Il nostro Antifascismo.

Scegliendo il nome della nostra organizzazione sapevamo di dare adito a qualche fraintendimento, così come sapevamo di poter prestare il fianco ad alcune “accuse” provenienti da ambienti vicini, per i quali additare la nostra organizzazione come “ambigua” costituisce l’ultima e momentanea scialuppa di salvataggio. Con la scelta di questo nome abbiamo voluto compiere un’operazione di riappropriazione storica di un elemento che come tanti appartiene alla storia della sinistra, che negli anni ha lasciato che l’estrema destra se ne appropriasse. Il «Fronte della Gioventù» era infatti l’organizzazione dei giovani durante la Resistenza. Il suo nome è legato indissolubilmente a quello di Eugenio Curiel, giovane dirigente comunista, assassinato dai fascisti poco prima della liberazione nazionale. Nelle fila del «Fronte della Gioventù» militarono personaggi del calibro di Pajetta e Longo, e decine di migliaia di giovani, studenti, intellettuali, operai, che diedero alla causa della Liberazione nazionale dedizione, sacrificio e spesso la vita. I militanti del Fronte della Gioventù impressionavano i nazisti ei fascisti per la loro dedizione nonostante la giovane età: erano i più tenaci a resistere, la loro idea più forte di sevizie e torture di ogni genere. Per capire come sia stato possibile che un tale patrimonio sia andato disperso nella coscienza collettiva e nella stessa memoria storica di questo paese, basta vedere con quanta facilità oggi l’estrema destra è in grado di appropriarsi persino di figure rivoluzionarie come quella di Che Guevara, snobbate da un certo atteggiamento a sinistra.

Riaffermare il valore dell’antifascismo oggi è riaffermarne anche la vera natura, intrinsecamente rivoluzionaria. Noi rigettiamo l’idea dell’antifascismo democratico, come difesa dell’attuale sistema politico istituzionale. Non siamo di quelli che in nome delle necessità politiche contingenti si associano alla vulgata borghese della Resistenza finalizzata unicamente alla liberazione nazionale, come mero ritorno allo stato di cose preesistente. Gli ideali dei partigiani non si fermavano certo alla cacciata dei tedeschi. Citiamo proprio Curiel che nel gennaio del 1945 parlando delle caratteristiche della società nuova, affermava che il cambiamento « non può essere solo il frutto ed il prodotto di un mutamento istituzionale; non può esaurirsi nel semplice meccanismo di periodiche consultazioni elettorali, deve tradursi in un atteggiamento ed in una partecipazione nuova delle masse al governo della cosa pubblica.» Leggendo queste parole sembra di avere davanti agli occhi la storia di quanto al contrario è accaduto: quell’idea di «democrazia progressiva» non si è mai realizzata; la Resistenza è stata tradita nei suoi ideali;  i partigiani, con una vasta operazione di revisionismo storico le cui maggiori colpe sono a sinistra, ridotti al rango di semplici difensori dello Stato borghese, nel migliore dei casi.

Riaffermare la vera natura della Resistenza non ha solo una valenza storica, ma costituisce una base fondamentale per capire la direzione politica da intraprendere nella nostra attività quotidiana. Il contesto è profondamente differente e noi  sappiamo bene che la storia non si ripete, ma la corretta lettura della dialettica tra lotta di liberazione e conquista della sovranità popolare costituiscono uno spunto prezioso per la nostra azione. Oggi lo Stato borghese è svuotato di qualsiasi parvenza di sovranità, l’Unione Europea è lo strumento attraverso il quale la grande borghesia monopolistica e finanziaria impone ai popoli, per il tramite dei governi nazionali, i suoi interessi sotto forma di dicktat, memorandum, protocolli, direttive e regolamenti. Non è più lo stivale nazista a schiacciare i popoli europei, ma la forza dei capitali. E oggi come allora la lotta non può che partire da un’idea di liberazione che convogli larghi strati di masse popolari in una direzione che non è quella dell’inutile ed antistorico ritorno alle condizioni preesistenti; non è il ritorno alla sovranità nazionale di stampo borghese, di cui la grande borghesia si è disfatta per i suoi interessi, ma la conquista di una vera sovranità popolare, unica in grado di costituire un cambiamento effettivo.

Quanti a sinistra non capendo questo ragionamento si sforzano in ogni modo di dare una connotazione reazionaria e di destra alla parola d’ordine dell’uscita dall’Unione Europea e della conquista della sovranità popolare, esternando sotto varie forme giudizi e accuse tanto gravi, quanto prive di fondamento, compiono un incredibile errore di analisi, la cui portata storica è solo potenzialmente immaginabile. L’idea dell’uscita dalla UE raccoglie vasti consensi popolari, la sfida dei comunisti oggi è di riempire questa parola d’ordine di contenuti progressisti, nella direzione dell’emancipazione reale dei popoli dal capitalismo. Respingere questa parola d’ordine vorrebbe dire consegnare strati popolari sempre più vasti al populismo reazionario fascista, all’illusione di un antistorico ritorno ad una morta sovranità nazionale borghese, ad un cambiamento solo apparente che lascerebbe al contrario totalmente intatta l’essenza di sfruttamento del sistema, rivolgendosi al contrario in un ulteriore peggioramento della condizione di milioni di persone. Riprendere il nome del «Fronte della Gioventù» (la cui estensione completa era «Fronte della Gioventù per l’indipendenza nazionale e la libertà») è un volersi riappropria oggi degli elementi della liberazione e della conquista della libertà, mai quanto oggi attuali.

Discende da tutto ciò l’idea che l’antifascismo oggi sia prima di tutto lotta contro ogni forma di sfruttamento ed ingiustizia. Appoggiamo sotto questo punto di vista l’appello che alcuni compagni di Torino hanno promosso affinché l’ANPI prenda una chiara posizione a favore della lotta No Tav.Un appello rivolto a tutti gli iscritti ANPI, che invitiamo a firmare, credendo che sia necessario rompere ogni ritrosia in questo senso.

Allo stesso tempo crediamo che sia ora di rompere definitivamente nella nostra concezione di antifascismo ogni richiesta alle istituzioni, ogni appello alla natura antifascista dello Stato, nella misura in cui si richieda continuamente l’intervento di non si capisce bene quale forma di istituzione democratica. La Resistenza è stata tradita. Lo Stato sorto dalle ceneri del fascismo non ha nulla a che vedere con l’idea di società che i partigiani rivendicavano. Al contrario gran parte dei vecchi apparati fascisti è stato a vario titolo mobilitato ed inserito nella struttura dello Stato per fermare la possibile avanzata dei comunisti. Se non con le stesse persone, per semplici ragioni di età, quell’idea sopravvive nelle istituzioni di oggi e in vasti settori dello Stato, in primis quelli legati alla repressione, come Genova e tanti altri casi hanno dimostrato e dimostrano ogni giorno. Il continuare a tirare per la giacchetta le istituzioni in questo senso non fa che aumentare la confusione e mantenere in vita il mito delle istituzioni libere e democratiche nate dalla Resistenza. Queste istituzioni non sono né libere, né democratiche, né tantomeno figlie della Resistenza.

I comunisti e tutti i veri antifascisti oggi lo sanno bene, e sanno bene che nessuna confusione deve essere fatta in questo senso, pena regalare ai fascisti le nuove generazioni; pena dover accettare passivamente l’idea di essere i difensori di un sistema corrotto e iniquo, dei quali al contrario dobbiamo senza esitazione dire chiaramente, di essere i primi a volersi sbarazzare. Per noi l’antifascismo è un lavoro continuo per svelare la natura di classe del fascismo, per ristabilire una presenza politica antifascista nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei territori, nelle periferie delle nostre città. Questo tipo di antifascismo è il frutto del lavoro militante svolto a testa alta in ogni luogo della società. Per l’antifascismo democratico non c’è più posto. Oggi l’antifascismo è militante, altrimenti non è antifascismo.

Coordinamento nazionale del «Fronte della Gioventù Comunista»

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