PER UN FRONTE UNICO DI CLASSE. Documento del Comitato Centrale del FGC


 
Una nuova fase di crisi si apre. La pandemia da Covid-19 è un evento di portata epocale, destinato a mutare profondamente il volto del mondo e dell’Europa. A poco più di un decennio dall’inizio dell’ultima crisi sistemica del capitalismo, un evento non previsto – dalla diffusione globale – ha demolito ogni speranza di stabilità e oggi trascina tutti i paesi nella crisi economica e sociale più profonda dal dopoguerra. Nei dati reali comincia a riscontrarsi una caduta del PIL ben oltre quella stimata inizialmente e che potrebbe superare il 10% o addirittura il 15% per il 2020, cifra mai vista dalla seconda guerra mondiale. Per avere un metro di paragone, nel 2009 il PIL italiano crollò del 5,5% rispetto al 2008, che a sua volta vide una contrazione del 1,2% rispetto all’anno precedente, frutto della crisi finanziaria già iniziata. In tanti stanno già pagando oggi le conseguenze economiche della pandemia, ma l’impatto sarà ancora maggiore nei prossimi mesi.

 Lo scontro tra i partiti nel Parlamento, che anima il teatro quotidiano della politica, si consuma in funzione di un solo obiettivo che accomuna tutti i partiti borghesi: accreditarsi presso i settori dominanti della borghesia italiana come i più affidabili e fedeli servitori dei loro interessi. A questo servono gli “show” di Salvini, Renzi e Meloni, che in questi giorni si fanno portavoce degli interessi delle imprese che stanno ottenendo a gran voce la riapertura. Le politiche del Governo Conte sono state tutte indirizzate alla tutela degli interessi di Confindustria e delle grandi imprese, e nonostante ciò emerge che settori importanti del capitale italiano oggi puntano su Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, come possibile leader di un “governo di unità nazionale”. Uno scenario possibile e che, se si verificasse, confermerebbe e rafforzerebbe la capacità del grande capitale di imprimere al Governo italiano la direzione più favorevole ai propri interessi.

Proprio la chiamata all’unità nazionale e il richiamo agli “interessi nazionali” oggi caratterizza tutte le forze politiche, tanto quelle al governo quanto quelle all’opposizione. Basti pensare alle trattative in Unione Europea, rispetto alle quali Conte e il centro-destra si sono contesi il richiamo all’interesse nazionale; il primo facendo appello all’unità nazionale per sostenere il governo nelle trattative in UE, il secondo attaccando il governo per aver “tradito” l’interesse nazionale. Nella vicenda delle trattative all’eurogruppo e nel Consiglio europeo, trova conferma la strategia dei settori dominanti del capitale italiano di rafforzare le proprie posizioni a livello internazionale, anche nei termini del peso del proprio interesse nella definizione delle politiche europee. Nonostante le discussioni, le diverse posizioni e il confronto tra i diversi settori della borghesia e i rispettivi governi, tutti gli schieramenti convergono su un punto: gli interessi dei capitalisti vengono al primo posto e sono contrapposti a quelli delle classi popolari e dei lavoratori.

Tutte le misure messe in campo finora, a partire dal dibattito sviluppatosi nell’Unione Europea circa gli strumenti di politica economica da utilizzare, vanno in una sola direzione: far pagare la crisi ai lavoratori e alle classi popolari, scaricando sulla collettività i costi delle misure necessarie a tutelare i profitti dei padroni, con misure in deficit e ricorso a strumenti di debito. Il dibattito e lo scontro tra i paesi europei riguarda la questione di quali debbano essere gli strumenti più adatti per ottenere questo risultato. Ma a conti fatti, per quanto sia evidente che lo scontro in UE tra le diverse proposte dei paesi “del Nord” rispetto a quelli “del Sud” risponde certo alla maggior “convenienza” per i secondi di ricorrere a determinati strumenti piuttosto che ad altri, alla fine nella sostanza cambia molto poco. Il governo Conte ha messo in campo una manovra che dovrebbe mobilitare 400 miliardi di euro per garantire i crediti alle imprese, che sommati ai 350 miliardi del decreto “Cura Italia” arriva quasi al 40% del PIL italiano. Se si pensa che l’80% del gettito fiscale italiano viene dai redditi da lavoro, è facile comprendere come già una misura del genere costituisca di per sé un trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto, e l’illusione keynesiana circa il benessere apportato dalla crescita finanziata con la spesa pubblica non ne muta il carattere. Una misura di questa portata, che prevede il massiccio ricorso al deficit per non mandare i capitalisti in bancarotta, comporta una certezza: alla fine il conto del debito pubblico sarà presentato ai lavoratori con nuove politiche antipopolari e misure “lacrime e sangue”, che siano le condizioni di austerità “esplicite” del MES o che si ricorra ad altri strumenti.

 Le politiche del Governo sono state modellate sin dall’inizio dei contagi sugli interessi del grande capitale e di Confindustria. Ai padroni è stato permesso di ritardare la chiusura di settimane intere, con conseguenze sulla crescita dei contagi. Anche dopo il lockdown “totale” si è palesata una disparità evidente tra lo zelo con cui sono stati combattuti i runner, i passeggiatori e i singoli trasgressori, e l’enorme discrezionalità di cui – di fatto – hanno goduto le imprese. Sono più di 80mila le imprese che hanno riaperto in deroga sfruttando a proprio vantaggio il meccanismo del silenzio-assenso, cioè autocertificandosi come rientranti tra i “settori essenziali” senza che vi fosse un controllo reale delle prefetture. Il 55% dei lavoratori dell’industria e dei servizi privati ha continuato a lavorare durante il lockdown, a testimonianza di come durante la “fase uno” ci sia stata tutt’altro che una chiusura “totale”. La “Fase 2” si apre con gli stessi presupposti, con un discorso di Conte in cui lanciano ammonimenti contro le “feste private” mentre riaprono le fabbriche, la manifattura, le costruzioni, i magazzini e diversi settori. 

 Tutto è pensato su misura per i padroni mentre la crisi viene fatta pagare alle classi popolari, e su questo indirizzo chiarissimo si apre ora anche la “Fase 2”. La risposta dei lavoratori, dei comunisti, delle forze di classe più combattive e conflittuali deve partire dal suo ribaltamento. La crisi la paghino i padroni!

Le misure restrittive adoperate in questi mesi, certo necessarie per contenere i contagi, hanno avuto come conseguenza immediata quella di limitare fortemente anche la possibilità di mobilitarsi e di tenere manifestazioni. È evidente però che gli appelli alla sola “responsabilità” lasciano il tempo che trovano e che non si potrà continuare a subire e basta, restando a guardare mentre il governo prepara una via di uscita dalla crisi fatta sulla pelle dei lavoratori con misure che vanno in una sola direzione. C’è bisogno di organizzazione, di lotta, di porsi concretamente la questione di come rispondere a un attacco che è già iniziato e con quali strumenti farlo, di quali prospettive dare a chi sui luoghi di lavoro si troveranno a fronteggiare l’offensiva padronale, e più in generale a milioni di persone che subiranno sulla propria pelle il peso delle politiche antipopolari in preparazione. In questo non vogliamo fare appelli irresponsabili, ma capire come coniugare la lotta dei lavoratori coerentemente con quella contro la diffusione del Covid-19.

Si pone, in aggiunta a tutto ciò, la questione di come essere credibili, cioè di come far sì che la parola d’ordine “NOI LA CRISI NON LA PAGHIAMO” assuma davvero una dimensione di massa, capace di coinvolgere attivamente migliaia di lavoratori in una lotta reale, rompendo l’isolamento imposto dal contesto esterno, dalla condizione dei luoghi di lavoro, dalla debolezza derivante dalla frammentazione politica e sindacale del movimento operaio in Italia. Qual è la parola d’ordine che deve animare oggi il movimento operaio dinanzi alla fase che la storia ci pone davanti?

Per rispondere all’offensiva padronale che sta arrivando dobbiamo organizzare un FRONTE UNICO DI CLASSE. Definiamo questa tattica come la forma oggi necessaria di coordinamento e mobilitazione tra le forze sindacali e di classe, sulla base di una piattaforma di rivendicazioni comune, unitaria, di classe su cui orientare le lotte dei lavoratori. Un fronte che coinvolga sindacati di base, attivisti e rappresentanti sindacali che si riconoscono in una posizione apertamente conflittuale e che rigettano la politica dell’unità nazionale, della collaborazione con la borghesia nella gestione della crisi. Un fronte che opponga alla strategia della concertazione sindacale e alla ricerca della pacificazione sociale, quella della lotta di classe per il rovesciamento del capitalismo.

Allo scopo di fugare ogni ambiguità e incomprensione, precisiamo che la nostra non è una proposta di fusioni organizzative, né tanto meno di unità elettoralistiche. Prospettive del genere non sarebbero né corrette né utili. Quello che proponiamo è di far confluire tutte le esperienze di lotta di classe in un solco unico, realmente unitario mettendo da parte ogni interesse particolaristico, dare forza e credibilità alla prospettiva della lotta contro la gestione capitalistica della crisi, per dare battaglia realmente contro i padroni individuando date di mobilitazione e di sciopero unitarie.

Se esistono organizzazioni separate, sul piano sindacale come su quello politico, è perché esistono differenze ideologiche e politiche spesso profonde, che hanno un senso e sono pienamente legittime. Non si tratta di negare la loro esistenza né di sottovalutarle o metterle da parte. A nostro avviso sulle differenze bisogna discutere e affrontarle di petto, con un confronto che sia anche duro e serrato, ma che avvenga in un contesto in cui il dibattito sia valorizzato e reso importante proprio perché riguarda la direzione di un movimento reale dei lavoratori.

Non crediamo sia utile determinare un elenco di rivendicazioni fin da ora. Ciò che è invece necessario è stabilire con nettezza il campo e la prospettiva di questo fronte. Innanzitutto, una posizione di netta contrapposizione al centro-sinistra, al PD e ai partiti di governo, responsabili di attacchi ai diritti dei lavoratori tanto quanto la destra. Il fronte unico non è il terreno di antistorici appelli all’unità contro le destre. In secondo luogo una rottura chiara con la posizione e la pratica concertativa voluta dalla dirigenza dei sindacati confederali. Nessun appello alla “responsabilità”, nessuna ipotesi di collaborazione di classe con i padroni nell’ottica della gestione della crisi è possibile. Abbiamo già conosciuto anni fa queste parole, che purtroppo vengono riproposte anche da Maurizio Landini, segretario della CGIL, in diretta tv proprio nella giornata del Primo Maggio. Gli appelli all’unità nazionale in fase di crisi, sotto qualsiasi veste si presentino, vanno rispediti al mittente perché la loro funzione è quella di indebolire, nel nome della “responsabilità”, ogni ipotesi di lotta contro le politiche antipopolari volute dai padroni per salvare i loro profitti. Una posizione chiara sul carattere di classe e sull’irriformabilità dell’Unione Europea, antitetica alle prospettive di ritorno alla sovranità nazionale borghese della destra, ma che assume come imprescindibile la lotta contro l’Unione Europea strumento del capitale contro i lavoratori e le classi popolari, unione all’interno della quale è impossibile un’uscita dalla crisi in favore delle classi popolari. 

Il fronte unico di classe deve essere composto da tutte le forze sindacali e di classe conflittuali, da tutti i lavoratori che si oppongono alla collaborazione di classe con la borghesia, che vogliono lottare per un’uscita dalla crisi in favore della classe operaia, e non dei padroni. È un passo che, a nostro avviso, non si sostituisce né risolve la questione della ricostruzione comunista, della necessità di un forte partito comunista che sia capace di sviluppare, sul terreno della lotta politica e ideologica, una strategia rivoluzionaria per la conquista del potere dei lavoratori. Non la risolve, ma tanto meno vi si pone in contraddizione, e anzi crediamo che la ricomposizione del movimento operaio a partire dalla lotta di classe sia importante tanto quanto la ricostruzione dell’avanguardia politica.

Qual è il ruolo della gioventù comunista? Da anni nel movimento studentesco sosteniamo la necessità di riconnettere la lotta degli studenti contro la scuola di classe, contro i processi di aziendalizzazione dell’istruzione pubblica, alla lotta del movimento operaio; lo sosteniamo tanto più oggi in un contesto di chiusura dei luoghi di studio. Spesso lo abbiamo fatto contrastando apertamente quelle tendenze che nel nome della “non-politicità” degli studenti cercavano di trascinare il movimento studentesco sul terreno dell’isolamento o, peggio, della conciliazione con le forze di governo. In questi anni abbiamo conquistato posizioni importanti, il nostro ruolo e le nostre responsabilità dinanzi alla gioventù proletaria sono cresciuti assieme al nostro peso nell’organizzazione delle mobilitazioni studentesche di questi anni, alcune delle quali sono state promosse quasi interamente dai quadri del FGC nelle scuole e nelle università. Sosteniamo in questa fase la necessità che la mobilitazione degli studenti, che da sempre abbiamo rilanciato su rivendicazioni di classe rinunciando alla facile retorica del ribellismo giovanile, marci al fianco del movimento operaio.

Nei prossimi mesi, come gioventù comunista, avremo il compito di lavorare per offrire una prospettiva di lotta concreta a centinaia di migliaia di giovani delle classi popolari che saranno, ancora una volta, tra i settori della società più colpiti dalla nuova crisi economica. Solo pochi anni fa la disoccupazione giovanile in Italia superava il 40%, per riassestarsi poco al di sotto del 30% negli ultimi mesi del 2019. È evidente che la condizione è destinata a peggiorare e che il nuovo scenario di crisi sarà pagato duramente dai giovani proletari. I figli delle classi popolari, i giovani delle periferie, i giovani lavoratori, precari e disoccupati che già da anni hanno davanti a sé un futuro senza sicurezze né stabilità, vedranno di nuovo peggiorare la propria condizione. Spetta a noi organizzare la lotta nei nostri quartieri, nei nostri luoghi di studio e di lavoro.

Le rivendicazioni della gioventù comunista, dei settori più avanzati del movimento studentesco per una scuola e un’università pubbliche gratuite, accessibili, al servizio della collettività e non delle imprese; le lotte degli elementi più coscienti della gioventù proletaria possono e devono far parte delle lotte di un fronte di classe che deve vedere protagonisti, al fianco dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, anche gli studenti delle classi popolari. Se pensiamo a come nell’ultimo decennio la narrazione dello scontro generazionale sia stata utilizzata per coprire la realtà del conflitto di classe e accompagnare l’attacco padronale, a come la finta contrapposizione tra i giovani lavoratori precari contro i vecchi lavoratori “garantiti” sia stata utilizzata ad arte per giustificare un attacco ai diritti di tutti i lavoratori, attuali e futuri, emerge ancora di più quanto sia necessario oggi far convergere le lotte della gioventù proletaria nel solco della lotta del movimento operaio, contrastando ogni tentativo di dividere questo fronte di lotta su base generazionale.

La mobilitazione unitaria dei lavoratori è tanto più necessaria in un momento storico in cui molte delle certezze costruite negli anni dall’ideologia dominante si sono sciolte come neve al sole dinanzi alla realtà della pandemia, a partire dal mito della “scomparsa della classe operaia”. Se c’è una cosa che questi mesi di emergenza hanno dimostrato è che tutto si può chiudere tranne le fabbriche e la produzione; tutti possono restare a casa tranne i lavoratori. È un dato potentissimo e immediatamente comprensibile, che vale più di tutte le analisi economiche. La crisi sanitaria e l’affanno dei padroni per tenere aperta a tutti i costi la produzione hanno riportato prepotentemente agli occhi di milioni di persone la centralità della classe operaia, senza la quale non si muove nulla. Attorno a questo, alla consapevolezza del ruolo fondamentale dei lavoratori, si può e si deve ricostruire la coscienza di classe. Lo diciamo chiaramente: per noi la fase attuale è la fase della riorganizzazione e della ricomposizione del movimento conflittuale dei lavoratori, su base di classe, attorno agli operai e ai lavoratori salariati. Procedere verso questa ricomposizione, nelle forme che si ritengono opportune a raggiungere questo risultato, è a nostro avviso l’obiettivo prioritario, il più indispensabile. Se manca innanzitutto un processo vero di ricomposizione della classe operaia, a partire da una piattaforma di lotta e di mobilitazione comune dei suoi settori più avanzati, non sarà pensabile nessuna ipotesi di aggregare quei settori non proletari che oggi vengono schiacciati dalla crisi (piccolo commercio, artigiani, piccola proprietà agricola e in generale il ceto medio a rischio di proletarizzazione), perché è solo in alleanza con la classe operaia e sotto la sua direzione, nell’ambito di un processo reali di lotta, che questi settori possono svolgere un ruolo davvero progressista e rivoluzionario.

Cosa accadrà se non lo facciamo? Quali saranno le conseguenze se non saremo capaci di articolare una risposta adeguata alla nuova fase di crisi che si apre? La principale conseguenza sarà che i lavoratori non si troveranno davanti l’opzione di una lotta reale organizzata su basi di classe, diretta dai comunisti e dalle avanguardie sindacali più avanzate. La storia ha subito una brusca accelerata, e come sempre non è disposta ad accettare i nostri tempi e le nostre mancanze. Se saremo assenti nel momento dell’attacco padronale, nel momento della necessità in cui i lavoratori avranno bisogno della nostra azione coordinata, tutto ciò che avremmo ottenuto sarà ritardare ancora di molto la possibilità di spezzare la marginalità in cui siamo confinati. Se non ci muoviamo per tempo, i padroni potrebbero sfruttare il prolungamento di alcune misure per limitare in forme più durature e incontrastate gli spazi di agibilità per le stesse lotte nei luoghi di lavoro. Sarebbe una grande responsabilità, che finirebbe per lasciare i lavoratori e le classi popolari in balìa della polarizzazione dello schieramento politico nei due grandi campi del cosiddetto globalismo e del sovranismo, con quest’ultimo che si articola sempre di più e aumenta la propria capacità di influenza su settori sempre più ampi, puntando anche a occupare il terreno lasciato vuoto dalle organizzazioni di classe. A questa polarizzazione, che a tutti gli effetti rappresenta una scelta tra due opzioni della gestione capitalistica che rappresentano specifici interessi di settori del capitale, spetta a noi contrapporre la lotta organizzata della classe operaia, rompere il meccanismo della politica di opinione fatta di mero consenso elettorale, mentre si rinuncia alla prospettiva dell’organizzazione delegando ai “politici” la tutela dei propri interessi. Non dobbiamo permettere che i lavoratori e le classi popolari finiscano alla coda di settori borghesi.

Non c’è un minuto da perdere, perché i padroni non aspetteranno. Noi siamo disposti a fare la nostra parte e invitiamo all’azione tutte le forze sindacali e di classe conflittuali, tutti i lavoratori che riconoscono la necessità di aprire un percorso per rispondere alla Fase 2, per costruire mobilitazioni e scioperi unitari capaci di assestare un colpo al nemico di classe e a chi governa per i suoi interessi.

Non abbiamo da perdere che le nostre catene, abbiamo un mondo da guadagnare.

UN NEMICO, UN FRONTE, UNA LOTTA.

APPROVATO ALL’UNANIMITÀ DAL COMITATO CENTRALE DEL FGC IL 2-5-2020



Scritto il by admin in Nazionale

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