigenze di migliaia di studenti costretti non solo a lasciare casa e trasferirsi per studiare, ma a pagare cifre esorbitanti per locazioni disagiate e spesso a nero. Abbiamo bisogno di più alloggi accessibili a tutti e non di qualche resort di studi per pochi.

 

3.Borse di studio e di collaborazione

Negli ultimi 10 anni le immatricolazioni dell’ateneo sono calate di oltre 20.000 unità, a testimoniare che le sole borse della Regione non possono sopperire agli effetti della crisi e al costante aumento delle spese collaterali dell’università sostenute dalle famiglie. Eppure la Sapienza non mette a disposizione alcuna borsa di studio il cui criterio di assegnazione primario sia economico. L’unico strumento tramite cui gli atenei forniscono sussidi diretti agli studenti sono le borse di collaborazione, le quali sono prima di tutto funzionali all’abbattimento dei costi del personale. Il borsista vincitore deve infatti offrire all’università una prestazione lavorativa di 150 ore tra biblioteche, laboratori, musei e segreterie amministrative in cambio di circa 1100 euro. Il risparmio è notevole (milionario nel complesso per la Sapienza), considerando che lo studente, nel sostituire un impiegato stabile, percepisce 7,30 euro l’ora senza contributi, ferie o giorni di malattia. Un taglio sui costi che, dove applicabile, sfiora il 50%.

La dimostrazione di come all’ateneo non interessi primariamente sussidiare il diritto allo studio, ma risparmiare sugli stipendi, sta nel fatto che l’accesso a queste “borse” non è su base reddituale, ma sul fantomatico criterio meritocratico del rapporto media/crediti. È evidente come in media uno studente che impieghi le sue serate o fine settimana per lavorare non possa avere un rendimento paragonabile a chi ha la possibilità di dedicarsi interamente allo studio. Senza contare chi si veda sovrapporre orari di lavoro e lezioni. Il criterio del merito è equo solo se si parte tutti dalle stesse condizioni.

Rivendichiamo, in virtù delle possibilità economiche di questo ateneo, la sostituzione dei borsisti con lavoratori stabili che possano offrire un servizio migliore, più esteso e qualificato, soprattutto in segreterie e laboratori. Parallelamente è necessaria l’istituzione di borse di studio della Sapienza per quelle fasce ISEE appena superiori alla soglia prevista per le borse regionali. I redditi più bassi stanno vivendo una graduale esclusione dall’università, noi esigiamo che gli atenei si assumano la responsabilità di combattere questa tendenza.

 

4. Studenti in Alternanza Scuola-lavoro

Come nel caso dei borsisti, ogni opportunità per l’università/azienda di tagliare sui costi del personale viene afferrata al volo. Nel corso del 2016 la Sapienza ha impiegato infatti oltre 3.500 studenti provenienti dagli istituti superiori romani. Questi, grazie alle decine di ore di lavoro svolte, permettono a Sapienza un risparmio complessivo enorme dal momento che gli studenti sono a costo zero (e impossibilitati a sottrarsi all’alternanza).  La logica dell’economizzare i servizi pesa sugli studenti sfruttati e sulla qualità dei servizi stessi.

Chiediamo che nessuno studente in alternanza scuola-lavoro sia ancora impiegato dall’università in segreterie, allo sportello ”Ciao”, in biblioteche o altre mansioni prive di carattere formativo.

 

5. Tasse universitarie

Sapienza nell’ultimo anno si è potuta permettere di abbassare leggermente le tasse universitarie per una quota considerevole di studenti, e non manca in ogni occasione di rivendicarlo. Quello che non viene detto è che l’abbassamento è stato possibile grazie alle riforme del calcolo ISEE del 2015 e 2016 che, facendoci figurare tutti più ricchi, ha causato un avanzamento di fascia per molti studenti e una drastica riduzione del numero di studenti esenti dal pagamento di rate successive alla prima. Queste “agevolazioni” indette dalla Sapienza non sono frutto di un processo che punti alla gratuità dell’istruzione superiore ma di un tentativo di questa università di essere maggiormente competitiva rispetto agli altri atenei del Paese. Attrarre più studenti vuol dire maggiori entrate.

Il continuo calo dei finanziamenti statali sta portando l’università ad essere sempre più dipendente dalla sua capacità di attrarre studenti e dalla loro tassazione diretta. In questa logica competitiva Sapienza è avvantaggiata dalla sua maggior disponibilità economica, altri atenei sono invece destinati a sparire nei prossimi decenni.

La direzione dovrebbe essere quella opposta: quella di un’istruzione pubblica e gratuita. La lotta dei comunisti è per l’abolizione delle tasse universitarie e lo smantellamento del modello di università/azienda che porta alla competizione fra atenei, a spese di studenti e lavoratori.

 

6. Lavoratori

L’Università non è composta solo di studenti ma è anche e soprattutto un datore di lavoro per migliaia di persone. Tutti i servizi che non siano amministrativi o puramente didattici sono affidati a lavoratori esternalizzati.  È il caso dei dipendenti delle imprese di pulizia o dei lavoratori delle mense. Il loro posto di lavoro è a rischio ogni volta che si rinnova il bando per quel servizio e l’ingresso di un’altra cooperativa vuol dire licenziamento o riassunzione da parte del vincitore, ma con lo stipendio ridotto. La competizione al ribasso tramite questi bandi fa risparmiare università e regione, mentre cresce il guadagno di chi gestisce le cooperative e le aziende interinali, il tutto sulla pelle di chi lavora e a totale discapito del servizio per chi l’università la vive. I lavoratori sono la spina dorsale su cui si regge la stessa esistenza dell’Università e non rappresentano una variabile di bilancio che possa venir meno da un giorno all’altro come la scadenza di un bando. Chiediamo l’internalizzazione di tutti i lavoratori effettivi dell’ateneo.

Tuteliamo i servizi e tuteliamo i diritti di chi lavora per garantirli.

 

7. Gestione del personale docente

Nei prossimi anni sono previsti tagli di gestione del personale per circa 14 milioni di euro. In sostanza non verranno coperti integralmente i pensionamenti del personale docente (probabilmente lo saranno solo per meno di un terzo). Andrà quindi a peggiorare il rapporto professori/studenti oggi di circa uno a trenta. Alcuni dipartimenti, quelli la cui età media dei professori è più alta, andranno a perdere quote rilevanti di personale. Le conseguenze per gli studenti sono notevoli. Si riduce la capacità di canalizzare un corso di laurea sovraccaricando le aule e abbassando la qualità delle lezioni. Potrebbero venir meno diversi corsi di specializzazione magistrali: uno studente che faccia l’investimento di studiare alla Sapienza già dalla triennale magari si troverà senza la specializzazione per cui si era iscritto. E così via.

Allo stesso tempo gli stanziamenti per i ricercatori a tempo determinato di tipo A (RTDa) sono 15 volte più sostanziosi del 2016. Un RTDa infatti, oltre alla ricerca, deve garantire all’ateneo un certo numero di ore di lezione frontale, circa la metà di quelle richieste a un professore ma con uno stipendio inferiore alla metà. Il risparmio è anche qui evidente. Un contratto triennale è anche più ”comodo” in termini di gestione del personale in modo flessibile alle richieste già nel breve periodo. Chiediamo che la Sapienza rinnovi il personale docente in numero sufficiente a garantire un servizio adeguato senza ricorrere all’impiego degli RTDa nell’insegnamento. Inoltre la

pianificazione dell’organico per ogni settore scientifico disciplinare deve essere fatta con criteri ben precisi: non si può pensare di prendere un RTDa, anche in un settore dove sia necessario personale, senza potergli garantire fin da subito un concorso come RTDb alla fine dei tre anni (un RTDb con l’abilitazione viene assunto come professore associato a fine contratto). Pianificare in modo diverso vuol dire impedire di sfruttare un giovane lavoratore altamente qualificato per tre anni e poi sbatterlo fuori nella speranza di quest’ultimo di trovare un altro concorso chissà dove. Questo è un primo passo da compiere nella lotta alla precarietà anche nell’università.

 

8. Tirocini sanitari

Per gli studenti di professioni sanitarie sono previste centinaia di ore di tirocinio ogni anno già a partire dal primo. Le ore di lavoro realmente svolte arrivano anche ad essere il doppio della norma sotto il ricatto, da parte di chi li gestisce, di non veder convalidato l’intero tirocinio ai fini della laurea. Nelle loro turnazioni si ritrovano addirittura a svolgere notti e festivi, come se fare tirocinio in quei particolari giorni fosse più formativo che in altri! Senza contare che, per coloro che sono costretti a lavorare per studiare, questa tipologia di corsi è completamente inaccessibile. È infatti impensabile poter gestire lezioni, studio e turni di notte e contemporaneamente lavorare per mantenersi. La verità è che dopo poco tempo lo studente diviene completamente in grado di svolgere buona parte delle mansioni richiestegli, e da quel momento si trasforma in semplice forza lavoro totalmente gratuita e ricattabile in grado di coprire efficacemente le carenze di un sistema sanitario ormai con l’acqua alla gola.

E’ arrivato il momento di rivendicare dei tirocini per le professioni sanitarie realmente formativi e che tengano conto del reale lavoro di questi studenti, per i quali esigiamo garanzie sugli orari e sui turni e per la prima volta l’erogazione di una retribuzione proporzionale alle ore svolte. Il lavoro va pagato.

 

9. Tirocini generici

”Rimediarsi” un tirocinio è oggi compito dello studente, pur essendo questo obbligatorio, con tutti i pro e i contro che questo comporta. Purtroppo la direzione per i prossimi anni sembra essere la stessa dell’alternanza e dei tirocini sanitari: lavoro gratuito in aziende o enti per coprire gratuitamente il personale mancante. Studenti di lettere e filosofia già si trovano ad assistere professori del liceo o tenere intere lezioni nel corso della laurea triennale. Ovviamente senza vedere un euro. Il rischio ulteriore è che sempre più aziende private comincino a far ricorso a studenti universitari come segretari, operatori telefonici o nei modi più disparati a seconda delle necessità.

Il FGC, come nel caso dell’alternanza, ritiene indispensabile l’istituzione di commissioni paritetiche di studenti e professori che valutino il valore formativo e l’utilità dei tirocini proposti.

Salario e tutele devono essere parole d’ordine di ogni studente già dal momento del tirocinio universitario!

 

10. Edilizia

Nei prossimi anni saranno stanziati sempre più fondi alla voce ”edilizia” del bilancio della Sapienza. L’incremento non è dovuto, come auspicheremmo, a ingenti e necessarie opere di ristrutturazione ma ad investimenti in nuove strutture considerate più fruttifere e che amplino il già vasto patrimonio immobiliare di Sapienza.

Si parla di spese milionarie, fatte anche contraendo enormi prestiti, direzionate da criteri come acquisire attrattiva verso nuovi studenti, allargare il patrimonio, attrarre investitori. I criteri di sviluppo dell’università dovrebbero sempre essere guidati da un rapporto organico di questa con la società che le permetta di rispondere a necessità collettive.

Rivendichiamo la fine dell’impiego di fonti da indebitamento i cui interessi pesano ogni anno sulle disponibilità economiche e l’istituzione di una politica di sviluppo che non vada a ”premiare” solo le facoltà più virtuose ma guardi alle necessità degli studenti e investa anzitutto negli interventi di manutenzione necessari.

È tempo che finisca la pratica di compravendita di terreni e immobili a fine speculativo. L’università deve erogare il diritto allo studio e non essere uno tra i tanti speculatori che soffocano questa città.

 

11. Appelli

Il numero di appelli disponibili nel corso di un anno non è sufficiente. Il concentramento in sessioni di circa un mese complica notevolmente le cose nel momento in cui si debbano sostenere più di 2-3 esami. Alcuni professori, con grande arroganza, praticano il salto d’appello secondo criteri frutto di una loro scorretta visione dell’università e degli studenti.

Non c’è alcun motivo didattico per cui gli appelli nel corso di un anno debbano essere 5 e concentrati solo nelle 3 sessioni. Vogliamo un minimo di 8 appelli al di fuori del periodo di svolgimento del corso e la garanzia che facoltà e dipartimenti sanzionino quei professori che non li concedano. Allo stato attuale questo sistema di sessioni ha come unico risultato quello di rallentare il conseguimento della laurea e, tramite la conseguente maggiorazione delle tasse per i fuoricorso, fare cassa.

 

Per un’università pubblica, gratuita, di qualità. Partecipa. Lotta.


Scritto il by admin in Senza categoria

Aggiungi un commento