SCUOLA. «RESPONSABILITÀ DI SCUOLA DI CLASSE NON E’ DEI DOCENTI»

«Nel constatare l’evidenza di una scuola classista, si cerca come al solito di giustificare il tutto aggirando ogni spiegazione di natura economica e politica, questa volta puntando il dito contro gli insegnanti» Questa la dichiarazione di Paolo Spena, Responsabile Scuola e Università del Fronte della Gioventù Comunista, rilasciata in seguito alla recente pubblicazione dell’ultimo studio dell’OCSE. La ricerca, basata sui test PISA (Programme for International Student Assessment) e pubblicata in questi giorni, afferma che “gli insegnanti tendono ad attribuire alle ragazze ed agli studenti provenienti da ambiti socio-economici più favorevoli migliori voti a scuola, anche se non hanno una migliore performance, rispetto ai ragazzi e agli studenti provenienti da ambiti socio-economici svantaggiati”.
Nel constatare quella che è una situazione reale, quella della selezione di classe, si cade però nell’errore di far ricadere la responsabilità sui singoli insegnanti. Si afferma che Italia, per colpa dei docenti, siano penalizzati in sede di valutazione i giovani provenienti dalle classi meno abbienti, e che, sempre per colpa dei docenti, questa penalizzazione abbia ripercussioni future da un lato in quelle che sono le ambizioni dei singoli studenti, e dall’altro sulle loro reali possibilità di accedere all’università.
Se la presenza di una scuola di classe è una realtà – spiega Spena – le ragioni sono però assolutamente distanti dalla responsabilità individuale degli insegnanti. Le recenti politiche di smantellamento dell’istruzione pubblica, con tagli scellerati che hanno interessato il finanziamento alle scuole, hanno messo la maggior parte delle famiglie nell’assoluta impossibilità di potersi permettere costose ripetizioni private per i propri figli, mentre sempre più spesso sono del tutto insufficienti i fondi per organizzare in modo adeguato ripetizioni all’interno degli istituti. È facile comprendere come lo studente proveniente da una delle sempre più numerose famiglie in difficoltà economiche sia svantaggiato indipendentemente dall’insegnante che lo valuterà. Le difficoltà nell’entrare all’università, poi, non sono di certo dovute ai voti conseguiti alle scuole superiori: a tenerne conto sono perlopiù le università private, alle quali gli studenti proletari non possono comunque accedere per motivi economici. Sono piuttosto le politiche di selezione attuate con i test d’ingresso che precludono l’accesso alle università pubbliche ai giovani provenienti dagli strati sociali inferiori. A completare il quadro abbiamo il progetto di fondo che accompagna la somministrazione dei test INVALSI, che celano lo scellerato progetto di finanziamento degli istituti in base al “merito”. Se è vero che i peggiori risultati nei test INVALSI sono registrati al Sud, è altrettanto vero che finanziando le scuole con i risultati migliori si contribuirà soltanto ad acuire questa spaccatura, con una complessiva penalizzazione degli studenti delle scuole del Sud Italia.
«Nel complesso» conclude Spena «questi studi evidenziano come la realtà di un sistema di istruzione sempre più classista non possa essere più ignorata neanche dai media. È nostro compito rigettare con forza ogni mistificazione delle motivazioni reali, affinché gli studenti non individuino il nemico negli insegnanti, ma piuttosto nel sistema capitalista per il quale questo modello di scuola non può che essere una necessità. Oggi più che mai, la nostra necessità resta invece quella di cambiare il sistema.»

 


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